Enrico Maniscalco
L´inganno della verità

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Titolo L´inganno della verità
Autore Enrico Maniscalco
Genere Narrativa - Giallo, Noir, Poliziesco      
Pubblicata il 06/09/2008
Visite 9168
Punteggio Lettori 10
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Le Vespe  N.  2
ISBN 9788873881803
Pagine 216
Prezzo Libro 12,00 € PayPal

La menzogna è una benefica rappresentazione della realtà che nasconde al mondo verità scomode: sempre fedele al suo teorema, Ludovico Mangiapane, poeta solitario, se ne fa strenuo interprete perfino con il suo avvocato difensore, l’affascinante e misteriosa Laura Barabino, chiamata a proteggerlo dalle tenaci e arrembanti indagini del ruvido maresciallo Terenzio Garrone, che lo sospetta dell’assassinio del vecchio e ricco contadino Giuse.
Dietro uno scenario all’apparenza assurdo di relazioni scabrose, spirito di vendetta, eredità messe in gioco con una fantomatica e sadica caccia al tesoro, enigmi, tradimenti, ricatti, i personaggi vivono la loro storia e le loro ansie nell’intreccio confuso tra verità e menzogna, fino al colpo di scena conclusivo in cui la presunta realtà si rivela beffarda menzogna del destino.

Capitolo 1 - L’omicidio di Giuse

 


Giuse non doveva poi essere un uomo così solo e isolato dal mondo, come invece ormai da anni si diceva di lui, in paese. O perlomeno non lo era stato negli ultimi istanti della sua vita, dato che il suo cadavere ora giaceva lì, in mezzo all’orto che curava da quasi tre quarti di secolo. Lo avevano colpito al volto, orribilmente tumefatto e insozzato di terra intrisa del suo sangue coagulato. A un paio di metri di distanza, un badile: la probabile arma del delitto.
Tutta la gente di Poggio, a malapena alcune decine di abitanti visto l’autunno inoltrato, si era riversata a valle nel volgere di qualche minuto, sorpresa nel sonno dalle urla disperate di Gervaso, e ora si accalcava alla fragile rete di recinzione.
Due giovani carabinieri ne piantonavano il cancelletto d’accesso, scossi dal raccapriccio e dalla folla arrembante, nel¬l’attesa che un superiore finalmente arrivasse a impartire gli ordini del caso e li cavasse fuori dal tragico impaccio. Si erano già a stento fatti largo nella ressa dopo una corsa forsennata in auto, lungo la salita tortuosa che li separava dal luogo del crimine: erano di pattuglia a Vobbia, quattro chilometri più a sud in direzione di Genova, quando al primo chiarore dell’alba una segnalazione dalla centrale operativa li aveva allertati.
Da ogni sguardo trasudava lo sgomento di quegli animi contadini, subito aggrediti dall’idea più terrificante: che l’assassino di Giuse - perché di assassinio si trattava: le apparenze non lasciavano dubbi - potesse essere un folle sconosciuto, un maniaco venuto da chissà dove, forse di passaggio, ma forse no; uno psicopatico omicida protagonista di una di quelle efferatezze lontane spesso raccontate dalla televisione: fattacci fino a quel giorno vissuti dietro l’immunità di spettatori distaccati.
Poggio avrebbe dunque guadagnato anche la ribalta della cronaca, dopo ben quarant’anni dalla prima, grande apertura alla civiltà: l’arrivo dei villeggianti dalla metropoli; agli occhi degli indigeni gente stravagante sbarcata da una parte remota e curiosa del mondo, e che via via in folta schiera aveva movimentato la vita estiva di quello spicchio di terra incappottata di verde.
All’epoca Giuse gestiva con sua zia Tina l’unica bottega a valle del paese. Era uomo schivo e a tratti anche spigoloso, soprattutto quando a turno si provava a coinvolgerlo nella chiacchiera, cosicché le poche cose che su di lui trapelavano erano quelle che all’occasione venivano centellinate proprio dalla bocca assai più loquace della zia, sempre attenta tuttavia a non esagerare con le confidenze; in questo modo Tina riusciva a non trasgredire al riserbo che il nipote comunque le imponeva, ma al tempo stesso a ottenere l’effetto di calamitare su di sé le aspettative pettegole dei famelici clienti.
I nuovi forestieri, pertanto, di Giuse conoscevano a malapena l’età, poco oltre la cinquantina. Sapevano poi che era figlio unico e da decenni orfano di entrambi i genitori, oltre che scapolo. E forse proprio dalla presunta ma taciuta sofferenza per la perdita dei congiunti - avvenuta come e in quali circostanze sarebbe per sempre rimasto un mistero - aveva avuto origine, e si sarebbe nel tempo accresciuto, il mito del suo fascino, pieno di ammirazione e compassione insieme. Anzi, a ben vedere, era proprio da quel sentimento di pena che traeva spunto l’esaltazione della sua figura, quella di un uomo tanto stoico nel suo dolore - o almeno così era gradito credere - quanto energico nel condurre il giorno, assiduo nel fare, per sé e per gli altri, comunque fare, senza mai un attimo di sosta. Come quando lavorava di falce al bollore del sole, ore e ore con la stessa foga, prima di caricarsi la schiena ricurva con pesantissimi covoni di fieno e scendere dai viottoli fin giù sulla strada.
Lì restava ad attenderlo Dante, suo fedele compagno sordomuto e abile conduttore di mulo. Che sorte ingrata ti riserva a volte il destino, quando intende farsi beffe di te: ricevere fin dal grembo cotanto nome, emblema di favella consegnata all’im¬mortalità della storia, e poi venire al mondo con addosso una tale sciagura… E che si trattasse di beffa amara si può a maggior ragione ritenere se si pensa che i suoi - raccontava Tina - al momento del battesimo ancora ne ignoravano la disgrazia.
Quando non era di servizio al mulo il regno di Dante era il fienile: armato di forcone, ne colmava una buona metà con quello che sarebbe divenuto il prelibato alimento delle mucche da latte, mentre nell’altra raccoglieva la legna, tagliata a grossi ceppi con esperti colpi d’accetta e quindi accatastata in lunghe pile sovrapposte, ordinate con compiaciuta meticolosità. Alle cinque di ogni mattino, poi, puntuale imbracciava di nuovo il suo forcone per foraggiare la mangiatoia della stalla adiacente, dove stavolta era Giuse ad aspettarlo, seduto su un basso sgabello, un grande secchio d’alluminio davanti alle ginocchia, le mani callose intente a strizzare traboccanti mammelle. Con quel latte, dalla schiuma così spessa da poterla tagliare come un formaggio, veniva preparata la prima colazione dei compaesani di Poggio, giusto una manciata di famiglie, cui si sarebbero in seguito aggiunte quelle ben più numerose dei villeggianti.
Ma era con le pagnotte appena sfornate, messe a cuocere subito dopo aver terminato la mungitura, che la crema bovina raggiungeva la vetta di un connubio superbo, fine delizia per palati ancora assonnati. Al punto che se oggi gli allora vacanzieri di Poggio dovessero lasciarsi andare al ricordo di quelle estati, in molti forse partirebbero proprio da lì, da quel gusto grasso di latte appena munto sposato alla fragranza di una pagnotta calda. Narrerebbero, come Proust, della loro madeleine, senza per questo temere d’essere irriguardosi, perché non ragionerebbero di una pagnotta qualunque, ma della leggendaria pagnotta di Giuse.
Una stagione dopo l’altra, Poggio aveva puntualmente ospitato nuovi arrivi. Le vecchie cascine erano state ristrutturate, e una volta saturata la capienza primitiva i più facoltosi avevano dato il via a un’invadente cementificazione.
Ben presto si erano popolati anche i paesi limitrofi: la piccola Vigogna, alcune centinaia di metri più a valle, e la movimentata Vallenzona, un paio di chilometri a monte. L’asfalto aveva aperto spazi e strade lisce all’avanzata delle automobili, mentre la bottega di Giuse si era poco per volta adeguata al rango del nuovo commercio: al latte della stalla, ormai sufficiente soltanto a sfamare i raccomandati ancora legati alla tradizione, si era affiancato il freddo cartoccio pastorizzato di città; la fetta biscottata aveva surclassato la pagnotta; Giuse e Dante sempre meno nei campi e sempre più affaccendati al fianco di un’instancabile Tina nella conduzione del negozio.
«È il nostro Giuse!» gridava la vecchia Rosina aggrappata alle maglie metalliche del recinto. «Il nostro Giuse! Il nostro Giuse!» ripeteva sbigottita con ossessione voltandosi verso la folla tra un’imprecazione e l’altra, ancora incredula, ma ricevendone ogni volta l’inesorabile conferma.
«Lo dicevo io che ci toccava anche a noi, prima o poi!» commentò Tullio. « È la civiltà!»
«Che c’entra ’sta stupidaggine, ora?» si infuriò Oreste, con l’aspetto accigliato di chi scoperchia il rancore per una contesa ancora aperta e destinata a durare.
«Mica sarà uno di noi, l’assassino!» ribatté Tullio.
«E cosa ne sai?» lo rintuzzò ancora Oreste. «Chi te lo dice? Ci sono i carabinieri. Lo vedranno loro chi è l’assassino.»
«Sì, va be’, ma intanto?» domandò Bruno con voce tremula.
«Intanto ci chiudiamo in casa!» riprese Tullio per completare il concetto, sottolineato da un sogghigno stiracchiato.
«In casa? Ma che dici?» si intromise Felice dalla fila di dietro.
«Ha ragione lui!» gli rispose Nilde. «Chi uscirà più, adesso? Se poi c’è buio…»
«Ma vi sembrano dei ragionamenti seri?» balzò su Raffaele, il “dottore”, come lo chiamavano. «Siamo davanti al corpo stecchito di un uomo ammazzato e vi preoccupate solo di voi? Così lo state ammazzando di nuovo!»
«Un morto è morto!» ribatté Tullio. «E noi abbiamo solo paura…»
«Il nostro Giuse! Il nostro Giuse!» perseverava Rosina.
Il fischio acuto di una sirena riecheggiò dalla strada che conduceva all’orto, attirando l’attenzione della folla. Voltate le spalle alla scena del delitto ognuno puntò lo sguardo verso l’ingresso al piazzale, mentre il vociare confuso rantolava nel più assoluto mutismo. Un sospirato senso di liberazione illuminò i volti dei due militari di guardia, che senza allontanarsi di un millimetro ora allungavano il collo per scrutare oltre la calca: il muso aggressivo di una rombante 156 blu scura irrompeva da dietro l’angolo della casa di Gervaso e con una secca frenata si arrestava dietro l’auto della prima pattuglia. Dalle portiere aperte scesero di scatto quattro persone: due in borghese, le altre due in divisa. E tra queste un volto noto in tutto il circondario: il maresciallo Terenzio Garrone.
Vent’anni di servizio alla stazione dei carabinieri di Savignone gli erano valsi quell’apprezzamento popolare che lo aveva condotto al ruolo di comando, oltre che un rapporto di stretta conoscenza con gli abitanti dell’intera vallata, residenti e non.
Aveva un’espressione rigida e imperturbabile di natura, al punto che da tempo ormai nessuno si provava più a scommettere su ciò che gli poteva balenare in mente quando puntuale si portava là dove fosse stato richiesto il suo intervento. Le tragiche circostanze di quel maledetto mattino d’ottobre dovevano però rappresentare un’eccezione: Giuse era il più anziano di tutti, il capostipite di un’epoca secolare; in lui si personificava l’idea stessa di campagna, un’idea sontuosa; Giuse era la campagna e con la sua morte era come se la campagna fosse scomparsa, fosse morta con lui. Questa volta, la maschera cruda del maresciallo avrebbe per forza dovuto tradire l’ansia di un’emozione, il tormento di una sofferta partecipazione. Almeno così si aspettava quel manipolo di contadini impauriti. Si aspettava. Ma invano.
«Di’ loro di sgombrare in silenzio!» aveva ordinato all’ap¬puntato alla guida, prima di scendere dalla 156. «Hanno visto abbastanza!»
«Largo! Fate largo!» sbraitò l’autista alla folla. «Liberate il piazzale, adesso! Tornate a casa!»
«Ma è il nostro Giuse!» si lamentava in lacrime Rosina, riportandosi di scatto verso l’orto.
«Si allontani, signora!» la investì un carabiniere al cancello. «Non ha sentito?» aggiunse allargando le braccia per bloccarne il passo.
«Ehi! Che modi sono questi?» intervenne Raffaele.
«Che male c’è se restiamo qui?» chiese Felice.
«Mica ostacoliamo le indagini!» borbottò Valeria.
«Decido io che cosa mi ostacola o no!» si infuriò Garrone. «Se volete restare restate allora, ma almeno qualche metro più in su!» proseguì tagliando in due una platea sbalordita, puntando l’indice all’indietro verso la rampa d’accesso al piazzale.
Tullio fu il primo a rispondere all’invito, quindi fu la volta di Bruno e di Nilde, seguiti a ruota dall’intero stuolo di visi incupiti. Rosina a chiudere la processione, muta ma singhiozzante.
Il corpo di Giuse era riverso su un fianco nell’angolo più lontano dell’orto: anche in quel miserevole stato, per chi non l’avesse conosciuto in vita sarebbe stato improbabile arguire che si trattava di un ultra novantenne, data la stazza ancora robusta. Indossava una camicia leggera, le maniche arrotolate ai gomiti, un mazzo di chiavi appeso a un passante dei calzoni. Doveva di certo venire dalla casa situata lì di fronte a una decina di metri, nell’ultimo tratto di strada carrabile, ma per quale motivo si fosse recato tra le sue colture la sera tarda, se non addirittura a notte fonda, fu il primo interrogativo di Garrone. I successivi gli giunsero in pochi istanti, miscelandosi tra loro come nel vortice di un frullatore: l’assassino si era appostato al buio sorprendendo Giuse nel luogo in cui l’avrebbe poi ucciso, oppure ve lo aveva sospinto, magari inseguendolo fino al punto in cui la rete ne avrebbe impedito la fuga? E se invece i due fossero usciti insieme dall’abitazione? L’ipotesi d’altronde era coerente con l’abbigliamento del vecchio, anzi a ben ragionarci pareva la più probabile: i due potevano cioè aver trascorso in compagnia le ultime ore, o anche soltanto gli ultimi minuti, e poi essere andati lì. A far che cosa però restava comunque del tutto nebuloso, così come nulla consentiva di dedurre se ci fossero state o meno altre persone.
A prima vista, invece, la dinamica dell’omicidio non presentava dubbi: sul bordo della pala del badile adagiato tra le foglie di lattuga si scorgeva una chiazza scura di sangue. Da uno sguardo d’insieme non si notava poi alcun elemento tangibile da cui potesse desumersi una lotta: l’erba e gli ortaggi apparivano intatti dappertutto, senza segni di calpestìo o impronte. Così anche quel dettaglio riportava all’interrogativo iniziale: la vittima era stata colta alle spalle oppure si trovava, inconsapevole, a tu per tu col suo carnefice, che dunque conosceva bene?
Uno dei due uomini in borghese si accasciò accanto al cadavere per esaminarlo, mentre l’altro estrasse dalla borsa a tracolla una robusta macchina fotografica e cominciò a scattare decine di immagini, Garrone lì in mezzo al recinto, in silenzio, intento a scrutare ogni centimetro quadrato della scena.
«E’ morto da qualche ora» disse il primo. «Lo hanno colpito alla tempia. Più volte…» aggiunse, rialzandosi per liberare il campo all’obiettivo del fotografo.
Gli spettatori sfollati si erano stretti lungo la strada, un corridoio di un paio di metri delimitato da una parte dalla casa di Giuse e dall’altra da quella di Gervaso. Solo coloro che si affacciavano al piazzale, quattro o cinque al massimo, potevano osservare gli eventi.
«Che sta succedendo?» urlò Tullio dal fondo della fila, con l’evidente rammarico d’aver per primo abbandonato la postazione iniziale.
«Diteci qualcosa!» lo appoggiò Nilde.
«Niente di particolare» rispose Osvaldo dall’avamposto. «Guardano e fanno delle foto.»
«Ora ci interrogheranno tutti…» disse Gianni col tono assorto e teso di chi, sebbene estraneo al fatto, teme di dover comunque avere qualcosa da confessare.
«Sì, ci interrogheranno forse, ma non subito…» gli rispose Raffaele. «Siamo troppi. Da chi dovrebbero cominciare?» domandò. «Prima faranno qualche indagine…»
«E per scoprire che?» sbottò Felice. «Giuse viveva per i fatti suoi…»
«Mica tanto, evidentemente!» a Raffaele non piaceva essere contraddetto.
«Se nessuno lo ha più visto con altre persone! Da quando ha ceduto il negozio…»
«Beh? E che significa?»
«Significa che…»
«Che c’è un balordo in giro, ecco cosa significa!» sentenziò Nilde; e di fronte a quel sospetto sbandierato nessuno azzardò altre parole, ognuno preso da un rinnovato sussulto di angoscia.
Il maresciallo Garrone ne aveva visti di morti ammazzati dal giorno in cui aveva fieramente indossato la divisa dell’Arma, ma non uno di quei delitti si era macchiato di tanta esecrabilità. E poi si era sempre trattato di situazioni fin da subito evidenti e definite: una lite tra congiunti, un furto, un dramma passionale. Chi mai poteva invece aver avuto una ragione per scagliarsi contro quel povero vecchio? Quali indizi e quali testimonianze avrebbero potuto condurre alla verità? Non restava altro da fare che seguire il protocollo ordinario degli accertamenti oggettivi. La casa innanzitutto: andava messa sotto sequestro per un’accurata perquisizione. Ma intanto volle darle una rapida occhiata e, recuperate le chiavi dal cadavere, con passo rapido uscì dall’orto e si portò verso l’uscio, sotto sguardi furtivi e trepidanti; quindi aprì la porta ed entrò.
Si respirava un’aria di chiuso, intrisa di un odore acuto che sapeva di stantio. Non ricordava quando fosse stato ospite di Giuse l’ultima volta, ma nemmeno di aver provato la stessa sensazione sgradevole. Gli sovvenne che Tina all’epoca era ancora in vita, e si sa che le cure di una donna molto spesso regalano all’aria piacevolezze profumate.
Proseguì a destra e si trovò in salotto: subito fu colpito dalla schiera disordinata di fotografie che affollavano la parete dietro al divano: una sequela di immagini di ogni dimensione, perlopiù ritratti, sistemate in cornici a vetro dal profilo di legno scuro, spesso e lavorato. La figura di Dante era piazzata in punti diversi, a mezzobusto, in piedi col forcone davanti alla mangiatoia della stalla, in una accanto al suo mulo, in un’altra in sella; anche Tina appariva qua e là col suo faccione giulivo, sempre in posa nel piccolo cortile che introduceva al negozio; e poi animali, paesaggi campestri, un paio di automobili d’epoca, nature morte insignificanti, e volti sconosciuti, almeno cinque o sei, tra cui proprio al centro uno molto più grande, quasi imponente al paragone col resto: un primissimo piano in bianco e nero di un uomo dalle rughe scolpite, il capo lievemente chino e inclinato verso la spalla sinistra, lo sguardo perso nel vuoto, giù in basso.
«Queste foto non c’erano» disse sottovoce all’appuntato che lo aveva raggiunto, mentre incuriosito andava alla ricerca di ogni dettaglio che vi potesse essere racchiuso, vagando da un lato all’altro della parete con malcelata agitazione. «Dev’essere cambiato qualcosa» aggiunse pensieroso. «Dovremo perquisire le stanze a fondo. Forse troveremo una strada…»
«Chiamo la centrale perché mandino la squadra?» gli chiese l’appuntato.
«Sì, certo. Intanto usciamo e mettiamo i sigilli. Tra poco arriverà il giudice.»
Il sole era già alto da un pezzo quando il viavai di mezzi e personaggi ignoti abbandonò il luogo. Una lunga striscia di nastro bianco e rosso ora impacchettava la casa di Giuse. Con mestizia gli osservatori presenti si incamminarono verso la propria, la mente sbandata, le bocche cucite, il cuore e lo stomaco in pezzi, le orecchie sorde anche all’ultimo urlo di Rosina, inesausto e stridulo.

 

 

La menzogna è una benefica rappresentazione della realtà che nasconde al mondo verità scomode: sempre fedele al suo teorema, Ludovico Mangiapane, poeta solitario, se ne fa strenuo interprete perfino con il suo avvocato difensore, l’affascinante e misteriosa Laura Barabino, chiamata a proteggerlo dalle tenaci e arrembanti indagini del ruvido maresciallo Terenzio Garrone, che lo sospetta dell’assassinio del vecchio e ricco contadino Giuse.
Dietro uno scenario all’apparenza assurdo di relazioni scabrose, spirito di vendetta, eredità messe in gioco con una fantomatica e sadica caccia al tesoro, enigmi, tradimenti, ricatti, i personaggi vivono la loro storia e le loro ansie nell’intreccio confuso tra verità e menzogna, fino al colpo di scena conclusivo in cui la presunta realtà si rivela beffarda menzogna del destino.

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