Luigi Romolo Carrino
L´agave e la polaroid

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Titolo L´agave e la polaroid
Autore Luigi Romolo Carrino
Genere Musica      
Pubblicata il 12/09/2008
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Note eh eh eh...

Il pergolato, le grosse pigne di uva bianca del pergolato, il pergolato che congiunge la loggia. La loggia è raggiungibile da una scala esterna, ha due rampe in pietra lavica molto, molto larghe, e cade sul lato sinistro della casa. Su ogni gradino ci sono vistosi vasi di terracotta con agavi americana marginata, agavi victoria reginae.

Sotto il pergolato dell’uva bianca, l’uva con i chicchi oblunghi, due contadine con foulard annodato sotto il mento infilzano veloci e con un grosso ago foglie di tabacco in uno spago spesso. Stanno sedute per terra, sul pavimento di cemento, a gambe unite, in silenzio, nello sfregolio delle mani alacri, nello spazio coperto proprio dal pergolato dell’uva sant’Anna (l’uva che matura il giorno in cui si festeggia la santa). La donna, la più anziana delle due, toglie lo spago dall’ago e alza in aria - un solo momento - una specie di gonnellina fatta di foglie verdi, genere Nicotina tabacum, chiaro, nordamericano. La donna, la più anziana delle due, osserva attentamente il lavoro di assemblaggio, sistema l’allineamento verticale delle foglie ‘cucite’, foglie Burley ellittiche, leggermente lanceolate, in modo da farle scendere dritte e aderenti le une alle altre, chiude a portafoglio, ripone la ‘gonna’ in cima al mucchio delle altre che ha lì di fianco. Quindi prende un altro spago, precedentemente tagliato e lungo 55, massimo 60 centimetri, la lunghezza esatta a contenere il preciso numero di foglie, fa un nodo spagnolo in coda, infila l’altra estremità nella cruna, afferra la prima foglia, stesso ritmo.

A destra della scala c’è un camino aperto, senza struttura, su cui bolle dell’acqua - se ne intuisce il vapore - in una grossa pentola di alluminio, annerita. Appena di fianco, spostato leggermente a destra del caminetto, un gatto con un occhio solo e la coda mozza osserva i movimenti delle due donne attirato dalle fluttuazioni dello spago. Segue un treppiedi di legno, aperto, con un secchio blu che pende, una grondaia che non comincia, non finisce. A destra del camino una fontanella con una - sembra - una lunga pompa verde attaccata, e l’altra estremità finisce in una capiente bacinella di plastica verde, con tre manici, piena d’acqua fino all’orlo. Sulla fontana c’è uno specchio senza cornice e scheggiato agli angoli superiori. Appena dopo il camino comincia il misto di ghiaia nera e sassolini. In lontananza, ancora verso destra, la testa di un cane addormentato, la sua ciotola, un paio di bisogni presumibilmente del cane stesso e parte della sua cuccia improvvisata con lamiere di eternit.

In corrispondenza della scala di pietra, proprio davanti, un motociclo Ape Piaggio a tre ruote con piccolo rimorchio annesso. Sul rimorchio ci sono agglomerati di tabacco riposti accuratamente in balle di iuta. Una è aperta, tutte le foglie hanno il picciolo rivolto dalla stessa parte, dalla parte più comoda per prelevarle.

La donna, l’altra, la più giovane delle due, si alza e si dirige verso il motociclo, prende una bracciata di tabacco e ritorna da dov’era venuta. Quindi distribuisce una quantità di foglie all’altra donna, la donna anziana, operando un’equa spartizione posa le foglie direttamente sulla gamba destra. La donna anziana si concede un attimo di pausa, esattamente il tempo necessario affinché la donna giovane sistemi le foglie, tentando nel frattempo di disciplinare con le mai annerite e viscide una ciocca di capelli sfuggita dal foulard – non riuscendoci -, e poi riprende, sempre stesso ritmo. La donna più giovane delle due non si risiede subito, osserva la ciocca di capelli fuoriuscita dal foulard dell’altra donna: con movimento scomposto - ma repentino - allunga il braccio libero e rimette la ciocca al suo posto. Nel ritirare il braccio dal foulard la donna giovane toglie anche un filo d’erba che giace sulla spalla dall’inizio della scena, sulla spalla della donna anziana.

Il cane da caccia alza un momento la testa riprendendosi dal suo torpore, punta lo sguardo dietro di sé, con uno schiocco di denti afferra una mosca fastidiosa nei pressi della coda, abbaia, si alza, scodinzola, guarda un uomo che arriva lento. Sui 45, forse 50 o 60, anziano, con rughe profonde sulla fronte, abbronzato, guida una carriola vuota. Si dirige verso le due donne, si ferma, mette giù la carriola, raccoglie un po’ di ‘gonne’ dal mucchietto - ancora un po’ - fino a quando la carriola si riempie. Alza con le braccia la carriola a telaio angolare, vasca bordo chiusa e ruota pneumatica, afferrando i manici tubolari che servono alla guida. Con una rapida rotazione sulla ruota unica, centrale, punta da dove è arrivato e si incammina.

Si ferma due metri dopo, lascia la carriola e va di nuovo verso le due donne, le supera e sparisce nell’antro ricavato sotto la scala in pietra lavica vesuviana – la cucina, sì -, ne esce con una bottiglia di orzata e un bicchiere, lo dà alla donna anziana. La donna si ferma, prende il bicchiere, attende che l’uomo lo riempia, e poi beve nell’esatto istante in cui l’uomo si attacca alla bottiglia. Finiscono di bere insieme, lei restituisce il bicchiere e riprende col solito ritmo. L’uomo esegue gli stessi movimenti con la donna giovane, la donna giovane attende che il flusso bianco e trasparente arrivi all’orlo del bicchiere, quindi beve.

L’uomo riporta il bicchiere in cucina, ne riemerge quasi subito, si asciuga la bocca con un braccio proprio mentre si dirige verso la carriola. Riafferra i manici, riprende la sua strada verso i telai per stendere le ‘gonne’ di tabacco che il sole essiccherà. Il cane da caccia Levesque, una razza molto rara e giocherellone, rimasto in piedi per tutto il tempo, scodinzola, abbaia e scodinzola quando l’uomo gli arriva più vicino, lo segue con lo sguardo, l’uomo anziano che si allontana, lo segue con lo sguardo fino a quando l’uomo sparisce dalla sua vista. Si risiede, si accuccia, si riaddormenta. Le due donne continuano.



Giro la foto. Dietro c’è la mia grafia incerta: 26 luglio 1976. Masseria dei nonni, Ospedaletto. Ho otto anni ma sembro più grande. Io sono sui gradini, di fronte alla nonna e alla zia. Non mi si vede perché l’agave mi copre. Papà non se n’è accorto, quando ha scattato la Polaroid.

 

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