Luigi Romolo Carrino
Esercizio 10

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Titolo Esercizio 10
Autore Luigi Romolo Carrino
Genere Musica      
Dedicato a
JM, vediamo che dice il nostro RE-Censore
Pubblicata il 19/09/2008
Visite 4031
Punteggio Lettori 113
Note tratto da ´Esercizi sulla madre´
10.

Intanto mi tengo a debita distanza dalla tua camera da letto. Mi lascio andare alla paura che la pioggia di sera trascina con sé. La pioggia batte sui vetri della finestra.
Qui, in cucina, le ombre sono più scure, ma da qui il silenzio non restituisce fantasmi.
Mi rassicura il fatto che la finestra della tua camera da letto resterà chiusa. Perché anche le finestre, se lasciate aperte, sono vendicative.
Ho un bicchiere pieno d’acqua nella mano destra, una sigaretta accesa che mi pende dalle labbra. Raggiungo il divano, il bicchiere è troppo pieno e il fumo mi va negli occhi. Nel sedermi la mano mi trema. L’acqua cade sul tappeto.
Ieri ho dormito molto a lungo. Mi sono sistemata proprio qui, sul divano in cucina. Mi sono stesa un attimo, intorno alle due del pomeriggio. Non è che volevo davvero dormire ma tant’è sono crollata.

È come in tutti gli altri sogni, lo so. Non sono sola, sono con qualcuno che conosco ma non so come faccio a conoscerlo. So che camminiamo insieme su un lungo viale dentro a un parco. A un certo punto ci fermiamo. Io indico la mia tomba coperta di erbacce, abbandonata. Non riesco a leggere la data e lui mi dice che sono cieca. Riprendiamo a camminare, senza parlare per molto tempo, io conto i passi a due a due accennando un motivetto a bocca chiusa.
Mi domanda se riuscirò da sola a trovare la strada di casa. La strada giusta.
Incredula gli rispondo: “Che dici? Assaggia questa quercia. È salata. Ascoltala, ha un suono pungente e stridulo, affaticato. È miele versato in un bicchiere stretto, è biondo e piegato nelle cime, non è il platano che sento laggiù, quello all’incrocio, lì, dove devo svoltare. Non potrei mai perdermi”.

Mi sono svegliata alle due del mattino solo per un attimo. Vi ho visti tutti e due vicini, vi tenevate per mano. Ma non ce l’ho fatta a parlarvi, a chiamarvi. Mi sono riaddormentata quasi subito, mi sono sentita in qualche modo protetta. Lo so, non mi fareste mai del male.

È mezzogiorno, forse poco più tardi. Ho fatto la pasta stamattina, appena sveglia. Ho scongelato le bistecche, ho condito già l’insalata, ho affettato il pane e preso il vino dalla cantina, l’ho stappato, lasciato nella brocca a decantare. Ho appena finito di stendere le lenzuola sul terrazzo e mi prende una paura terribile: il sugo sul fuoco e tu da solo. Faccio di corsa le scale e arrivo trafelata al piano terra. Meno male, la pentola è ancora lì, sul fornello. Potevi tirartela addosso. Ti afferri a ogni cosa con curiosità. Un rumore dal bagno, un tuffo, mi fanno trasalire. L’urlo. Mi scaravento con tutto il corpo verso il bagno: sei dentro la vasca, nell’acqua bollente. Inorridita ti tiro via, la faccia ti si accartoccia tra le mie mani, un foglio spiegazzato. Chiamo tuo padre con quanto fiato ho in gola.

Altre dodici ore di sonno. Stesso sogno. Sono con qualcuno che conosco. Ma come faccio a conoscerlo? Solo che stavolta non siamo soli. Quando arriviamo alla mia tomba sento ridere due bambini, gemelli, perfettamente uguali lo so, non ho bisogno di vedere. Saltano, con una corda credo, proprio sulla mia tomba. Chiedo loro se sono già capaci di leggere. Rispondono: “Sì che sappiamo” senza smettere di saltare, di fare i loro gridolini. Chiedo loro di leggere la data della mia morte. E loro: “Sì, la leggiamo”. Si piegano all’unisono (ma come faccio a saperlo, io che non occhi per vedere? dovrei essere cieca, me lo ricordo dal sogno di prima…). Continuando a saltare fino a raggiungere la scritta. Si rialzano, continuano a giocare. “Allora ditemela”, chiedo dopo qualche secondo. Ma loro ridendo e saltando rispondono: “No”.
Io e l’uomo che conosco ma non so come (è un uomo?) riprendiamo la passeggiata.
Camminiamo sul viale. Lui mi dice che sono cieca. Divento triste al pensiero di essere cieca. Io conto i passi a tre a tre e accenno un motivo. Sento dei passi, molto vicini. Qualcuno sta venendo da questa parte.
Lui mi chiede: “Riuscirai a ritrovare la strada di casa?”
Lo rassicuro: “Ma cosa dici? Tocca questo sampietrino. È molle, stantio, ha un suono disperato, rassegnato. È una banana chiusa in una buccia stretta, è bruno e smussato da un lato solo. Non è il sampietrino che toccherò laggiù, quello all’incrocio, lì, dove devo svoltare. Non potrei mai perdermi”.

Sono uscita per due ore. Guido distratta, affollata dagli oleandri ai lati dell’autostrada, mi pare di aver già fatto questa strada molte volte. In realtà non mi sono mai avventurata da queste parti. Mi sposto sulla corsia di sinistra, pigio sull’acceleratore.
Davanti a me c’è un paesino, non so dove sono, le case sono tutte abbarbicate su un po’ di collinetta. Il campanile. Si vede sempre un campanile dall’autostrada. Soprattutto in questi paesini. Tu dormi, sul sedile posteriore. Sarai stanco, hai giocato con la corda tutta la mattinata. Avrei dovuto portarti dal dottore per il tuo controllo mensile. Per la dieta, per la carenza di zinco. Cinque mesi di dieta per favorire la ricostruzione dei tessuti. Non serve a niente. Sono qui, invece, a duecento chilometri da casa. Esco all’uscita che mi si para davanti. Una strada provinciale appena un po’ in salita, piena di platani. È quasi inverno ma ci sono ancora molte foglie sugli alberi. Alla fine le case, il paese. Rallento. Vado dritto. Svolto a destra. Poca gente per strada. Giro. Faccio il giro tre, quattro, cinque volte. Faccio un altro giro, sempre in macchina. Tu dormi. A un certo punto imbocco una stradina stretta e in lontananza c’è la chiesa, quella del campanile. Probabilmente c’è una piazzetta, e forse non ci posso arrivare con la macchina. Accelero, eppure non potrei andare a questa velocità. Non potrei proprio. Mi immagino spiaccicata sul portale della chiesa, dentro il campanile, la campana che cade sulla macchina. Il tutto è di una bellezza orribile. Invece c’è uno del paese che mi urla qualcosa, gesticola, mi fa segno di rallentare. Bestemmia. Rallento, mi scuso, faccio marcia indietro. Riprendo il viale dei platani, arrivo all’autostrada. Percorso al contrario. I platani. Duecento chilometri all’indietro. In metà del tempo. Vedo il cancello del vialetto di casa aperto. Non rallento moltissimo, giusto il necessario per curvare senza schiantarmi con la mia station wagon. Ti svegli proprio mentre sto affrontando la curva. Ti alzi dal sedile e la tua faccia deturpata si staglia nello specchietto retrovisore. Svolto. Ti osservo dallo specchietto: cosa stai guardando? Non comprendo l’orrore dei tuoi occhi. Tuo padre è accovacciato, aggiusta la tua bicicletta, proprio lì davanti. Freno. Ma non basta.

Intanto mi detesto. Mi lascio andare alla furia, al tremore rabbioso che la pioggia di sera sbatte sui vetri della finestra.
I maligni dicono che di notte facciamo sortilegi e che uccidiamo gattini appena nati. Essi dicono che noi madri recise, interrotte, di notte ci trasformiamo in pipistrelli, in velenosissimi serpentelli o in sirene della terra.
In realtà le madri a volte piangono ed è una musica che incanta. Perché quando una madre piange tutto il mondo l’ascolta, deve ascoltare, non può farne a meno.
Certo, anche nel pomeriggio ho dormito. Rigorosamente in cucina. Non voglio rischiare. Il sogno della tomba. Il terzo sogno. I gemelli continuano a saltare, a ridere. Non mi vedono. Mi guardo intorno e sono in un parco, pieno di platani. Di oleandri. Sembra che questi alberi vivano due stagioni. Gli oleandri sono secchi, rigidi. Senza foglie. I platani no (ma sono cieca!). Sono con quello che conosco. Mi chiedo quando l’ho conosciuto. In quale circostanza. Tira un leggero vento sul viale dei platani che porta alla stazione ferroviaria. È qui che devo arrivare, a una stazione? Il vento è blu. Lui mi dice che non ci vedo (lo so, ormai). Che tristezza non vedere. Camminiamo uno vicino all’altro, io mi conto i passi e fischietto una canzone.
Mi chiede: “Riuscirai a tornare a casa?”
Lo guardo: “Certo. Perché me lo chiedi? Mi succede a volte di mettere un cosa sotto un lampione spento ad esempio. E questo è sbagliato, lo so, perché quando ci passo accanto non me ne accorgo. Altre volte accade che metto una cosa su un’altra dello stesso colore. Come il platano lì all’incrocio, l’ho messo troppo vicino alla stazione che ha le pareti esterne dello stesso colore della sua corteccia. E io da qui non lo vedo il platano, quello all’incrocio, lì, dove devo svoltare. Ma non potrei mai perdermi, credimi. Basterà colorare la corteccia del platano di verde scuro, o i muri della stazione di arancione. Vedrò tutto, lo so”.
Che voce azzurra è la tua. Prorompe all’improvviso nello spazio che mi circonda, ignorando il filo della conversazione che stavamo facendo, la solita conversazione, riguardo la tua faccia, il tuo sfregio perenne. Mi guardi la bocca, sembra tu voglia esplorarmi la cavità orale. La tua voce è un bouquet di suoni, cambia venti o trenta volte in una manciata di secondi. È la tua voce, la mia fisiognomica. Io ho una cattiva memoria e non ricordo com’era prima il tuo viso. Tu me lo chiedi, ma io non me lo ricordo. Ma in fondo c’è poco da fidarsi dell’espressione di un volto perché le facce sono instabili, dipendono dagli stati d’animo, dal momento dell’incontro, cambiano, sono linee confuse. È per questo che mi riesce difficile ricordarle. La voce invece ha sapore, odore. E la tua faccia ha segni per me indecifrabili.
Sono entrata adesso nella tua stanza. Sono venuta per dirti che non mi sento molto bene. Mi ha colta un malore strambo, tra le cosce. Certo non posso dirtelo, non posso dirti cosa sento. La finestra è spalancata. Hai usato un filo di ferro, di quelli che usiamo per tenere su le piantine di pomodoro che coltiviamo nel nostro giardino. Le piantine di pomodoro tenute in piedi a luglio, per evitare che i frutti marciscano toccando la terra. L’ombra oscilla sulla parete a sinistra. Non ho coraggio ad alzare gli occhi. L’ombra oscilla, è il contasecondi di un pendolo gigante. Un pendolo. A chi mai sarebbe venuto in mente di pensare a un pendolo?
Non c'è ragione o spazio o follia che mi insegni a piangere. Non c'è alito o odore o movimento che indichi la vita in questa stanza. Ancora non ho il coraggio di spostare lo sguardo, non ho il coraggio di emettere l’urlo che urla dalla mia fessura e mi sento ventriloqua di niente, burattinaia senza fili da muovere, senza teatro né spettatori. Né marionette. Né mio figlio. Né mio marito.
Sedici anni, tre mesi, dodici giorni: questa è stata la tua vita, poco più di trecentottantasettemilioniduecentoquarantacinque-mila oscillazioni.
Sei appeso per il collo, alla finestra, quasi pare tu stia gongolando (dormi bambino mio), e a vederti penzolare (la tua ombra sulla parete) non mi dà dolore. Ma è la tua vita che se ne va di lato (dormi, dormi bambino mio), soffiata appena appena dal tempo (dal vento) che scorre, un niente che sfugge al tempo reale, qualcosa che si ferma all’improvviso (ma quanti anni avevi? non più di sei, nascosto dietro l’albero). Anche la testa è piegata di lato (da dietro l’albero mi vedi, ridi, mi vieni incontro), sembra tu voglia nascondere ai miei occhi una malinconia di cui ti vergogni (inciampi su una pietra, cadi, ti fai male).
Io non ho il potere di urlare (urlo terrorizzata e corro a rialzarti e), ho paura della mia voce (ti do un bacio e tutto passa, tutto questo male passa).

Quarantadue ore di fila. Tranne che per i brevi istanti del risveglio, il tempo di bere un po’ d’acqua e fumare una sigaretta. Sto dormendo ormai da quarantadue ore.
Il sogno. Sono con l’uomo che conosco. È mio marito. Ci siamo incontrati alla stazione, me lo ricordo adesso, nel sogno. Stavo partendo per Londra, per studiare inglese. C’è vento. Un po’ di polvere mi va negli occhi. Non vedo bene e sto quasi per cadere mentre salgo sulla carrozza. Lui mi afferra per un braccio e mi dice sorridendo “Mind the gap!”. Non parto. Camminiamo uno vicino all’altro, io mi conto i passi e fischietto una canzone. Mi chiede: “Tornerai?”. Lo guardo: “Certo. Presto”. Mi dà un bacio sotto il lampione spento, dietro al platano, vicino alla stazione con i muri arancione.
I gemelli da lontano arrivano saltando. Appena riesco a scorgere il loro volto mi accorgo che uno di loro ha la faccia ustionata. Nessun tratto del suo viso è riconoscibile ma lo so, un tempo erano identici. Mi dicono: “Portaci con te”. Io chiedo: “Come è successo?”. Non rispondono. Uno dei gemelli prende la corda e la lancia sul ramo del platano, vicino alla stazione. Ho paura. “Prendimi con te”, dice il gemello con il viso distrutto. Mi guardo intorno e cerco mio marito ma ho la sensazione di avere qualcosa negli occhi. Non ci vedo.
“Quanti anni hai?”. Non so neanche io perché glielo chiedo. Ma c’è l’altro gemello che risponde. Pende dal platano, appeso per il collo, con gli occhi fuori dalle orbite.
“Sedici”.
E l’altro, voltandosi di spalle aggiunge: ”I numeri sono rivelazione, algebra dell’intenzione”. Si incammina verso il parco, masticando una specie di filastrocca. Si incammina verso la mia tomba che adesso riesco a scorgere perfettamente, in lontananza: “Uno è duro, compiuto, un uomo fiero e con un bel fisico, nero. Due è grigio, ma se è perlaceo diventa una donna sorridente, e se è nero allora è una porta senza serratura, aperta. Tre è una ruota ma anche un uomo tetro e quattro è una donna seduta o inginocchiata. Cinque è un gancio del cielo verso la terra, sei un abbraccio della terra al cielo con una sola mano. Sette un bastone alto. Otto è innocente, latteo ma anche una farfalla eterizzata. Nove è la testa della terra che cerca la spalla del cielo. Dieci è un uomo solo con un bel fisico davanti a una porta aperta. Zero non è naturale, Zero non appartiene ai numeri naturali”.
Sto per svegliarmi, lo so. Ma non prima che il gemello appeso con le sue ultime parole dica: “Ogni combinazione, ogni coppia, tripla, ennupla ha la sua identità precisa. Quarantadue è una madre seduta dietro la porta che aspetta. È questo che volevi sapere, vero?”


Altro risveglio.
La sigaretta.
Il bicchiere d’acqua.
Mi stendo sul divano.
Il suono del buio che viene si affretta a riparare il mio respiro.
Mi riaddormento.
Il fumo.
Poi, il fumo.
Tu e tuo padre vi tenete per mano.
Tu mi scuoti, mi svegli.
La cucina è piena di fumo.
Il divano è bruciato.
Ho una mano bruciata.
Mi alzo di scatto e corro verso l’uscita.
Sto per aprire.
Appoggio la mano ustionata sulla maniglia…
E.
Non so.
Non ne vedo il motivo.
Non capisco perché aprire la porta.
Uscire.
Dove.
Dove.

Poi il fuoco.
Vicino.
Poi sempre io, davanti alla porta.

Chiusa.

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