Luigi Romolo Carrino
Restare tutto quello che resta

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Titolo Restare tutto quello che resta
Autore Luigi Romolo Carrino
Genere Racconti Brevi      
Dedicato a
sempre a JM;
Pubblicata il 22/09/2008
Visite 3903
Punteggio Lettori 62
Note da ISTRUZIONI PER UN ADDIO, raccolta di racconti a tema.

Disse al telefono, che ci sarebbe vissuto a lungo in quella casa, che non c’era bisogno di lasciarla. Nico capì in quel momento che il sangue gli scorreva troppo denso nelle vene. Fuori qualcosa moriva: l’ombra di Nico, sulla parete di fronte, si fermò. Betta, la gatta, non smetteva di miagolare. La fame. La sete. Un giorno d’estate era passato, lasciando traccia sulle cime degli alberi in agosto. La voce al telefono disse che andarsene, andarsene per sempre, era come andarsene senza portare via niente, alla rinfusa, niente scatole, niente da toccare, tutto resta così com’è. Così era come non andarsene mai. Nico pensò che doveva tagliarsi i capelli, chiudere Betta nel freezer, riparare la vecchia Suzuki, passare in pasticceria a prendere la torta mimosa per il suo compleanno. L’altro, al telefono, domandò l’ora. Nico pensò di partire. Di restare. Nico disse: “è colpa mia”. L’altro, al telefono, con ironia disse: “alleluia”, e Nico pensò all’ira di Dio.
Disse al telefono, che sarebbe stato inevitabile a lungo andare. C’era stato tutto, ma tutti prima o poi se ne vanno. Nico pensò che lui non se ne sarebbe mai andato da nessuna parte, da nessuno, da niente. Perché prima di partire ci aveva sempre pensato. Lui sarebbe sempre stato quello che resta, quello che rimane. Nico pensò che era naturale, per lui, restare. Nel salone sentiva puzza di caffè bruciato, di sigarette stantie, mentre di là in cucina qualcosa cadeva dal lavello. Si rese conto che la carta da parati era da cambiare. Diede un calcio a Betta ma se ne pentì immediatamente. Da qualche parte, un giorno d’estate stava passando senza lasciare traccia sulla superficie del mare. Il mare delle sue sere d’ottobre. La voce al telefono disse che piangere, piangere non era cosa da uomini e che, alla fine, se cominci a piangere, ti viene da piangere sempre di più. Allora tanto vale non farlo. Nico pensò allo spazzolino, da solo, nel bicchiere in bagno, allo scarico che perdeva da tre mesi e alla bolletta dell’acqua. Ma non pensò alle lacrime, né aveva voglia di piangere. La fame. La sete. Solo se ne stava in silenzio, ascoltava. L’altro al telefono, domandò se c’erano ancora spese da pagare. Nico pensò alla voce di sua nonna, la nonna che cantava ninne nanne a bocca sdentata, tanto che tutte le parole sembravano uguali. Ma lui le capiva tutte, non erano uguali, le parole. Nico disse: “non tornerai più”. L’altro, al telefono, disse solo: “no, non tornerò”, e Nico pensò di andare al mare. Ma non era ottobre. Ci ripensò. Riattaccò il telefono, non prima di salutare, non prima di dire: “mi mancherai”. Nico pensò che aveva sempre detto così a quelli che se n’erano andati. Ed era sempre stato vero. Era vero.
Nico pensò di essere vecchio, pesavano di più tutte quelle mancanze, tutti i ‘mancherai’, ‘è colpa mia’, tutti quanti i ‘non tornerai’. Nico andò in cucina, prese una scatoletta di pollo dal vecchio mobile in formica e l’aprì. La versò nel piatto di Betta. Lei era timorosa di avvicinarsi, ma aveva fame. Sete. Nico le fece una carezza. Poi tornò in salone e cominciò a togliere la carta da parati con l’apriscatole. Inutilmente cercava di togliere quell’imbratto, quell’obrobrio di colore, quel pasticcio metropolitano di disegni, sui muri. Allora pensò di andare al mare, ma era estate. E d’estate Nico non amava il mare, la gente, il sole forte, la sera che non arrivava mai. Allora pensò di uccidersi, ma si sentì come una lucertola al sole, non aveva voglia di muoversi. Si sentì come sempre. Come ad ogni abbandono. Nico pensò che gli uomini non capiscono nulla. Basta essere niente, finti, basta essere due parole, quello che conta quando si vede, apparire. Nico pensò che era troppo tragico, melodrammatico, mentre le ombre fuggivano dalle sue mani e si incollavano ai muri del salone, i flutti del sangue, il corpo di Betta, e tutte le cose che avrebbe voluto dire e non aveva mai avuto il coraggio di dire sparse sul pavimento. Nico pensò di seguire lo sguardo fuori dal balcone, dal settimo piano, e per una vola gli sembrò di sentirsi accolto, pieno d’amore. Allora si lanciò, nell’aria sentiva il suo stesso sorriso sciocco. Pensò alla povera Betta, al mare di ottobre, alle cose che restano, che restano a terra come macchie e non vanno più via, non andranno via.
Nico pensò che a volte il vento sulle cime degli alberi, in agosto, a volte è gentile, a volte è gentile anche con la superficie del mare. Che peccato, pensò Nico, non andare al mare, è così lontano ottobre. E questo fu l’ultimo pensiero.

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