Luigi Romolo Carrino
Il morso per attaccarsi

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Titolo Il morso per attaccarsi
Autore Luigi Romolo Carrino
Genere Sceneggiatura - Teatro      
Dedicato a
mariano lamberti
Pubblicata il 26/09/2008
Visite 4051
Punteggio Lettori 40
Note un monologo teatrale (20 min circa).
ispirato dal blog di una ragazza anoressica, che sta combattendo la sua battaglia.

 


Il morso per attaccarsi*

(hanging on bite)



 



LA SCENA: Tavolo da cucina apparecchiato per due, cena intima. Le pietanze, quattro, sono tutte coperte (vassoi da portata con coperchio, in acciaio). Una è vuota, una contiene una porchetta, un’altra contiene insalata, l’ultima contiene frutta. Le porzioni sono sproporzionate per una persona sola, anche per due. Due sedie. Da qualche parte c’è un telefono cellulare.

 

 



 


IL PERSONAGGIO: Il corpo è negato, è esiguo, tende a sollevarsi sulla punta dei piedi. La camminata è tale da far sembrare il corpo come sospeso. La postura, tipica, è detta postura dell’angelo: pancia in fuori, una specie di retroflessione del bacino, e scapole lievemente portate all’indietro, con le punte sollevate, come se avesse delle ali e stesse per spiccare il volo. Ha la tendenza a ‘fuggire’, la tendenza a volare via dal ‘qui e ora’, rappresentata dalla contraddizione tra il ‘sentirsi inconsistenti come una nuvola’ e il sentirsi mai abbastanza magra, avvertendo sproporzionalmente la propria corporeità. Lo sguardo esprime un misto di attenzione/allarme (tensione verso l’ipercontrollo), di paura e di ostilità, convivendo con un atteggiamento ‘infantile’ espresso dalla compressione del labbro superiore con quello inferiore, assumendo una fisionomia molto simile al broncio (rabbia orale, difficoltà alla suzione). L’ipercontrollo impedisce di stabilire un contatto fluido con gli oggetti esterni, l’osservazione è a balzi (soprattutto sulle forme filiformi poste orizzontalmente), ritorna spesso su punti già osservati, tende a essere frettolosa, a evitare un contatto prolungato nel tempo. Lo spazio scenico potrebbe essere occupato talvolta con le braccia semiaperte, spinte all’indietro, un misto di onnipotenza (contenere tutto lo spazio) e impotenza (il cerchio delle braccia non si chiude).


 



 

 

 

* Fissazione, resistenza orale. Per il pensiero olistico della Gestalt vi è corrispondenza tra le fasi della consumazione del cibo ed il nostro assorbimento mentale del mondo. Perls:

Si può differenziare lo sviluppo dell’istinto della fame in vari stadi: stadio pre-natale, pre-dentale (succhiare), incisivo (mordere) e molare (mordere e masticare). Durante lo stadio incisivo i capezzoli della madre diventano una "cosa" da mordere; non comprendendo la natura biologica dell’impulso di mordere del bambino, o forse avendo un capezzolo dolente, la madre può agitarsi, e ad esempio ritrarre il seno o dare uno schiaffo al bambino ’cattivo’, condizionandolo all’inibizione del morso. Il mordere viene identificato con il ferire ed essere feriti. Più la capacita di ferire è inibita e proiettata, più il bambino svilupperà la paura di essere ferito; e questa paura di ritorsione, a sua volta, produrrà un ancor maggior riluttanza ad infliggere dolore. In tutti questi casi si trova un uso insufficiente dei denti frontali, insieme ad un’incapacità generale a far presa nella vita, ad ’affondare i denti’ in un compito. Molti adulti trattano il cibo solido ’come se’ fosse liquido, da essere ingoiato a sorsi. Queste persone sono sempre caratterizzate da impazienza. Chiedono l’immediata gratificazione della loro fame, non hanno sviluppato un interesse nel distruggere cibo solido. La loro impazienza è combinata con l’avidità e l’incapacità di raggiungere soddisfazioni.


 

 




Entra con un piatto che contiene tre piselli, una mezza carota, due olive nere. Spot precede i suoi passi, entra asincrona (senso del delay nell’occupare lo spazio; non indispensabile) nell’occhio di luce. Lo spot si ferma sulla sedia. Raggiunta la sedia, dietro di lei, obliqua, compare la sua ombra, estremamente più grassa della sua figura. Man mano che si va avanti l’ombra dimagrisce (video?).

 

Io ho fame tutto il giorno. Sempre. Tutto il giorno. Io vivo di fame, mi nutro di fame. La fame è come il sonno, si accumula e si accumula, non si recupera mai (poggia il piatto sul tavolo; scopre la prima pietanza, dov’è c’è molta frutta, porzione abbondantissima; poi prende un pisello dal contenitore, lo tiene fra pollice e indice, lo mangia facendo fatica a deglutire; ha degli spasmi, tossisce, sputa il pisello nella mano; lo guarda con circospezione, lo lancia lontano).

 

Oddio, mi stavo strozzando… (si afferra la gola; indugia troppo con le sue mani sulla gola; dà la sensazione di volersi strangolare; l’ombra fin a questo momento ha eseguito i suoi stessi movimenti).

 

L’ansia di strozzarmi mi divora… (si acquieta; l’ombra continua a strangolarsi per un po’).

 

Sono perversamente felice! (repentina, si siede sulla sedia ma non completamente, come appoggiata su una parte). Ho conosciuto Marco, ieri. Ieri mi sono svegliata alla 7, avevo fame, mi sono vestita e truccata, sono andata a fare un giretto al centro commerciale, quando sono arrivata  era ancora chiuso. Io sono un po’ strabica, cioè, sono semplicemente miope, no, miope no, strabica, ecco, uno strabismo che mi dà un’attraente espressione tipo Crudelia De Mon a prima mattina… Sì sì (agitata, si rialza) ma era chiuso, il Centro, il Centro apre alle 9, allora ho parcheggiato per bene la macchina e mi sono messa a girare a piedi per Parco Leonardo. Ho incrociato il carrettino dei gelati (maliziosa). Mi sono messa a contare tutti quelli che si fermavano, ma, ma non solo a guardarli, cioè, volevo capire tipo di persone mangia un gelato al cioccolato alle 8 e mezza del mattino (l’ombra dietro ha un cono tra le mani, e lecca un gelato; più magra rispetto alla prima comparsa).

 

Me ne stavo là, a pensare che è da pazzi mangiare un gelato al cioccolato, alle 9 della mattina, io non lo farei mai (l’ombra lecca con voluttà il gelato). Ma che gente è quella che mangia un gelato al cioccolato di prima mattina? ‘Gente allegra’, ho pensato. Ridevano tutti, tutti quanti quelli che prendevano il gelato, il gelato al cioccolato, ma perché solo al cioccolato? Mi sono avvicinata di più, ho pensato che il gelataio avesse solo quel gusto, ero curiosa, stavo per chiedere (l’ombra dietro sbatte il gelato a terra, e ci salta con i piedi sopra) ma poi si è avvicinato Marco. Cioè, ho saputo dopo che si chiamava Marco e, e ha chiesto un gelato alla stracciatella, poi si è girato verso di me è mi ha sorriso. Ho pensato: ‘Visto? Avevi ragione’. La gente che mangia un gelato al cioccolato alle 9, vabbè anche la stracciatella, ma la stracciatella contiene il cioccolato eh?, ho pensato che veramente la gente che mangia un gelato delle 9 è gente felice, allegra (l’ombra adesso ha due coni nelle mani, pare indecisa, lecca da un parte e poi dall’altra, poi li unisce in verticale, poi in orizzontale).

 

Mi fa “Ne vuole uno anche lei?”. Io esterrefatta. Non potevo credere che me l’avesse chiesto, a me. Io, io sono arrossita, ho pensato che potesse pensare che ero lì per comprare un gelato, certo, non poteva sapere che ero lì solo per capire che gusti aveva il gelataio, non poteva saperlo, ma così, chiedermelo così come se fossi la più grande divoratrice di gelati al cioccolato delle 9 del mattino, ho pensato “probabilmente gli do quest’impressione”. Ho risposto “sì grazie, volentieri” (l’ombra lascia cadere i due coni a terra, scuotendo la testa), e gli ho sorriso, cioè gli ho fatto capire che avevo apprezzato la sua gentilezza.

 

Beh, in effetti stava quasi per piovere, e non si mangiano gelati quando piove… Ma chi l’ha detto che se piove non si mangiano gelati?...

 

Ad ogni modo, mi sono distratta, mi sono immaginata la sua faccia, quando avrebbe visto le mie smagliature, almeno le prime volte sarebbe meglio farlo a luce spenta, ho pensato, poi si innamorerà e non sarà più importante. Quando se ne accorgerà non darà più importanza ai miei solchi sui fianchi, alle linee chiare sul seno, sarà troppo tardi per ripensarci... E il ciclo sì, per qualche mese non ci farà caso, tanto poi mi ritorna.

 

“Anna”, gli ho risposto quando mi ha chiesto il nome, e gli ho allungato la mano. “Marco, piacere… Che gusto?”, e sorride, ride, sorride molto, ha i denti bianchissimi. “Solo panna”. Il gelataio mi ha scrutato perplesso, anche Marco per la verità…” Il cioccolato non mi piace” ho aggiunto….

 

Vabbè, siamo entrati insieme nel Centro Commerciale con questi gelati in mano. Abbiamo parlato di noi, lui mi è sembrato sincero, ci siamo detti le cose che facevamo, il lavoro, la casa, gli hobbies… Anch’io sono stata sincera, siamo stati ‘veri’ entrambi (l’ombra inscena una sorta di dialogo, gesticolando molto con fare seduttivo; risulta ancora più magra, ma non ancora della stessa corporatura di Anna). Quando lui è entrato nel supermercato io ho buttato nel cestino il mio cono, nemmeno la panna mi piace più di tanto… Poi l’ho raggiunto, dentro. Lui stava alla cassa,  con un paio di guanti di lattice, io non comprato niente. Ci siamo avviati all’uscita, lui mi ha guardata come a dire “che ci sei venuta a fare qui?” (si arrabbia: diventa aggressiva; l’ombra si spaventa; assume una posizione di difesa), lui mi guarda le scarpe, le mani vuote, mi guarda negli occhi ma non dice niente. Io so, cosa vuole dire. Io so, cosa, sta, pensando: “che cazzo sei venuta a fare qui?”, questo sta pensando, “stronza, che ci sei venuta a fare al Centro commerciale se non ti serve niente? Stronza, se non devi comprare niente? Stronza, che cazzo sei venuta a cercare alle 9 del mattino?! Un cazzo!? Il mio?! Vuoi succhiare il mio cazzo?!” (sconvolta; l’ombra ha assunto la postura di chi si vuole proteggere).

 

Eh, ma io no (calmandosi, via via)… Io no, non cerco. Ho pensato… Ho pensato, che, io, non, cerco. E soprattutto: non succhio un bel niente (si calma definitivamente). Ho pensato, ho pensato che mi stavo sbagliando, che forse mi stava solo guardando fisso perché sono bella, perché sono bella (pausa lunga; assume la postura dell’angelo, sopra descritta nella scheda personaggio; anche l’ombra assume la stessa postura; sembrano in procinto di spiccare il volo).

 

Poi ci siamo salutati (ritorna sorridente; prende un altro pisello dal piatto e lo mangia; l’ombra si rilassa, e fa capire lo scampato pericolo dovuto all’aggressività, tipo ‘si asciuga la fronte’), ma prima ci siamo scambiati il numero di telefono, ci siamo baciati sulle guance. Lui se n’è andato ma io l’ho seguito, anche se pioveva, pioveva a dirotto… Nessuno mangia un gelato se piove a dirotto… È anche un fatto tecnico: devi tenere l’ombrello e il gelato contemporaneamente. Non ce la fai, non ti rimangono le mani libere… E se poi inciampi? O se tira vento e devi reggere l’ombrello con entrambe le mani? O se squilla il telefonino? E se incontri qualcuno e gli devi stringere la mano?... (l’ombra fa capire che si sta annoiando, e che il discorso è palloso; come a dire “un’altra volta ‘sta storia della pioggia?”).

 

Lo rivedo stasera! (sputando il pisello per terra; agitatissima e contenta, sopra le righe). L’ho invitato a cena! (indicando tutto quello che ha preparato; l’ombra approva il cambio di argomento).

 

E sì, sì, quando siamo usciti dal Centro Commerciale l’ho seguito, fino a casa, ho visto dove parcheggiava, dove entrava… Sono scesa dalla macchina e ho cominciato a girare per il suo isolato, mi sono appuntata l’indirizzo ma, così, all’improvviso è arrivata la pioggia, carica, pioveva infinitamente… (l’ombra si mostra scoraggiata per la storia della pioggia che ritorna). Ho aspettato una mezz’ora, lì, sotto la pioggia. Lì sotto la pioggia ho pensato: “stavolta voglio essere più leggera, più fantastica, più sorridente, più bella, più giovane, più ricca, più facile, più spregiudicata”. Ho suonato il campanello, ero tutta zuppa, lui è uscito con addosso il suo camice bianco da dottore, mi ha guardata un po’ sorpreso ma contento, mi è venuto da chiedergli se aveva qualcosa di asciutto da mettere. No, perché fuori retoricamente sta piovendo (l’ombra si dispera, sconsolata) e perciò mi è venuto da pensare “diamine!, fammi entrare!, fammi entrare e fa’ presto!”, o almeno fa’ una cosa qualunque, ho pensato, tipo ho pensato: “mi fai tu una domanda per favore?”, questo mi è venuto. Cioè a vederlo così, Marco appena conosciuto, così vestito di bianco, volevo raccontargli che è stata una settimana terribile, che sono viva, che sono stata da uno, un dottore anche questo, e che quando me ne sono andata ho fatto una cosa strana, cioè mi è sembrato giusto portarmene via la candela dalla sua scrivania, l’ho messa nella borsa mentre si era girato a guardare le finestre. Ma poi mi sono riconcentrata su di lui lì alla porta, mi è venuto da chiederglielo: “Tu le guardi le finestre?” e invece no, gli ho domandato solo “ma tu guardi mai dalla tua finestra, sulla strada?”. Marco mi ha guardata un po’ confuso, mi ha risposto una cosa del tipo “certo, ma quando sono da solo… e che ci fai qui?”. Io mi sono immaginata a pranzare sul marciapiede di fronte casa sua, una cosa che mi fa sentire meno sola dal momento che mi sento festeggiata dalla solitudine, ho pensato che bussare alla sua porta è una forma di presenza ma, ma lui alla fine di tutto, lui mi ha puntato ancora una volta gli occhi addosso, ha puntato gli occhi in basso per vedere le mie scarpe, ancora una volta, e io gli ho detto “niente, abiti vicino a una mia amica, e ho visto dove entravi e voglio invitarti a cena, domani sera”. “Certo… Ma…”, ha balbettato lui. Io ho sorriso: “Ma sei un dottore sul serio?... Ti chiamo per darti l’indirizzo, ciao”. E sono scappata via, sotto la pioggia (l’ombra, che presa una sedia, si è seduta e ha ascoltato attentamente il discorso, adesso si rialza, e allarga le braccia infastidita).

(Anna fa il giro del tavolo, spostando velocemente gli occhi da una pietanza all’altra). Oggi ho pensato a mio padre. Ho mangiato una mezza pesca. Io ho fame tutto il giorno, vivo di fame, mi nutro di fame. La fame è come il sonno, si accumula e non si recupera mai… (scopre la seconda pietanza, c’è dell’insalata, una porzione molto abbondante; prende una foglia, la mangia addentandone visibilmente piccoli pezzettini).

Stamattina mi sono guardata allo specchio: “Se fossi un uomo mi innamorerei di me”, ho detto a voce alta. Non è una cosa bella da dire… Ma è vera. Il potere di sentirsi perfetti, se tutti avessimo questo potere, forse non ci sarebbe nulla per cui piangere. Mi sono sentita un mostro, un mostro bellissimo (pausa; si ferma sulla terza pietanza; la guarda con amore; si siede su una parte della sedia, quasi appoggiata).

** Tu, sempre tu (come riferendosi a un amore passato), tu sempre, il mio primo battito, il mio primo cuore. La prima volta che t’ho visto ho provato la sensazione di cadere da un palazzo altissimo. Una vertigine sì, ma anche qualcosa che mi mordeva le orecchie, sulla nuca (allarga le braccia, come se volesse abbracciare lo spazio), qualcosa che mi schiacciava con la faccia al suolo. E i sensi, tutti confusi, smarriti, un retrogusto acido nella gola, mi è venuta un’indigestione di colori nello sguardo. Dalla prima volta che ti ho visto niente è stato più lo stesso. Tu mi hai ingannata, mi hai fatto sentire sicura, e io avidamente ti cercavo e ti odiavo, e mi sono data. Giorno dopo giorno ti sei impossessato di me, mi hai riempita, saziata del tuo sapore. Sai, io non sono una di quelle ragazze fissate con il fisico da modella, non voglio essere uno scheletro ignorante, secco come una capra, però voglio sentirmi protetta, sentirmi amata, riparata, e non voglio essere trattata come un prodotto, un codice a barre. Tutto questo tempo…Quante volte ho pensato al suono del tuo nome, me lo sono detta a bassa voce, ho morso il tuo nome tra i denti, per aggrapparmi a te, per non lasciarti fuggire da me, per tenerti con me sempre (piange un po’; poi si riprende, sorride; guardando sempre la pietanza). Quando si piange un po’ si sorride. Una punta di sadismo che sta in ognuno di noi, ci piace essere così a volte, sapendo di farci del male (l’ombra vomita; lo fa fino alla fine di questo frame). E io non ho fatto altro che piangere e ridere per tutta la vita, anche se ho amato qualcun altro, dopo, è stato come sentirsi falsa, è stato come sentirsi ‘materna’, più protettiva che passionale, un morso nel petto. “Non ci posso fare nulla”. Questo penso: “non ci posso fare nulla”. Io ho sempre fame, non mi sazio mai (sorride), è un rito, una liturgia, una passione casta. Ho assaggiato per anni tutta la luce intorno a me, come se volessi ritrovare un mio spazio, un appiglio a qualcosa che mi deve essere familiare (alla fine di questo frame l’ombra è magrissima)… Ti ho amato infinitamente (scopre la terza pietanza: c’è un’enorme porchetta arrosto; lei infila un dito in una narice della porchetta e se lo porta in bocca), ho assaporato il tuo odore intorno a me, odore freddo che mi hai lascitao, l’odore di chi è stato qualcosa di importante ma non c’è più… (richiede la pietanza). Mai più, mai più mi aspetterò qualcosa, da nessuno (la scena è drammatica, non c’è comicità: tende a disorientare; in realtà lei parla del suo primo amore, e nel frattempo si è distratta poggiando solo per caso lo sguardo sulla pietanza).

Oh ma che importa adesso? (ride;l’ombra pare affaticata, sofferente: è sottile, più del corpo di Anna), adesso è tutto cambiato! Marco saprà come farmi felice, saprà prendermi, mi capirà, ne sono sicurissima. Si vede dall’aspetto, da come mi guarda, è un uomo sul quale ogni donna farebbe affidamento (in contraddizione con quello appena detto a proposito dell’aspettarsi qualcosa). È pulito, sorridente, un uomo di successo, istruito, e capisce le donne, le apprezza per quello che sono e non per quello che vorrebbero fossero. Alla fine qui ogni uomo cerca la donna per rispecchiarsi dentro, per ritrovare se stesso, e questo non è amore, solo vanità. Sono felice! Felice! Felice! Tutte le cose vanno al loro posto! (un rumore enorme di tuono interrompe la sua crescente enfasi; Anna corre a nascondersi sotto il tavolo; ha sentimenti divergenti: prima il terrore, poi la circospezione, poi sorride un po’ rasserenata; esce dal tavolo; l’ombra trema, vomita, si agita scompostamente, mentre Anna resta ferma in piedi).

Questa sera è così scura… Piove… Questa sera sembra ricoperta di cioccolato (sorride).

Non sarebbe meglio cenare fuori, stasera? (prende una carota dal piatto) Meglio tenersi leggera… (sta per addentarla ma esita).

Stasera esco con Marco, è il nostro primo appuntamento, sarebbe il caso che mi tenessi leggera… (fruscio di ali; l’ombra – quasi un filo - apre visibilmente delle ali, e spicca il volo; si dissolve; lei rimette la carota nel piatto; pausa lunga).

Vado a provarmi il vestito rosso! (sta per uscire, ma si blocca; pausa lunga).

Che silenzio in questa casa…(deglutisce, ingoia l’aria). In questa casa il silenzio continua a dimagrire…(smarrita; poi sorride; prende il telefonino; chiama).

Marco? Ciao sono Anna… Sì certo, l’ho memorizzato… No no aspetta… Sì, l’indirizzo ma… Stasera, sì, ecco ho un problema… Dobbiamo rimandare… No, niente di grave (sorride)… Mia madre non sta molto bene e devo raggiungerla a casa… Grazie, sei molto gentile… Allora ti chiamo io, magari un’altra volta… Sì, grazie… (sorride) Grazie, anche a te. A presto allora.

 

Io ho fame, tutti i giorni, ho fame.

 

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