M. Gisella Catuogno
Don Chisciotte per il dialogo

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Titolo Don Chisciotte per il dialogo
Autore M. Gisella Catuogno
Genere Articolo - Informazione      
Dedicato a
loro, che stanno oltre
Pubblicata il 07/10/2008
Visite 3772
Scritta il 06/10/2008  
Punteggio Lettori 40
Sabato 4 ottobre, per alcune ore, il carcere di Porto Azzurro si è aperto alla scuola, agli studenti, agli insegnanti. L’associazione “Dialogo”, che riunisce gli operatori del volontariato per il carcere, presieduto dalla prof.ssa Licia Baldi, ci ha infatti invitato ad assistere alla rappresentazione teatrale dell’atto unico “Don Chisciotte eroe di ieri e di oggi”, allestito dalla Compagnia teatrale “Il carro di Tespi”che opera dal 1992 nella Casa di Reclusione. Lo spettacolo ideato e interpretato da venti detenuti si avvaleva anche dell’apporto di sei animatori esterni.
L’ITCG “Cerboni” ha accolto l’invito partecipando con due classi, la VA Igea e la VA Erica, accompagnate dalle insegnanti Gabriella Bagiardi, Maria Gisella Catuogno, Anna Maria Contestabile. L’esperienza è stata forte, ricca, emozionante. Già la scelta del personaggio, il Don Chisciotte di Cervantes, il quale, imbevuto di romanzi cavallereschi, diventa il sognatore, l’idealista che lotta per la libertà, la giustizia, la fratellanza, l’amore, inevitabilmente scontrandosi con il pratico e astuto buonsenso contadino di Sancho, è emblematica della condizione esistenziale di tutti coloro che, pur operando in una realtà dura e ostile, perseguono sogni nobili e generosi.
In questa apparente follia c’è il senso stesso della vita: non per nulla, quando Don Chisciotte rinsavisce, muore veramente. L’attenzione al capolavoro spagnolo, che è forse il primo vero romanzo moderno, ha ispirato negli ideatori della pièce teatrale, una lettura agile e attualizzata del testo: infatti, ad un irresistibile cavaliere della Mancia, sulla sella del suo Ronzinante (un cavallo a dondolo) che combatteva contro i mulini a vento da lui scambiati per giganti invincibili, armato di un coperchio di pentola (lo scudo), uno spazzolone da pavimenti (la lancia) e uno scolapasta rovesciato (l’elmo), faceva da contrappunto un altrettanto irresistibile Sancho, col suo largo cappello di paglia e la comica gestualità. Dopo sulla scena comparivano personaggi del passato e del presente, sognatori di ieri e di oggi, frustrati nelle loro aspettative: dal profeta al politico alla velina ad un intensissimo Giuda, al contempo traditore e tradito.
Bravissimi gli attori protagonisti e altrettanto bravi tutti coloro che li attorniavano: dal narratore, al coro ai musicisti, ai cantanti. Bellissimi i brani musicali, composti dai detenuti-attori, dei quali sottolineiamo questa strofa:

L’ansia che mi guida è solo questa/ cercar di fare sempre il passo giusto/agire per il bene adesso e sempre/senza paura di scendere più in basso./Non so se ottenni buoni risultati/ma ho sempre dispiegato le mie ali/contro i consigli saggi del mio Sancho/ed il buon senso di voi uomini normali./

Gli applausi insistiti e frequenti hanno accompagnato tutta la recitazione e il coinvolgimento emotivo degli spettatori, sia alle vicende raccontate che alla condizione esistenziale di chi raccontava, è stata totale. Non solo negli insegnanti, che vedevano dei volti, degli sguardi, unici e irripetibili, dietro quell’etichetta “detenuti”, che, per chi è fuori, accomuna tutti in una genericità indistinta; ma anche per i ragazzi, che spesso, per la giovane età, sono portati a condannare, a cadere nei soliti luoghi comuni forcaioli; e che invece si sono trovati di fronte uomini di tutte le età, in carne ed ossa, impegnati in un percorso di riconquista di se stessi e della propria vita: che studiano, che lavorano, che, se stranieri, imparano la nostra lingua, che si preparano faticosamente a riconquistare un posto nella società dopo aver sbagliato per i motivi più vari e dopo aver dolorosamente pagato i loro errori.
Insomma, una lezione che vale molto di più di settimane di scuola e di cui ringraziamo di cuore chi ha operato per renderla possibile, nella convinzione che anche le sbarre più resistenti possono cedere al dialogo e alla solidarietà

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