Luigi Romolo Carrino
Overture 2

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Titolo Overture 2
Autore Luigi Romolo Carrino
Genere Saggistica      
Dedicato a
a chi sa fare solo 2+2
Pubblicata il 07/12/2008
Visite 3965
Punteggio Lettori 39
Note mah, io un po´ di dubbi ce l´ho.se mi aiutate, ve ne sarei grato
Gennaio


Questa è la mia lettera al mondo
Che non mi ha scritto mai

- Emily Dickinson -

6 gennaio

Di notte, senza dire un respiro a nessuno, senza ridere e senza piangere come quando vengo da Gerusalemme, in un angolo della stanza gioco, di notte, con le gocce di luce. Lascio socchiusa la persiana, dal parco il chiarore dei lampioni penetra nella stanza, riempie di punti luminosi la parete dove pende il crocifisso. Con le dita copro i mille occhi bianchi che si formano sul muro, le mie unghie tagliate ‘abbastanza’ corte si illuminano, abbastanza corte ma non cortissime, le mie unghie, non posso tenerle lunghe e forti come vorrei. Sulla parete le mie unghie sfavillanti sembrano più lunghe, più laccate, decisamente scintillanti.
Di notte non scrivo perché c’è il buio. Di notte non c’è la luce accesa e io ho paura. Di notte la luce sul comodino non si accende. Non cantano i galli la notte e non ci sono civette per tutto l’anno, certi anni le civette non tornano. Il buio si è mangiato la penna e l’elettricità. I grilli, l’estate, il buio si è mangiato anche la notte, ma non ho nostalgia del giorno perché la notte hai i suoi giochi e solo quelli.
Non mi ricordo tutto, ci sono vuoti nella mia memoria. Non ricordo come sono finita qui, il posto della gente pericolosa, pericolosa per sé e per gli altri. Una volta era il manicomio. Adesso è Ospedale Psichiatrico Giudiziario. Casa di cura per malati di mente, il posto dove risiedono i prosciolti, si chiamano così quelli che hanno commesso un reato e non sapevano di commetterlo, quando lo hanno commesso. È questo il posto dove sto.

Una volta sono fuggita. Una volta sì, a andare via da qui. Non lo volevo davvero ma è successo, ero spaventata, ero morta quasi, un pomeriggio di molti anni fa. Ma poi sono tornata. Ma non sono stata io a volerlo. Anche questo è capitato per caso, per forza. Io non volevo, anzi volevo morire, mi avrebbero uccisa.

Sveglia, non dormo. Nella stanza. Intorno al tavolo tutta la notte, un girotondo di pianto tutta la notte, non dormo più. E una notte, una notte ancora. Tutte le notti con la mia sedia a rotelle, scalza, in piedi, seduta. Ti immagino ancora questa notte, ti vedo, t’incontro nella mia testa, solo nella mia testa. La mano che ora stringo è solo la mia, ma è la stessa mano che restava pacata sulla tua pancia dopo l'amore.
Comincio da qui, perché è quello che mi ricordo meglio, è quello che so raccontare bene come fosse una telenovela, una soap, una fiction. La mia vita è un film.
Faccio un altro giro, giro intorno al tavolo, giro in tondo e rivivo ogni cosa, così, come incanto di luce, così come è successo, così com’è. Dal quadrato spalancato, sulla parete della mia stanza, dalla finestra della mia stanza, l’aria mi porta il tuo odore. Le tue risate. Sono stesa sul letto e ascolto il suono della brezza. Mi alzo dalla sedia a rotelle. Adesso cammino, certo, ma non l’ho detto a nessuno. Non lo dirò a nessuno. Sarà un mio segreto. Sono affacciata. Sono sul davanzale e ascolto il suono di niente. La finestra ha le sbarre. Non posso affacciarmi. Sembrano parole d'amore queste che sento, camminano nella mia stanza. Sono parole. Le tue.
Il cielo è un luogo troppo lontano e le stelle non rispondono più a un mio volere ardito e desiderato.
È quasi finita. Disperata questa notte implora: fammi vivere, fammi vivere per sempre. Io ti amo notte e ti prometto che non schiarirai. Oggi non ti posso portare un’altra stella. Già una volta l’ho fatto, ho tentato. Non è bastato a illuminarti.

È stata così quella notte. Quando? L’anno scorso? O dieci anni fa? Io ero sul davanzale, sola, disperata, e li ho visti arrivare. Ho avuto paura. Ho paura anche adesso, della notte. È stata così? Quella notte? Una volta sono fuggita. Io, la notte, adesso mi trucco e metto il camice senza niente sotto. Da un po’ ho i capelli lunghi, non do fastidio a nessuno, non parlo, non sporco. La verità è che io non sono malata, mi tengono chiusa qui senza nessun motivo. Io non metto la divisa, io porto sempre i blu gins – ma come cazzo si scrive? – i blu jeans stretti stretti senza i bottoni e la maglietta bianca larga e lunga e la scarpe da ginnastica senza stringhe, io ho tre blu jeans e tre magliette tre, larghe e lunghe, e mi lavo i panni da sola, io non sono malata.
Da quanto tempo sono qui? Una parte di me tira l’altra parte, mi sento come stracciata nella carne, separata, me da me. C’è un vuoto che non riesco a colmare, una fitta qui, alla testa, non mi passa. Mi viene in mente una sera, no anzi, mi viene in mente una mattina. Era mattina, l’anno scorso. A febbraio, no era giugno. Era una mattina, questo sì. Ma l’anno scorso no, cinque anni fa. Sono sicura.


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