Luigi Romolo Carrino
Overture 3

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Titolo Overture 3
Autore Luigi Romolo Carrino
Genere Saggistica - Filosofia      
Dedicato a
j.
Pubblicata il 11/12/2008
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Punteggio Lettori 68
Note Questi malati si sono distolti dalla realtà este-riore ed è per questo che su quella interiore ne sanno più di noi e possono rivelarci cose che senza il loro aiuto sarebbero rimaste impenetrabili. Sigmund Freud, Neue Folge
7 gennaio

Di mattina, senza dare un respiro a nessuno, dormo molto. Non per volontà, non so perché. La sera prima, a volte pillole sonno per il, mi danno. Non riesco di mattina, alzarmi in orario per fare presto colazione nella sala di tutti quanti. Mi chiamano. Mi svegliano. Mi buttano giù dal letto la mattina e le mie gambe si terrorizzano e non camminano, a volte. A volte corrono in fretta perché devo sbrigarmi per scrivere il sogno della notte.
Ore 07.30 la sirena della sveglia, vèstiti, ore 7.37 il bagno, làvati, hai dieci minuti, ore 7.49 muoviti, sei in ritardo, è Anna che mi lava il viso se ho le gambe spaventate e non camminano, ore 08.00 pronta la colazione: in sala.
Sui tavoli una tela cerata, uguale per tutti, a fiori rossi. La mia è sporca di ieri. Fette biscottate, briciole, macchie di latte, di orzo. In fondo, prendo posto alla fine di tutti quanti, ho paura e sto zitta e mangio da sola io, sono buona.
La colazione, 08.30. Finita. Rutti, scorregge, rutti, vomito, risate, voce alta voce zitta. Luigi e Andrea controllano, Mariagrazia e Anna imboccano, Michele porta via Mirella, ha strangolato suo figlio di tre anni, tira la ciotola di plastica sulla faccia di Pasquale, il mostro di Afragola, ha ucciso sua moglie con trenta colpi di padella sulla testa, il sugo non era ben salato, Pasquale si lamenta sempre del sale.
La colazione, 08.30, è finita. Aspetto il mio turno, due pillole a me 08.39, posso andare nella mia stanza a scrivere sul mio PC fino alle 09.45.
In tarda mattina, nel parco dell’ospedale, mi fermo sotto l’ultima quercia, quella che sta del muro di cinta prima del. All’inizio, prima di quest’anno, prima dell’anno prossimo, mi accompagnava Anna, la mia amica infermiera, l’infermiera che m’accudisce. All’inizio non mi lasciava sola un momento, adesso no. Mi lascia andare sotto la quercia con i miei libri, i miei fogli, a volte con una penna. Anna mi è sempre vicino quando scrivo, mi concede la penna anche quando mi lascia da sola. Anna è buona, è stata lei a convincere il dottore a farmi tenere il Personal Computer. Il PC. Io non sono un’analfabeta come questi che stanno chiusi qua. Io leggo. Io imparo. Io studio. Io scrivo. Io scrivo sotto la quercia. Io scrivo sui fogli se non c’è vento. Io alle 11.45 rientro per il pranzo, prima però vado nella mia stanza e metto i fogli sul tavolo, vicino al PC, il PC è vecchio, devo averne uno nuovo, metto i fogli che devo riscrivere vicino al PC, scrivere devo al, PC.
Il giorno che me ne sono andata non avevo voglia di passeggiare.

Stamattina non mi va di andare dalla mia quercia, faccio un giro per tutto l’ospedale. Gira e gira, sempre la stessa gente, gente che si caga addosso, l’uno con l’altro si pisciano in faccia, giocano a carte, parlano con la faccia rivolta al muro e dicono cose incomprensibili, si guardano le mani per ore intere e non si muovono dalla stessa posizione. Per un po’ di novità bisogna scendere giù in lavanderia, là tutti mi conoscono e mi vogliono bene e mi parlano, anche se io non rispondo mai, anche se ormai non sento più la mia voce, non parlo più, ma è solo perché non ho niente da dire, niente da dire a nessuno.
Adesso in lavanderia non mi fanno più lavorare, una volta lo facevo, prima di scappare, adesso no. Adesso non posso nemmeno starci qui, di sotto. Adesso, come prima, non parlo. Non dico nulla. A volte col dottore, ma soltanto con lui, se mi va. Però conosco tutti, tutti quelli che ci lavorano. Sto un poco giù con loro, quando me ne vado rubo un camice bianco. Stanno quasi per scoprimi e devo nascondermi subito subito nel bagno dei dipendenti. Sul lavandino c’è un beautycase – perfetto!, si scrive proprio così – zeppo di cosmetici: prima di defilarmi prendo anche quello.
Stamattina ho i pensieri tutti in fila. Quel giorno che sono scappata, è stato la settimana dopo che era arrivata Gianna, era arrivata da una settimana, e le hanno fatto male, e io ho avuto paura che potessero, farlo, anche a me. Non so se è stato davvero per questo, ero terrorizzata questo sì, tutto il sangue era un sugo di pomodoro, era tanto, bolliva, pensavo potesse raggiungere i miei piedi e scottarmi.






12 gennaio

Alle 12.15 il pranzo. Sempre nella sala grande, tutti insieme. Il giovedì ci sono gnocchi alla sorrentina, petto di pollo, insalata, e il tiramisù per quelli che possono. A pranzo non ci sono le posate. Piatti di carta. Cucchiai di legno per alcuni, per alcuni niente, vengono imboccati. Mirella oggi non c’è. Stefania ha ucciso sua madre, sua madre era paralitica, era molto esigente, chiedeva tutto alla figlia, Stefania si è stesa sotto il tavolo e finge di dormire per terra con le ginocchia sollevate fino al mento, si culla con la voce con una ninna nanna, gliela cantava sua madre. Anna corre a sollevarla, le chiede se vuole mangiare in stanza, lei dice di sì. Anna l’accompagna, le dice coraggio, andiamo, e poi chiede a Pina di darle una mano, di portarle il vassoio con il pranzo di Stefania alla 16 nel reparto B.
Alle 13.30 il pranzo è finito. Io devo, come altri che lo possono fare, portare il vassoio fino al carrello che li contiene, contiene quelli sporchi. Io posso, io sì, altri no.

È arrivata Gianna, da una settimana più o meno. I suoi vestiti sono bellissimi, da ballerina della televisione, pare Raffaella Carrà, tutti splendenti e sfavillanti, anche se lei protesta perché alcuni glieli avete tolti. Per la sua sicurezza e quella degli altri: ma che vuol dire? Uno come fa a farsi male con un vestito? Certo il fermacapelli va bene, lo capisco pure io. Ma un vestito?
Facciamo amicizia. Si meravigliano tutti quando Gianna mi regala il suo corpetto laminato. E Gianna mi parla tanto, lei non si aspetta che io risponda con le parole e mi capisce quando le rispondo con le mani. Poi Gianni, anzi Gianna, la portate via in un altro reparto e io non la vedo, non la vedo più come prima e io, ancora io, resto da sola un’altra volta. E io divento pazza così. Avanti e indietro e avanti e ancora con i vostri farmaci, le vostre stupide, inutili domande, i vostri esami superflui, i vostri software all’avanguardia. Perquisite per bene la mia stanza e trovate dietro lo scarico del bagno, nel buco che avevo scavato apposta apposta dietro la mattonella, una busta di plastica con il corpetto di Gianna, il portatrucco della signora Maria, il camice sporco di Anna.

Dopo pranzo, chi lo vuole, chi può, ha il permesso di guardare le telenovelas, nella sala giochi, nella sala hobby, nella sala tempo libero. Come se qui il tempo contasse qualcosa o lo si impegnasse in qualche attività necessaria. Io guardo Beautiful. Prima guardavo Febbre d’amore, c’è stato un tempo che guardavo anche Sentieri ma adesso no, hanno spostato l’orario. Alle 14.10 riposo pomeridiano per quelli non autorizzati a vedere il televisore. Io spesso scrivo. Io spesso guardo le soap-opera. Io non dormo quasi mai di pomeriggio, se posso, se non mi fanno dormire. Alle 17.30, d’estate, solo d’estate, vado dalla mia mamma quercia, lì c’è ombra. D’inverno, se non piove, vado alle 16.00 perché fa notte prima. Se mi dicono di dormire io faccio finta, se non mi danno niente per. Se non mi danno le per il sonno pillole, ma sono buona io. Di pomeriggio mai, non faccio merenda. Niente succo di frutta, niente frutta. Io scrivo e do la voce alla mia mamma quercia qui, in uno spazio grande.
Il parco sembra un luogo immenso che mi appartiene, al quale io sento di appartenere, ma solo oggi però. Dove conduce il viale di platani, giganti tristi a gennaio? Sono cresciuti in fretta. Prima c’erano eucalipti ovunque, e un tempo conoscevo la strada per andare oltre il muro, ne sono sicura. Ma dove sono adesso gli eucalipti? Non ne sento più il profumo. E cos’è quella luce? Da dove proviene? Dove mi chiama? Madre di uccelli che soffia fiato tiepido e calmo tra i rami lucenti, è mia madre, la mia quercia. Sei la mia mamma-quercia, ti vorrei chiederei cosa hai fatto in tutto questo tempo. Le tue radici sono le mie, tu lo sai. I tuoi rami sono le mie braccia che invocano al cielo una stagione uguale ancora. Ancora una malinconia. Poi settembre un’altra volta e tu mi sussurri le prime carezze dell’autunno. Riesco a sentire la tua voce che mi calma tutti i pensieri, me li abbraccia:

Sempre di più io mi sento come una cosa rara. Anche se fosse presunzione, ti prego, non dire niente, fammelo credere. Ho radici profonde e grosse, ben salde, sotto di me ci sono innumerevoli diramazioni. Io amo chi mi sceglie per arrampicarsi sulle mie braccia. Lo sai, è questo che mi dà senso e gioia anche se i miei rami qualche volta si spezzano… Pazienza. È inevitabile. Forse hai scelto proprio quelli più deboli per afferrarti, sederti. Ma io ho braccia anche più robuste. Tu sali, stai sopra di me e fammi capire che continui a parlare con me. Dimmi il tuo odore come io ti dico del mio. Dimmi che hai sempre la speranza di rivedermi e che hai sempre voglia di arrampicarti. Ma tieniti salda, anche adesso. Tieniti, ora che sto andando incontro a una nuova stagione.


La tua voce, sì. Le mie braccia sono come i tuoi rami, madre, quando invocano al cielo una stagione. Ancora.


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