Luigi Romolo Carrino
Overture 4

Vedi
Titolo Overture 4
Autore Luigi Romolo Carrino
Genere Narrativa - Diario, Epistolare      
Pubblicata il 16/12/2008
Visite 3785
Punteggio Lettori 10
Note grazie, grazie a tutti.
15 gennaio

Seduta nella sala grande, quella col televisore e dove stiamo tutti assieme, questa sera fuori piove e abbiamo già cenato, ora la sera fa tardi molto presto, l’estate sta finendo e un anno se ne va, sto diventando grande e alle otto è già notte notte.

Sì, è andata così. Non era di mattina quando sono scappata. Era di sera. Avevamo già cenato e stavamo guardando un film sulla seconda guerra mondiale. Lo avevamo già visto almeno cento volte, mancava qualche minuto alla scena più importante, quella che poi a un certo punto lei corre dietro al camion, disperata, perché stanno portando via il marito e viene uccisa da una raffica di mitra dai tedeschi.

Peppino il chiattone tira fuori dalle mutande una specie di ferro filiforme e appuntito e lo ficca nella gola di Gianna, chissà dove l’ha preso. Gianna cade sul pavimento con la camicia tutta rossa e Gennaro urla come impazzito e dice “hai fatto bene, ‘stu ricchione ‘e mmerda!” Anna e Luigi, in piedi appoggiati al muro, immediatamente vanno verso Gianna, stasera c’è anche Pina e corre a chiamare il medico di turno, “state fermi state tutti fermi”, suona la sirena di allarme e si accendono tutte le luci, Michele e Andrea si buttano su Peppino e gli tolgono il ferro dalle mani, Michele bestemmia tutti i santi, arrabbiato domanda a Andrea dove cazzo Peppino ha preso il ferro. Anna mi dice “Stai buona, che cos’hai? Vai, vai nella tua stanza, vai.” Non lo so cosa mi succede ma il sangue mi fa impressione, ho paura che mi scotti, che mi squagli, ho paura che arrivi ai miei piedi e mi manca l’aria, corro nella mia stanza, apro il cassetto del tavolo e mi metto l’unico jeans che mi fanno tenere e che è senza bottoni e mi metto l’unica maglia di lana che mi fanno tenere e pure questa è senza bottoni e mi metto le scarpe senza le stringhe e ho bisogno di uscire fuori, fuori nel parco, dalla mia mamma quercia, fuori sotto il mio cielo, arrivo trafelata fino al muro di cinta e corro avanti e indietro sotto al muro, poi si apre il cancello e la macchina del dottore entra con una sgommata, la macchina passa ed io mi infilo fuori, ancora più fuori, lontano, lontano dal sangue che bolle.
Oltre il muro. Vado oltre il muro, mi giro un momento soltanto per salutare la mia madre-quercia. Cammino, cammino a piedi per un sacco di strada, io non conosco questa strada, cammino tutta la notte e penso, a cosa penso non me lo ricordo… Penso che sta facendo giorno e che passano molte più automobili di giorno, penso che devo chiederlo un passaggio, penso che non è la cosa migliore da fare ma non so come muovermi da qui. Un tizio si ferma, uno che va al lavoro, uno di quelli, uno di quelli che non sgarrano di un minuto, tutti i giorni sempre così, sempre lo stesso orario. Salgo nella sua macchina, lo saluto.
Mi paralizzo al suono del mio ‘buongiorno’. La mia voce è nuova, più roca di come me la ricordavo, un po’ stridula nei toni alti, lievemente sensuale. Io che non parlavo più da anni, che non dicevo una parola che fosse una, arrossisco per la bellezza delle mie note, mi riconosco poco a poco nelle vocali e nelle consonanti. Il primo suono non mi è uscito dalla bocca, sono sicura, non so da dove ma non dalla mia bocca, questo è certo.
L’uomo che mi dà il passaggio dice qualcosa, mi parla di quando andava a scuola, il mondo è cambiato e non ci sono più le scuole di una volta, addirittura ora si va senza libri oltre che senza uniforme, mi chiede la classe che frequento e io dico “terza ragioneria”.
La zeta mi esce sibilante, come la esse di serpente, il tizio mi chiede da dove vengo, dove sono nata, da dove arriva la mia famiglia. Io dico che la mia famiglia è approdata ad Aversa da pochi giorni, prima abitavo a Milano, il clima qui è mite, buono.
Buono, ‘uo’ di buono, ‘o’ aperta e un po’ lunga, la ‘b’ l’accenno appena come un bacio, l’ultima ‘o’ si adagia sulla ‘n’ esitante.
Si ferma davanti ad un edificio marrone con i finestroni, è una scuola, mi comunica che sono in anticipo, forse devo incontrare qualcuno? Forse devo vedere un’amica? Un amico? Chi devo vedere? Senza libri e senza quaderni come faccio a studiare? Me li porta la mia amica?
La gente non capisce un cazzo, i medici dei pazzi, la stessa cosa. Glielo lascio credere ammiccando e scendo dalla macchina. Il signore mi dice “abbottonati i pantaloni, c’hai la cerniera aperta, ma lo sai che gabbia aperta uccello morto?, ah ah ah, ciao.”
Scendo, mi guardo intorno, per un momento penso che davvero sono qui ad aspettare qualcuno. All’improvviso capisco che non ho nessuno, nessuna amica da aspettare, sono sola al mondo, eppure mi devo nascondere da tutti. L’unica cosa è prendere un autobus, uno qualsiasi. Questo che ho preso mi porta alla stazione di Napoli. Non ho soldi, non ho il biglietto. Non ho niente.

Si cena alle 19.30. Un’ora per mangiare. Michele ha guardato nella mia direzione, sta dicendo a Pina che ho ucciso mio fratello. Mi sono alzata e sono andata verso di loro, ho messo le mani addosso a Michele, “non è vero!”, gli ho urlato. Mi hanno afferrata da dietro ma sono forte io, sono una potenza di femmina! Andrea e Anna mi hanno tenuta stretta, Anna mi ha detto “stai buona, fai la brava, che ti agiti e poi stai male”. Ho urlato a Michele che non era vero, che era un bugiardo, l’ho graffiato con le mie unghie corte scintillanti. Samuele, quello nuovo, è arrivato velocissimo con il Diazepam, gliel’ho fatta volare per aria la siringa, con una manata. Ne ha preparato subito un’altra, me l’ha infilata nel braccio, da sopra la maglietta, e poi non ho cenato ieri sera.
Adesso è pomeriggio, ho ancora sonno, mi sento lenta. Mi sono alzata un attimo, temevo di dimenticare questa cosa di ieri sera, l’ho aggiunto in coda a quello che avevo già scritto nella mattinata, credo sempre ieri, anche se mi sono dimenticata di guardare la data di ultima modifica del file.
Ho sete. Ho fame. Sono sveglia, non riesco a pensare, a scrivere. Ho sonno. Voglio dormire.




17 gennaio
Alimemazina. Una dose piccola, compresse. Non mi fa dormire, in genere. Una folla di immagini stamattina. Lo stadio Flaminio, via della Pisana, la Colombo, all’altezza della Fiera di Roma. Mi dicono bella. Elegante. Amatissima. Innamorata. Gioia. Perché io porto felicità. Io sono l’amore.
Io sono l’amore che prende un autobus, cioè io prendo l’autobus e sono l’amore, l’autobus mi porta alla stazione di Napoli. Cioè, ne prendo tre quattro cinque sei, un’ora sola ti vorrei, più di uno cioè, non conosco le strade e non so proprio bene bene dove sto. Se resto qui in paese mi trovano subito, è meglio Napoli, la città è grande, non mi trovano là, è meglio che ho preso quest’autobus, un po’ di fortuna ci vuole nella vita.

Sono ancora stordita. Oggi Anna non mi ha fatto uscire. Stamattina con la sedia a rotelle, perché io cammino non, le gambe bucate stamattina io, le ruote. Anna mi ha detto che l’altra sera non mi sono comportata molto bene. Ma poi mi ha fatto una carezza, mi ha detto che Michele ha sbagliato a dire quelle cose, non doveva dirle, non doveva parlare proprio. Non scrivo bene stamattina, mi accorgo che scrivo quasi in dialetto, lo so che è così, quando mi fanno il diazepam, la prometazina, non ci riesco più a scrivere bene l’italiano. Anna mi ha dato un bacio. Anche oggi resto qui nella mia stanza, mi lavo qui, faccio colazione qui, scrivo qui, pranzo qui, passeggio qui, scrivo qui, scrivo e ceno qui, prendo tutte le mie pillole qui. Oggi. Tutto qui.

A Napoli poi ci sono arrivata. Non so dove andare, non so che cosa fare, dove dormire, non tengo manco un soldo, mò mi metto seduta qua sotto, sotto al sottopassaggio, ma viene la polizia? Chiedo al barbone steso a terra sui cartoni se posso stare un poco vicino a lui: “Nun me scassa’ ‘o cazzo, vatténne da un’altra parte, questo posto è ‘o mio.”
Io che faccio? Sono sola, cosa faccio? Piango ma zitta zitta perché c’è la polizia della stazione e se mi vedono i poliziotti mi portano via, mi riconoscono, mi riprendono. Io piango, ma non mi faccio scorgere da nessuno. Però che strano questo rumore dei singhiozzi, mi sembro una caffettiera sul fuoco con il caffè che sale, è proprio ridicolo il suono dei miei singhiozzi.
Sto quasi pensando di andare dalla polizia. Come faccio? Ho fame, ho sete, ho sonno. Mi sto per tornare via, meglio stare all’ospedale, alla fine mangio e bevo e non so manco da ve viene, non mi devo preoccupare di niente. Ma tu mi vedi proprio mentre sto facendo questi pensieri. Ti avvicini, delicato, abbronzato. “Mario”, mi dici, fai due battute, sei simpatico. Mario bello. Mario forte. Mario moro. Mario snello. Ci vengo con te, portami a casa tua, dammi da mangiare, fammi lavare, dammi qualcosa da mettere, anche i tuoi vestiti vanno bene, fammi dormire, accarezzami e dammi il cazzo, a me non dispiace, è un bel cazzo, grosso, con un glande ancora più grande – che bella assonanza che ho fatto –, per me, Mario, è la prima volta. Sono felice che sia accaduto con te. Ma tu non capisci, sembra che ti asciughi la fronte, come se fossi sudato, come se fossi indaffarato, come se avessi cento miliardi di cose da fare.

Mi hai guardata, ti sei avvicinato, mi hai detto il tuo nome, mi hai parlato, mi hai trattata come fossi la donna più bella del mondo. E mentre tu parli e ti presenti, io mi sono già pensata tutto quello che è venuto dopo, già mi ero fatta tutto il film in testa a me e, almeno per una parte, è andata esattamente così.

Non ci sono commenti presenti.

Pubblica il tuo commento (minimo 5 - massimo 2.000 caratteri)

Qui devi inserire la tua Login!

Nascondi Qui devi inserire la tua password!

Hai dimenticato la password?

Qui devi inserire il tuo nickname!

Qui devi inserire la tua email!

Nascondi Qui devi inserire la tua password!

Hai dimenticato la password? Inserisci il tuo indirizzo email e riceverai i dati di accesso.

Qui devi inserire la tua email!

Ritorna alla login

Chiudi