Luigi Romolo Carrino
AdD: pagg. 147-148

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Titolo AdD: pagg. 147-148
Autore Luigi Romolo Carrino
Genere Narrativa - Romanzo      
Dedicato a
mio padre
Pubblicata il 29/01/2009
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Punteggio Lettori 18

Argentieri, non ricordo bene il cognome, forse Argentario, ma ricordo il nome, Angelo. Un giorno andai a casa sua, il mio nuovo compagno di banco, portai i miei colori a spirito, i miei fogli Bristol, tutta la mia paura di aver detto alla nonna che andavo a scuola a studiare, che era necessario. Piccola e illesa sul sentiero per i campi, tra i friarielli e i finocchi, piangevo felice per aver potuto in qualche modo sfuggire al rito dello sfilamento del tabacco secco, inebriante e puzzolente di fine novembre, dell’inizio di dicembre. Angelo aveva i capelli rossi, le lentiggini, i biscotti di Natale e due denti grossi, davanti, e una mamma così bella e buona. Angelo era più basso di me, nella pagella del primo trimestre c’erano tutti quattro e un otto in canto, un solo otto, nemmeno in condotta, in condotta avevo sei, in condotta litigavo con tutti i miei compagni, facevo a botte e davo calci, cazzotti, graffiavo e sputavo ma non ad Angelo. Angelo con le orecchie a sventola, aveva la zeppola in bocca e non riusciva a dire la esse bene, aveva le lentiggini, rideva, Angelo mi guardava e rideva con i suoi due dentoni.
Tu era a Roma, la mamma non so dov’era ma la vedevo la domenica, avevo una macchina fotografica che mi avevi portato da Roma, faceva le foto che le potevi vedere subito, uscivano davanti appena scattavo, poi però dovevi portarmi sempre la ricarica nuova e non lo facevi sempre, mi dicevi che costava troppo, anche quando avevo fatto le foto alla recita di Natale, io cantavo s’accendono e brillano gli alberi di natale, non era venuto nessuno a vedermi e cantando avevo fatto finta di vederti alla recita insieme alla mamma e fuggivo, fuggivo dopo aver picchiato forte Angelo, dopo averlo baciato sulla guancia e avergli detto “tu mi fai schifo a me”, fuggivo e me ne tornavo a casa nel sottoscala dopo aver sputato in faccia alla maestra e dopo essere tornata indietro e toccato la bocca di Angelo con due dita fuggivo di nuovo, facevo finta di avere un albero con tutte le luci intermittenti e poi fuggivo nel sottoscala dove c’era la cucina di pietra, fuggivo e non facevo finta di ridere, fuggivo dopo aver pensato di regalare il lavoretto di Natale a zia Adele che mi faceva il bagno nella bagnarola a tre manici, fuggivo nel sottoscala dopo aver preso il pisello di zio Giggino tra le mani, nella bocca tra le mani e sulla faccia, dopo aver cucinato il coniglio alla cacciatora, dopo aver salutato una tua nuova fidanzata, un’altra ancora, fuggivo nel sottoscala dopo aver detto “ciao” tante volte perché tu e la nonna me lo chiedevate di essere gentile e di capire, di volere una mamma nuova e nessuno, nessuno, tu nemmeno, mi chiedeva perché, ogni volta che capitava, dicevo che andavo a bere l’orzata, fosse pure dicembre, nella cucina, nel sottoscala, facevo finta di avere sete e scappavo in fretta, ridendo, avevo dieci anni quasi undici e alla Befana del primo anno senza la mia mamma pensavo che mi avevi regalato la fisarmonica o la fotografia di Jill delle Charlies’s Angels, nella stanza abbascio c’erano i nonni e la zia Adele sorrideva e tu che mi dicevi che ero grande ormai, cosa dovevo farci io con i giocattoli, cosa dovevo farci io con le cose dei bambini, questo paio di calzini, queste scarpe erano quello che mi serviva, che serviva e mi piaceva, io ridevo, “che bello!”, ma avevo dieci anni quasi undici, tu mi guardava e mi facevi una smorfia, io rispondevo con una boccaccia e approfittavo della contentezza di Mario e di Luigi e di Susetta per i loro giocattoli nuovi, i figli di zia Adele, i miei cugini, “vado a bere un attimo” e fuggivo nel sottoscala, nella cucina, speravo che nessuno mi vedesse, speravo che ti accorgessi di tutto questo male, questo piccolo male che non valeva niente e che tenevo nascosto e che veramente mi facevo solo un sorso d’acqua per ingoiare questo morso di pianto nella gola e poi ritornavo veloce nella stanza abbascio, “sono belle” ti dicevo, “le mie scarpe, i miei calzini, belli, io adesso sono grande abbastanza, e non me ne faccio niente della fisarmonica” ripetevo senza tregua, “io sono grande adesso”.

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