Maldola Rigacci
IL ROSSO VINO DEI DESIDERI

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Titolo IL ROSSO VINO DEI DESIDERI
Autore Maldola Rigacci
Genere Narrativa      
Dedicato a
mio padre Giuseppe Rigacci e a tutta la famiglia Rigacci,a me sconosciuta e a Vittorio Rigacci, l´antenato mercante e viaggiatore.
Pubblicata il 03/02/2009
Visite 9629
Punteggio Lettori 127
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  56
ISBN 978-88-7388-201-5
Pagine 228
Prezzo Libro 13,00 € PayPal

Questo è un libro sui misteri.
È un mistero Giuseppe, orientalista autodidatta, che si chiede per tutta la sua breve, intensa vita da dove gli venga quel richiamo profondo verso l’Oriente, essenza strana e forte.
È un mistero il suo svelarsi alla figlia, che non l’ha mai conosciuto e che si metterà sulle sue tracce, in una ricerca esteriore ed interiore.
Misteriosa è l’ava egiziana, che con i suoi veli e le babbucce preziose percorre tutto il romanzo.
Mistero è la vita, che unisce esistenze lontane nel tempo e nello spazio, alla ricerca di legami, che vanno oltre a quelli del sangue.


La grande vela raccoglieva tutti gli odori del vento e del sole e se la nave bordeggiava sotto costa, strappava le essenze delle piante e i fumi delle cucine.
Vittorio era stanco, mare e terra lo avevano estenuato, ma se volgeva occhi, bocca e naso in su , era ancora capace, non so-lo di avvertire tutti gli aromi delle vele, ma ne vedeva i colori; il giallo dello zafferano, il blu dell’indaco e il rosa della steapsa-ria, li vedeva colare col sudore dei marinai e mescolarsi in un gran calderone da cui uscivano le sfumature delle sue lane e lo scintillio delle sete leggere. Era mercante come suo padre e un’infinità di altri parenti della sua sterminata famiglia. Ma Vit-torio era stanco e non amava il suo lavoro, anche se lo faceva bene. Amava la gente che incontrava, i paesi che attraversava e aveva una tale facilità nell’imparare le lingue, che proprio per questo il padre lo aveva preferito al secondogenito, per tradi-zione destinato ai viaggi. E così Vittorio era andato e ritornato infinite volte e aveva allacciato ottimi contatti personali fin sul Mar Nero. Ma un anno a Odessa si era fermato deciso che quello doveva essere il suo ultimo viaggio. Lì aveva conosciuto un altro mercante di seta che, come lui, amava più lo scambio delle parole e delle idee che quello delle pezze di stoffa. Era stato a lungo nell’Oriente più lontano, così a lungo che non ricordava più il suo vero nome, né la sua famiglia di origi-ne.Diceva che il suo nome era Li Po, ma gli occhi erano da lupo e non da fiore di mandorlo e i suoi capelli così ricci e rossi che parevano tinti con l’henné. Aveva con sé vesti e og-getti che raramente Vittorio aveva visto. Li Po affermava che venivano da Hokkaido, isole di una razza chiusa e raffinata. Razza strana di guerrieri poeti. Vittorio aveva acquistato molte di quelle cose, anche se non sapeva se le avrebbe vendute o tenute per sé. Ovunque fosse andato aveva comprato testi scritti nella grafia “delle fate” come diceva sua sorella Elisa, che vi passava sopra le dita sottili, come una cieca che tenta di vedere. E se li faceva leggere da Vittorio, anche se poi spesso lo interrompeva dicendo che no, non voleva sapere cosa di-cessero quelle ali sottili di libellule lontane. Erano belli così, Elisa voleva soprattutto tenerli fra le mani e leggere quello che voleva lei, secondo fantasia. Elisa invidiava quel suo fratello piccolo come un uomo delle aride steppe asiatiche, biondo come le foglie secche del granturco e con le pupille celesti da cielo stinto di sole. Lei, bella, dicevano tutti, così alta, snella e regale, ma dai colori opachi come l’ombra delle sue stanze. Ti ameranno tutte, diceva a Vittorio, immaginando l’effetto che doveva fare alle donne brune dei paesi dove andava. Non che Vittorio non amasse le donne e non ne avesse avute, ma i suoi viaggi erano pieni di cose da sbrigare e durante le soste molti erano i mercanti come lui che amavano le arti e la poesia e parlavano per ore degli eventi dei loro paesi, di questioni poli-tiche, di donne e di buoni cibi. Le distanze si annullavano e più erano lontani e più la lontananza era come un bosco in-cantato dove giocare a incontrarsi e a nascondersi e così fa-cendo il bosco si allargava ricco di piante sempre diverse e nuove. Si apriva a improvvise radure dove bivaccare ad ombre e fuochi comuni.
Lungo una via di tappeti e di nodi da cui fiorivano alberi e uc-celli delle sete più fini, Vittorio, giunto nell’impero ottomano, aveva sostato a Konya dove Mevlana il Santo aveva danzato per primo l’eterno amore che fa ruotare il cielo, il sole e tutta la formicolante vita dell’universo. Aveva visto i Dervisci balla-re la loro estasi divina e aveva letto El Salim che salmodiava -Danza la tua gioia infinita dell’amore di tutte le creature-. Di questo Vittorio s’innamorava e dinanzi alla tomba di Mevlana, dove l’aveva condotto in segreto un amico sufita, poiché nes-sun straniero vi poteva entrare, Vittorio aveva aperto le palme delle mani nel gesto antico della supplica e dell’attesa fiduciosa e aveva pregato.
Aveva pregato la Vergine, come faceva sempre a S.Caterina de’ Ricci, la santa ospitata nella chiesa di S.Vincenzo a Prato, dove era stato battezzato; ma poi aveva pregato un Dio che non riconosceva più, un Dio velato che era il cuore della terra, del cielo e dell’uomo e rideva dei nomi che gli uomini gli attri-buivano. Vittorio aveva avuto brividi di freddo sotto le sue pe-santi vesti di velluto lavorato, nell’afa della prima sera che ro-sava appena la cuspide verde turchese, che portava al cielo l’anima di Mevlana e teneva nel suo ventre le sue ossa offerte ai pellegrini.
Vittorio si era smarrito e la sera aveva chiesto perdono alla sua Vergine e al suo Dio morto in croce perché anche lui non perdesse la strada. Ma quel Dio velato e sconosciuto gli sorri-deva comprensivo e Vittorio passò la notte nella confusione più totale. Nell’ora più oscura si stese per terra nel gesto della croce e rinnovò la sua professione di fede cristiana e cattolica, ma vedeva le fiamme dell’inferno lambirgli pericolosamente la carne, così come Padre Bartolomeo sempre ricordava ai pec-catori dal pulpito della sua amata S.Caterina. All’aurora, ancora smarrito e senza sicurezze si disse che la sua curiosità intellet-tuale era peccato e mai più si sarebbe accostato a culti infedeli solo per conoscenza...
Poi un fiotto di sole già caldo entrò attraverso le infinite, pic-cole fessure della stuoia che chiudeva la finestra della camera e Vittorio sentì la comprensione di Dio, della Vergine e perché no, anche di Santa Caterina e la pace lo avvolse. Comunque avrebbe taciuto con tutti, di ciò che gli era accaduto e poiché il viaggio era ancora lungo, avrebbe pensato poi a come metterla con il suo confessore.
Tornò a Prato e non si confessò, né parlò con Elisa: non ave-va trovato soluzioni, tutto lí.
Era l’anno 1765 e Vittorio chiese al padre di mandare con lui Giuseppe, che ormai era grande e pronto per i viaggi.
-Ma Giuseppe, come l’altro tuo fratello, non è adatto e poi questo viaggio in Egitto è troppo importante, figliolo - gli dis-se il padre.
C’era ancora tanto sangue vitale nella sua famiglia e nessuno dei figli nati ai suoi genitori, Margherita e Giangastone, era morto. Una femmina e tre maschi in buona salute da piccoli e da grandi: ma qualcosa andava perdendosi nel sangue della famiglia. Era la stanchezza d’andare? Si chiedeva Giangastone guardando quei suoi figli belli, vitali e cosí intelligenti.Anche lui era cambiato. Per generazioni avevano viaggiato e ora la fami-glia aveva terre e botteghe. Perché continuare? Si trasformava l’antica passione col mutare delle necessità. Sì, doveva essere cosí. Elisa presto si sarebbe sposata, Paolo aveva già in mano tutta l’amministrazione e Giuseppe, mah, Giuseppe era davve-ro giovane e Giangastone aveva una strana paura di perderlo, quel suo tenero ultimogenito, cosí deciso e intimo. Che deci-desse Vittorio, che finisse Vittorio e i suoi futuri figli. Ma Vit-torio non si sposava.Per ora c’era questo viaggio ad Alessan-dria , dopo avrebbero affrontato il problema. I figli di Paolo alle terre e alle botteghe, quelli di Vittorio a giro dietro le tra-me lucenti e colorate dei telai. Ma Giangastone avvertiva un languore strano nel sangue di famiglia .
Vittorio era stanco, sotto la grande vela profumata dai gelso-mini d’Egitto. Ad Alessandria la famiglia aveva un acquirente sicuro. Da anni Mehmet Ben Alí comprava le lane lievi color vino antico su cui razzavano gigli d’oro e rilucevano appena onde di seta rosata. Comprava quasi solo quelle e pagava subi-to e bene. Ospitava Vittorio nella sua casa e non gli permette-va assolutamente di alloggiare nel quartiere dei genovesi, dei fiorentini e degli spagnoli.
Appena arrivava all’ombra densa della sua casa era con grande gioia che Vittorio si toglieva i suoi abiti sporchi e pesanti, prendeva un bagno turco e indossava l’ampia gellabah bianca a righe verde mare, come quella di Mehmet. Tutto ció era sem-pre fonte di critiche piuttosto feroci da parte della comunità musulmana e di quella cristiana; nonostante gli affari e le me-scolanze, gli amori furtivi e i commerci illeciti, varcare una di-mora era pur sempre una cosa insolita
Mehmet aveva ben tre figlie e due mogli! Troppe donne in ca-sa con quello straniero biondo. Ma esse, dopo il benvenuto, sparivano e Vittorio non le aveva mai viste, se non velate. Solo la moglie più anziana lo baciava e abbracciava a viso scoperto, ma poi spariva anche lei. Vittorio le conosceva dagli occhi, dalle voci e soprattutto dai profumi, da quelli avvertiva la loro presenza sui ballatoi di legno e il loro andarivieni nelle stanze più lontane.

Questo è un libro sui misteri.
È un mistero Giuseppe, orientalista autodidatta, che si chiede per tutta la sua breve, intensa vita da dove gli venga quel richiamo profondo verso l’Oriente, essenza strana e forte.
È un mistero il suo svelarsi alla figlia, che non l’ha mai conosciuto e che si metterà sulle sue tracce, in una ricerca esteriore ed interiore.
Misteriosa è l’ava egiziana, che con i suoi veli e le babbucce preziose percorre tutto il romanzo.
Mistero è la vita, che unisce esistenze lontane nel tempo e nello spazio, alla ricerca di legami, che vanno oltre a quelli del sangue.

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