Paola Ferrero
L´incontro

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Titolo L´incontro
Autore Paola Ferrero
Genere Racconti Brevi      
Pubblicata il 17/02/2009
Visite 3970
Scritta il 28/11/2008  
Punteggio Lettori 18
Il ragazzo salì sulla metro, al fondo.
Lo faceva ogni giorno, da una settimana. Aveva provato ore diverse, per capire quando fosse più frequentata. Si guardava in giro, spesso annoiato. Il tragitto era lungo, partendo da quel punto della città.
Dal giorno precedente aveva scelto un’ora precisa. Le 17,30. L’ora giusta, quella. Cominciava a riconoscere qualche viaggiatore visto il giorno prima. Lui era fisionomista. In un paio di settimane avrebbe saputo riconoscere tutti i passeggeri abituali anche vedendoli altrove.
Faceva freddo, ma all’interno della metro il problema non sussisteva. Tutte quelle persone ammassate negli stessi stretti vagoni riscaldavano l’ambiente più di una caldaia a gasolio.
Poi la vide salire. Rimase folgorato. Una di quelle cose che non ti aspetti e giusto per questo ti capitano nei momenti più impensati. Il giorno prima non l’aveva vista, forse era solo una coincidenza vederla sulla metro proprio oggi e proprio in questo orario. L’idea cominciò a scavargli canali nel cervello. Collegamenti, casualità, giustificazioni. Cercava di capire come mai non l’avesse notata, perché lei si muoveva come se fosse una cosa naturale prendere quella metro, a quell’ora. Lui queste cose le notava. Era in grado di leggere nei movimenti altrui cose che molti altri non avrebbero nemmeno immaginato. Era sempre stata una sua dote, il suo dono.
Lei era assorta in chissà quale pensiero, guardava avanti, fuori dal vagone, senza un punto preciso nelle pareti che scorrevano rapide. Un sorriso leggerissimo le attraversava il viso. Le gote appena illuminate da un lieve rossore, come una ragazza timida che arrossisce all’approccio di un uomo. Non parlava con nessuno, sembrava non conoscere le persone che aveva intorno. Aveva capelli castano chiaro e riflessi dorati la facevano scintillare in un mondo di persone grigie. Gli occhi erano grandi e verdi, vivaci. Indossava un cappotto vinaccia, sopra a una gonna grigio scuro e una dolcevita nera. Ai piedi un paio di stivali scuri, come molti, ma più belli.
Lui pensò: “Sto impazzendo. Penso che i suoi stivali siano più belli perché li indossa lei…”
Continuò a guardarla, con tutta la discrezione che i suoi occhi stupefatti gli concedevano. Non era preparato a un incontro. Non gli era concesso.
Lui era un ragazzo serio, preciso, affidabile. Responsabile.
Reazioni del genere, nella sua mente appartenevano ai ragazzini, a quelli che perdevano tempo in strada, nei bar. Loro si innamoravano a prima vista di una ragazza incrociata per caso. Lui no. Lui pianificava tutto. Aveva studiato e lavorato, aveva costruito giorno dopo giorno il suo futuro. La sua vita. Senza concedersi il minimo svago, senza giustificare i pochi fallimenti. Aveva lavorato sodo, sempre. Mai uno sgarro.
Ed eccolo lì, a fissare una sconosciuta sulla metro. A cercare di indovinare il suo profumo, da lontano. A immaginare il suono della sua voce e la bellezza del suo sorriso. A desiderare di sfiorare la sua pelle con le mani, la sua bocca con le labbra. Cose che non poteva che immaginare, perché lei restava una sconosciuta e probabilmente non l’avrebbe più rivista. Un istante della vita che sfugge al controllo.
Col susseguirsi delle fermate, la metro si svuotava lentamente. Lei era ancora lì, ferma dove si era posizionata inizialmente e con lo sguardo fisso sulla sua immagine riflessa nel vetro. Lui, nel frattempo si era spostato di poco, per poterla osservare meglio, per riempirsi di quella presenza che lo stava inebriando. Bastava così poco? Nemmeno l’incrocio di sguardi e lui già sapeva ogni cosa. Lei.
Lei sembrava danzare segretamente al ritmo del vagone, non oscillava, seguiva i movimenti senza sforzo alcuno. Come immersa in un liquido in un equilibrio perfetto.
Lui così vicino, ora. Quasi non se ne era accorto. Si era mosso come attratto da un magnete umano. Contro la sua volontà, o almeno contro quella parte di lui che voleva vivere razionalmente. Quella parte che lo aveva fatto arrivare fino lì, partendo dal nulla. La parte che gli avrebbe offerto un futuro migliore.
Ora sentiva appena il profumo di lei. L’odore leggero della sua pelle, le note fruttate della sua colonia, il fresco respiro. Cercava di separare quegli odori dal resto del mondo. Le altre persone non c’erano più, nemmeno la metro. Erano altrove. Vicini e insieme.
Poi la metro frenò, improvvisamente. Entrambi ad afferrare lo stesso sostegno nello stesso punto e l’esplosione del caldo contatto delle mani. La pelle morbida, il tocco delicato.
Lo sguardo e il sorriso imbarazzato ma non troppo.
Aveva incontrato un angelo, ne era certo. Non c’era altra spiegazione per quell’accadimento. Niente al mondo.
Lui tolse la mano. Non poteva toccarla ancora. Non senza sembrare inopportuno, senza offenderla, sporcarla. La lasciò vicino quanto bastava a percepire ancora il suo calore, la distanza che separava le loro aure. Le loro anime.
Rivide il sorriso di lei senza programmarlo, nella mente. Si ripeteva misterioso. Un lampo che gli trapassava il cuore, senza possibilità di scampo.
Desiderò parlarle, ma non poteva farlo. Non c’era motivo, non uno solo e non uno valido per muoversi in quella direzione. Entro pochi giorni avrebbe finito il suo lavoro e non ci sarebbe stato spazio per quella città e per quella storia. La sua parte razionale stava riprendendo il controllo. Finalmente.
La lasciò scendere, quando fu il momento. Lei gli sorrise dinuovo, più apertamente. Poi svanì, tra la gente e gli odori.
Lui, stanco più che dopo un giorno di lavoro, tornò a casa. Il giorno dopo avrebbe ripreso la metro, l’avrebbe presa con lei, ancora una volta. A costo di aspettarla invano alla sua fermata, alla fermata in cui era apparsa. Lui non poteva farne a meno.
Non c’era più posto nella sua mente. C’era solo un profumo, un’immagine, il desiderio di prenderla per mano e sparire in un futuro nuovo. Insieme, felici.
Il sonno lo colse in fretta, quando andò a coricarsi. Il solo pensiero del domani che arrivava lo cullò fino al mattino.


Lei passò il biglietto nella macchinetta. Automaticamente. La giornata era finita e l’ufficio era un ricordo leggero nella sua mente. Ora c’era un viaggio in metro e una serata tranquilla. Una cena sobria, un bicchiere di vino, un buon libro. Pensieri liberi e leggeri. Parole d’amore le viaggiavano in testa. Non perché le avesse sentite di recente. Quello no.
Era una buona giornata, uno di quei momenti in cui lei amava tutto ciò che aveva intorno. Si vedeva dal mezzo sorriso che le spiccava in volto. Dalla luce che i suoi occhi assumevano.
All’arrivo del treno salì sull’ultimo vagone. La metro era una gran fortuna. Si diede uno sguardo attorno per vedere se c’era qualche volto conosciuto. Capiva se era in ritardo quando perdeva i suoi punti di riferimento. Un volto noto era sinonimo di puntualità. Vide il ragazzo al fondo del vagone.
Era carino, un viso dolce, occhi profondi e labbra delicate. Lei amava quel colore di pelle, quell’ambrato che sembra abbronzatura ma non lo è. Il tocco esotico che ai suoi colleghi mancava. E gli occhi scuri, soprattutto. Quello che nascondevano tra le ciglia lunghe.
Ogni tanto il suo sguardo passava dal suo stesso riflesso a quello di lui. Voleva sapere dov’era. Se la guardava. Se la giornata era davvero una buona giornata. E sì, lo era.
Sentiva una morsa allo stomaco. Una cosa insolita, ma non troppo. Lei era impulsiva, lei era quella che si innamorava per niente. Quante volte glielo avevano rimproverato. Quante volte lei aveva fatto spallucce e se ne era andata per la sua strada…
Lo vide avvicinarsi e desiderò che lo facesse più in fretta. Non voleva che lui svanisse così com’era apparso, senza almeno imprimere la sua immagine nella mente. O sentirne l’odore.
Lo osservò, attenta a non farsi vedere. Lui sembrava così assorto in pensieri romantici, che per un momento pensò che non fosse lei l’oggetto del suo interesse.
Una bella camicia, un completo scuro di un certo pregio e un cappotto elegante. Una ventiquattrore al fianco. I capelli corti, neri, tradivano il riccio che lui teneva nascosto. Lo immaginò in altri abiti, più casual, la domenica mattina. Magari al mare, col sole a valorizzare la sua pelle dorata e il sorriso bianco che certo aveva.
Si accorse che era più vicino. Il cuore le batteva più forte, perché temeva che lui dovesse uscire, non voleva vederlo andar via. Voleva almeno sfiorarlo, sapere dai suoi occhi che quello era un incontro importante anche per lui. Sembrava così impacciato, nel mezzo della metro dietro di lei, con lo sguardo che vagava sul suo corpo e intorno a lei. Attimi in cui lei sospendeva la vita. Smetteva di respirare e aspettava. Nel panico. Quel ragazzo l’aveva rapita. Tutto in lui era attrattivo. Lei aveva l’impressione che toccandolo sarebbe scomparso; un sogno, un meraviglioso miraggio che l’aveva colta di sorpresa quando meno si aspettava di potersi perdere dinuovo. Un’altra volta nella vita.
In un attimo l’aveva al suo fianco. Così vicino che sentiva il suo respiro. L’alito caldo e delicato che proveniva da lui sapeva di spezie e di pulito. Il suo profumo aveva le note del legno e se tratteneva il respiro poteva sentire battere il suo cuore, forte, attraverso lo spazio che li separava.
Una frenata brusca, la distrazione le fece perdere l’equilibrio. Le mani, veloci. La sua e quella di lui, unite. La scossa che arriva allo stomaco. Sentì una vampata di calore salire dallo stomaco mentre si girava verso di lui, sorridendo. Come per scusarsi, ma solo per poterlo guardare direttamente negli occhi e catturarne ogni segreto. Possibile che in un uomo esistesse tanta dolcezza inespressa?
Forse stava esagerando, come al solito. Era un bel ragazzo, certo. Era interessato a lei come forse lo erano stati altri passeggeri della metro che lei non aveva visto. Perché soffermarsi su di lui? Perché avere queste stupide palpitazioni? Era certa di non vederlo mai più. La tristezza del momento in cui il pensiero le passò per la mente si spostò sul viso. Ma lei decise di reagire. Non poteva lasciarsi sopraffare da quella vocina malefica. Voleva sognare. Voleva potersi concedere quella possibilità.
Sentiva il calore del corpo di lui vicino al suo, la mano che bolliva a pochi centimetri da lei. Voleva spostarla, toccarlo ancora. Fingere che fosse un caso. Ma temeva che lui si offendesse. Che la considerasse una stupida sfacciata.
Di parlargli non se ne parlava nemmeno. Avrebbe voluto, ma non c’era motivo di farlo. Si accontentò di respirarlo, fino alla sua fermata. Ringraziando il destino che glielo aveva lasciato vicino per così tanto tempo. Quel profumo l’avrebbe ricordato di sicuro. Non aveva mai sentito nulla di così buono.
Gli sorrise ancora, quando lui si spostò per farla passare. Lo guardò dritto negli occhi e gli sorrise più decisa di prima. Scivolò al suo fianco e scese. Senza voltarsi a guardarlo mentre le porte gli si chiudevano in faccia e senza aspettare che la metro se ne andasse. Se non doveva vederlo più, allora voleva ricordare il suo viso mentre scendeva. Il viso di un uomo che la voleva di certo baciare e che l’avrebbe fatto, se solo avesse potuto. Ne era certa, lo sapeva quanto sapeva che lo avrebbe rivisto. Lo sentiva.
La sua notte passò lieve e serena. L’odore di lui le tornava in mente senza tregua. Il colore dei suoi occhi e la bellezza della curva delle sue labbra erano stampati nella sua mente. Lei lo avrebbe rivisto. Avrebbe cercato nella metro il vagone giusto. Non poteva farne a meno.


In ufficio, lui parve distratto tutto il giorno. Assente, come se non vedesse l’ora di andarsene. I colleghi che lo conoscevano meglio ridevano sotto i baffi. Non l’avevano mai visto comportarsi così. Lui che era così serio e ligio al dovere. Che non sgarrava mai, che non aveva mai un calo di attenzione. Non gli dissero niente, per non urtare i suoi sentimenti. Era un ragazzo suscettibile. Almeno per quello che sapevano loro. Uno così serio si meritava un momento di relax. Immaginarono qualsiasi cosa e lui lasciò che lo facessero. Senza pensare ad altro che alla metro. E al prossimo incontro.
Uscì un quarto d’ora prima. Fece una fermata in metro e scese alla fermata di lei. Per aspettarla. Poi il tempo sembrò rallentare in modo impensabile. Un milione di altre facce, gente che correva ovunque e di lei nemmeno un indizio. Fino a quando la vide sbucare da dietro a un angolo. Leggera nel suo cappotto vinaccia e coi suoi bellissimi stivali neri.
Lui riprese a respirare e si mosse verso l’ultimo vagone, dove era diretta anche lei. Era un caso? Non voleva pensarci.
Salirono insieme e rimasero vicini, senza parlare, appesi agli stessi dieci centimetri di sostegno senza averne bisogno, solo per sentire il calore della ragazza vicino.
Era veramente bella come l’aveva vista il giorno prima. Non era stato uno stupido scherzo dei suoi occhi. Bella e profumata, sorridente e immobile accanto a lui. Fino alla sua fermata, dove si voltò a sorridergli soave prima di scendere e sparire dinuovo.
Un altro viaggio sprecato, un momento di vita che non aveva avuto il coraggio di vivere. Un futuro che proprio la sua mente non voleva considerare. Una nuova notte senza di lei. Senza la certezza di ritrovarla ancora.


La giornata era trascorsa veloce, più di altre volte. Piena, ma non eccessivamente stancante. Le colleghe che raccontavano le loro storie la facevano sorridere. Lei aveva incontrato qualcuno. Ma non lo voleva dire a nessuno. Era troppo importante per parlarne. Quasi non si accorse del tempo che passava, tanto che al momento della chiusura era impreparata. Aveva dovuto correre per raggiungere la metro in orario. Se lui era lì anche quella sera… le prospettive di un futuro erano infinite.
Cercò di respirare in modo regolare, mentre correva verso la metro. Poi lo vide lì. Alla sua fermata. Le sembrava che ci fosse qualcosa di diverso dal giorno prima. Lui era già sul treno quando lei era salita? O condividevano anche la stessa fermata?
Cercò di riacquistare una velocità appropriata nell’avvicinarsi all’ultimo vagone. Salì, mantenendosi vicino a lui. Appoggiando la mano in un punto dove lui avrebbe potuto toccarla, per sbaglio o per volontà. Senza averne davvero bisogno. Desiderava dinuovo parlare con lui, ma non sapeva come fare, così si limitò a sorridergli mentre scendeva. Un sorriso più lungo, più profondo. E ricambiato dal sorriso più luminoso del mondo. Ma troppo breve per essere una partenza. Lei ripensò a tutte le espressioni di lui, a ogni attimo del percorso. Ci ripensò tornando a casa, cenando e addormentandosi.


Altro giorno, stesso copione. Lui che lavora senza interesse, che corre alla metro e prende il treno con lei, che la sfiora appena può farlo e che non riesce a parlarle. Che la vede andar via senza poterla fermare. Senza sapere se per loro c’è davvero questo futuro. O se è solo una sua illusione, la paura di finire la sua vita da solo. Che il rigore in cui ha sempre creduto in fondo non gli basti. Che ci sia una speranza.


Un nuovo giorno vissuto col sorriso. La certezza di vederlo, di poter prendere la metro insieme, di passare qualche decina di minuti accanto, anche senza parlare. Perché c’è qualcosa di più importante delle parole e si nasconde al fondo dello stomaco e lo rende pietra ogni volta che lui si avvicina. L’attimo rubato di due mani che si sfiorano appena, per poi rientrare timide al loro ruolo. Sostegno di due vite che vorrebbero incontrarsi.
Un nuovo abbandono alla fine del viaggio, senza certezze.



Una settimana. Quello era il tempo.
I sorrisi erano diventati un timido “buonasera”, con la voce dolce di lei che sembrava musica. Ma non c’era più tempo. Lui fece tutto quello che doveva fare. Lavorò senza sosta, sempre con quell’aria distratta degli ultimi tempi. Si preparò e uscì prima. L’ultimo incontro. In bagno aveva controllato che tutto fosse a posto. Aveva pregato di poterle parlare, aveva desiderato più tempo. Ma non ce n’era. Andò alla sua fermata e la aspettò. Per poco. Era tardi.


Una settimana. Lei non voleva aspettare un attimo in più. Voleva parlargli, sapere. Voleva prendergli la mano e scendere con lui dalla metro, scappare chissà dove. Ovunque, ma con lui. Col suo profumo di legno e con la sua pelle scura. Coi suoi occhi misteriosi e quei modi gentili.
Tutto sembrava remarle contro. Tutto. Lavoro, colleghe, cartellino da timbrare misteriosamente scomparso. Lei voleva prendere il treno con lui, correva disperatamente per farlo.
Era tardi.



Lui si diresse verso il loro vagone. Il senso di pazzia che montava in lui, il desiderio di andarsene più in fretta possibile, dimenticare ogni cosa. Lei, il lavoro, il mondo. La vita.
Salì, con le narici dilatate per la rabbia che sentiva crescere. Lei non c’era. Meglio così. Sarebbe stato tutto più facile. Nessun ripensamento, nessun addio. Niente.
Non si voltò a guardare la stazione mentre le porte aspettavano di chiudersi. Il segnale sonoro che gli squillava nelle orecchie.

Lei, rischiando di cadere almeno quattro volte al minuto, saltò nel vagone mentre le porte si chiudevano. Non era il vagone giusto, ma era certa che la metro fosse quella. L’ora era quella. Lui sarebbe stato certamente al fondo. Lei era decisa a percorrere tutto il treno fino a lui e parlargli, finalmente.
Non c’era niente di più importante. Il lavoro, le amicizie, la casa. Solo il poter conoscere il suo nome e poterlo toccare ogni giorno senza sotterfugi.

Il treno si mosse. Lui decise di risalire verso il centro del convoglio. Lei non c’era, non aveva motivo per restare lì. Il cuore gli pulsava forte nelle orecchie. Cominciò a sudare. Non doveva più pensare a lei, eppure i suoi occhi verdi erano l’unica cosa che non lo faceva urlare.
Camminò, piano, spingendo educatamente le persone che gli ostruivano il passaggio. Verso la metà del treno. Verso il suo futuro, quello che aveva pianificato, quello per cui era nato e aveva lavorato.

Lei riprese fiato, per un solo istante, prima di muoversi verso il fondo del treno. Doveva trovare il suo cavaliere e scappare verso il castello per vivere per sempre felici e contenti. Sì, si stava raccontando un sacco di storie. In fondo, se lui avesse voluto parlarle lo avrebbe già fatto. Ma era un ragazzo educato, lei non poteva aspettare. Non voleva giocare a lungo con quei contatti quotidiani, non voleva rinunciare al sogno.
Camminò, sudata, affannata. Il cappotto aperto e la borsa che la seguiva senza che lei controllasse la sua stessa sicurezza.

Il treno sembrava lunghissimo. Lui camminava impaziente, preso da mille pensieri funesti.
Poi la vide, laggiù, che gli veniva incontro.

La gente non le faceva spazio. Lei non faceva altro che chiedere permesso, con la voce sempre più alta, con un senso di soffocamento crescente. Finchè non lo vide camminare.

Lui rallentò. La mente confusa. Adesso cosa poteva succedere? C’era forse solo un attimo in cui dichiarare il suo amore?

Lei continuò a camminare, guardandolo negli occhi. Non vedeva altro e dava spallate a chiunque incontrasse sul cammino.

Lui aprì il cappotto, stava morendo di caldo. Era l’inferno.
Voleva solo poterla baciare, ma non avrebbe dovuto farlo.

Lei lo raggiunse. Ci volle un attimo e si fermò a meno di un metro da lui. Col fiatone, ma con l’espressione preoccupata.

Lui le sorrise, imbarazzato. Non si aspettava niente di ciò che era successo in settimana. Era uno scherzo, terribile.
Lei lo guardò, ancora. Gli occhi fissi nei suoi. Forti della sua decisione. Voleva lui.
Lui allungò la mano e prese quella di lei. Non c’era alcuna resistenza. Lei era lì per lui, era lì per restare.
Gli strinse la mano senza pensare. Sì, aveva visto tutto. Ma non riusciva a tirarsi indietro. Non voleva farlo.
Lui la tirò a se, con una delicatezza che lo faceva sembrare un balletto. Lento, dolce e deciso allo stesso tempo.
Lei lasciò fare e ancora non si preoccupò di quello che sentiva tra loro. Non era importante. Non più.
Lui si chinò per baciarla. Lei accolse il suo bacio. Un incontro di labbra come petali di rosa.
Con la mano libera, lui disinserì il detonatore. Non era difficile.
Lei gli accarezzò il viso e sorrise con tutta se stessa. Erano insieme.
Lui la prese per mano, ancora. Scesero alla prima fermata.
Nessuno li vide più.

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