M. Gisella Catuogno
ll lato tenero di Filippo Tommaso

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Titolo ll lato tenero di Filippo Tommaso
Autore M. Gisella Catuogno
Genere Narrativa      
Dedicato a
ai nuovi amici di LDS che vorranno leggerlo. L´ho già postato tempo fa ma lo ripropongo per i cento anni (domani)del Futurismo
Pubblicata il 19/02/2009
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A cento anni dalla pubblicazione a Parigi su Le Figaro del Manifesto del Futurismo (20 febbraio 1909) e delle sue roboanti provocazioni (… La letteratura esaltò fino ad oggi l'immobilità pensosa, l'estasi e il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l'insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno… Noi vogliamo glorificare la guerra - sola igiene del mondo - il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna) quello che segue è un racconto sull’uomo Marinetti, in famiglia molto diverso dall’immagine pubblica. Il testo è liberamente ispirato a un’intervista che la figlia Ala concesse nell’agosto 1994 a La Stampa.



In quell’estate del 1936, nel tripudio degli oleandri rosarancio, delle begonie scarlatte, dei carrubi e gelsomini in fiore, si aggiravano, nel giardino di villa Hammeler- Mazza, a Cavo (Isola d’Elba), Vittoria, Ala e Luce Marinetti, figlie del “guerriero futurista” Filippo Tommaso.
Per loro era tutto nuovo in quella casa comoda ma non sfarzosa, anzi quasi spartana, in confronto alla loro grande abitazione di Piazza Adriano a Roma, con i salotti dalle pareti giallo sole, i divani azzurri, i mobili intarsiati di madreperla, i lampadari di rame traforato e i grandi vasi cinesi, in un affollarsi di sculture, arazzi, oggetti d’arte e cuscini “futuristi” firmati Depero.
La “casa al mare”, dove erano ospiti, sorgeva sulle rovine di una bella villa romana del primo secolo dopo Cristo e Capo Castello si chiamava quel promontorio da cui si poteva vedere, sotto, il mare azzurro, trasparente e all’orizzonte il profilo della costa toscana.
Era la prima volta che i Marinetti decidevano di accettare l’offerta della signora Mazza: gli anni precedenti avevano passato le loro vacanze a Capri “ la sedia a sdraio del Mediterraneo”, dove lo scrittore aveva ricreato un nido futurista con Francesco Cangiullo, Alfredo Casella e l’affascinante Benedetta Cappa, giovane pittrice piemontese, destinata a sedurlo senza rimedio, tanto da diventare la madre delle sue tre figlie. Nella villa sopra Marina Piccola c’erano tornati con le bimbe, ma da quando erano diventate tre, la mondanità della splendida isola e tutti quegli scalini da scendere e salire, li avevano convinti a rinunciare, seppure a malincuore, alla Grotta Azzurra e ai Faraglioni, per trascorrere l’estate a Villa Pellizzi, a Forte dei Marmi.
Ma anche qui, il pericolo di imbattersi continuamente in “Eccellenze, Gerarchi, Padreternoni e Padreternini” d’ogni calibro, al volante delle arroganti decappottabili o in ozio sulla spiaggia del Poveromo, li aveva infine convinti a provare la villeggiatura in quel piccolo, tranquillo paesino elbano, in bilico tra l’azzurro del mare e il verde della macchia. Non c’era nemmeno un porticciolo, ma solo un moletto dove attraccava il barcone che faceva la spola col piroscafo; poco più in là, case sparse tra orti e vigneti, alcune belle ville della borghesia locale e ovunque il profumo e la dolcezza dei fichi maturi. Ai piedi della casa che li ospitava, il dirupo roccioso che precipitava in mare era qua e là interrotto da cespugli di lentisco; dopo un tratto di costa tormentato, a levante si apriva la deliziosa Caletta delle Alghe e a ponente la più selvaggia spiaggia del Frugoso; di fronte il mare aperto del Canale di Piombino.
Era proprio quello che desiderava il “genio-atletico-lirico-palombaro-blindato”. Lontano dalla folla, dai centri di potere, dall’”intellighenzia” più o meno schierata col regime, avrebbe ritrovato i profumi del Mediterraneo, il legame con l’Africa della sua infanzia e curato quelle tre deliziose bambine che la dolce Beny gli aveva regalato: erano il suo orgoglio e la sua debolezza! Ma come non capitolare di fronte a quei visini delicati, ai boccoli e ai nastri fra i capelli, alle loro voci acute e squillanti? Era così che si voleva consolare, in quell’estate del 1936, per nulla tranquilla: la campagna d’Etiopia gli aveva infatti attirato le critiche degli intellettuali francesi; la cultura fascista, fortemente condizionata dal nazismo, aveva attaccato pesantemente l’”arte degenerata” dell’avanguardia e gli stava con gli occhi addosso; per niente apprezzati erano poi i suoi interventi presso il duce in favore di Parri e di altri confinati, che gli attiravano però le simpatie e il consenso di Benedetto Croce.
A Cavo poteva riposarsi, ritemprare le forze non più alimentate dalla giovinezza –aveva ormai 62 anni- nuotare, fare i tuffi, pescare i ricci di cui era goloso, insegnare alle sue bambine come si riconoscono i canti degli uccelli, i profumi dei fiori, la morbidezza o la rugosità delle foglie.
Per Vittoria, Ala e Luce era il più tenero e tradizionale dei padri, disposto per ore ad insegnare il piano, componendo d’istinto, e privilegiando Wagner, Debussy, Vivaldi. Suonava spesso le Quattro Stagioni, in particolare l’Inverno, e per far capire ad Ala come farlo con sentimento diceva:”…tu sei al caldo…immagina che al di là dei vetri cadano fiocchi di neve. Guarda quell’omino intirizzito che sul marciapiede vende caldarroste…”
Dunque Marinetti un inguaribile romantico? Proprio lui che aveva proclamato. “Uccidiamo il chiaro di luna!” ? Miracoli della paternità!
Del resto le bambine erano così felici ed attive in quell’estate elbana, che cercava di assecondarle in tutti i modi… Come quando esse ottennero il permesso, in verità dopo molte insistenze, di “un teatrino” dopo pranzo per rallegrare mamma, papà, la padrona di casa ed altri illustri ospiti.
Cucirono così bacche e grappoli d’uva fragola sui loro costumini e alla fine del balletto cantato li staccarono con un artistico lancio in aria, senza rendersi conto che finivano sugli abiti chiari degli spettatori. La conseguenza fu che per una settimana rimasero in punizione, senza poter scendere al mare…Tra quegli ospiti c’erano il maestro di operette Giuseppe Pietri, Franco Marinotti, il prefetto della Toscana, i signori Tonietti, concessionari delle miniere, e forse Georges Simenon che nell’estate di quell’anno sostò per un mese nelle acque di Cavo, sull’Araldo, il barcone del capitano Giacomo Canovaro, elbano (come il resto dell’equipaggio), adattato a yacht per lo scrittore, la giovanissima moglie, una cameriera e un gigantesco mastino marrone.
L’incontro tra Martinetti e Simenon avvenne forse quella sera, ma non è da escludere che si fossero già conosciuti alla “locanda” Pierolli, dove si poteva gustare uno straordinario cacciucco, al suono di improvvisati concertini.
Comunque, il fondatore del Futurismo aveva troppi impegni per poter soggiornare settimane all’Elba, senza muoversi: così, succedeva spesso che si assentasse, dominato dalla necessità di propagandare per tutta la penisola il suo “verbo” e in particolare quella poesia”epico-industriale” che gli frullava per la testa: a Torino aveva tenuto una conferenza, a Biella aveva visitato uno stabilimento della Snia Viscosa, entusiasmandosi al Lanital, prodotto autarchico ottenuto dalla caseina, da lui definito “Muscolo del vento…Tessutomaterno”…

Anche il giorno dell’incidente, dunque, si trovava fuori…
Beny, invece, si era alzata piuttosto presto, non come quando c’era lui, che nel cuore della notte poteva dirle: “ Cara, lavoriamo un poco…” e alla finestra affacciata sul mare o in giardino, al chiaro di luna, le dettava i suoi versi…Dopo quelle veglie dormivano fino a tardi…
Quel giorno, invece, di buon mattino, nel riordinare le stanze, la donna notò dei fiori secchi in un vaso e lamentandosene disse ad Ala: “Prendili e valli a buttare nel punto più lontano!”. La bambina prese alla lettera l’invito della mamma e si diresse in fondo al giardino, dove i gerani, le petunie, le dalie lasciavano il posto ai cespugli di lavanda, salvia e rosmarino, prima di smarrirsi nel trionfo dei lentischi più in basso. Ala si sporse per gettarli in mare, ma la balaustra cedette e lei precipitò di sotto…i rovi attutirono la caduta e le impedirono di sfracellarsi sulla scogliera ma le ferirono rovinosamente il viso…il grido che lanciò fu sentito da tutto Capo Castello.
Beny, le bambine e tutti gli abitanti della casa terrorizzati accorsero, districandola da quel viluppo di rami e spine: sarebbe rimasta orribilmente sfregiata se la mamma, con le sue splendide mani d’artista, non le avesse subito riunito i lembi di pelle strappata e fasciato il viso.
A Cavo qualcuno se lo ricorda ancora quell’urlo, seguito da un viavai di gente che passandosi la voce “La figlia di Marinetti è caduta nel dirupo!” accorreva a Villa Mazza per avere notizie.
Filippo Tommaso arrivò alle due di notte con una lancia messa a disposizione del prefetto portando con sé il più noto chirurgo plastico torinese e maledicendo la scelta di un luogo così isolato per la vacanza delle sue bambine.
Quando la figlia aprì gli occhi tra il groviglio delle bende, le mormorò:” Sembri un gattino caduto nel latte…” Gli occhi neri e vellutati del padre furono la prima immagine che Ala vide al risveglio dal coma. Del chirurgo non ci fu bisogno: bastarono le tenerezze della famiglia a guarirla…
Nonostante tutto, quella fu per Marinetti una delle ultime vacanze felici: di lì a poco si sarebbe sentito schiacciato tra l’ostilità degli intellettuali internazionali e un antisemitismo di regime che non condivideva affatto. Verrà poi la guerra, la campagna di Russia e la scelta di partire, sebbene Mussolini glielo avesse “proibito”. Da lì manderà alla figlia Ala un fiore, racchiuso in una busta e accompagnato da queste parole:”Ti mando i profumi della steppa e questo fiore colto per te”.
La morte, non in battaglia, come aveva sempre sognato, ma a Bellagio, sul lago di Como, lo colse l’anno dopo.

Maria Gisella Catuogno

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