Tavoli della Cultura
Bcult

Vedi
Titolo Bcult
Beni culturali di serie B a Genova e in altri luoghi a cura di Rinaldo Luccardini
Autore Tavoli della Cultura
Genere Attualità cultura      
Pubblicata il 20/02/2009
Visite 16428
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Fuori Collana  N.  2928
ISBN 9788873882152
Pagine 194
Note 470 fotografie di cui 64 a colori
Prezzo Libro 15,00 € PayPal

Bcult è la contrazione di Beni Culturali, ma in inglese "Be cult" è un invito ad essere partecipe del patrimonio culturale e della produzione artistica. Inizialmente nato come bollettino dei Tavoli della Cultura è poi diventato un osservatorio sui beni culturali a rischio di Genova e Liguria, per mettere in luce ricchezze nascoste o sottovalutate ed offrire dunque nuove prospettive.

Il libro contiene 490 fotografie di cui 64 a colori
il formato è 16x23 cm

Chiusini
Quattordici tombini di ghisa affollano una piccola porzione di Largo Pertini, a Genova, proprio davanti al colonnato del Teatro Carlo Felice. Sono quattordici usci di altrettante entità sotterranee (reti adduttrici, reti di smaltimento) che lasciano stupefatti i turisti giunti sul posto per ammirare altri oggetti. Sono quasi tutti chiusini dell’Acquedotto Deferrari Galliera e la loro inusitata concentrazione lascia supporre l’esistenza di un reticolo di ramificazioni dirette a diverse utenze. In effetti nella zona c’è un albergo, anche se non si vede. In particolare si tratta di un complesso sistema di bagni pubblici e servizi igienici sotterraneo (noto come “albergo diurno”), completo di parrucchiere e pedicure. Verosimilmente ciascuna delle funzioni disponibili in questo albergo ipogeo ha una sua utenza, il che permette una loro gestione personalizzabile sotto il profilo fiscale.
L’intero complesso è assimilabile alle antiche terme dei Romani e, benché gli accessi siano lasciati alquanto in abbandono, è molto apprezzato dai numerosi cittadini extracomunitari che lo frequentano assiduamente (un bagno costa 6,40 euro e con 30, cent si può disporre di una toilette, ma solo per 5 minuti). L’impianto è adiacente ai sotterranei del Teatro, che in quella zona ospitano una straordinaria centrale di produzione di aria fresca (che non è da confondere con l’aria condizionata) basata sulla circolazione dell’aria a bassa velocità, senza rumore, su coltri di ghiaccio, poi fatta defluire in sala attraverso i sostegni delle poltrone opportunamente forati. I chiusini sul pavimento della piazza sono dunque solo una traccia della complessità impiantistica che c’è sotto. Spiegare tutto ciò ai turisti è difficile, ma forse per loro è più attraente il mistero dell’irregolarità geometrica del mosaico. Solo uno dei quattordici tombini è infatti orientato sulla tessitura delle lastre della pavimentazione. Tutti gli altri sono scombinati ed hanno imposto agli esecutori dell’opera una rigorosa cesellatura dei conci per soddisfare l’esecuzione degli incastri.
Rinaldo Luccardini, Bcult n.37, Marzo 2008


Pietre di Via Roma
Recentemente abbiamo registrato le proteste di diverse persone per il modo in cui sono stati confezionati alcuni tombini metallici sui marciapiedi di Via Roma, a Genova. Via Roma è il “salotto buono” della città: vi si trovano i negozi dei più famosi marchi commerciali internazionali. È una strada percorsa dai turisti e, gemellata con Galleria Mazzini, rappresenta un esempio di ambiente urbano altamente qualificato.
I tombini in questione sono in lamiera (tutti gli altri sono in ghisa fusa) e la loro installazione è stata contornata da una malta di cemento “di pronta” assolutamente estraneo al contesto. C’è stato detto che servono per monitorare il tunnel della metropolitana durante la sua costruzione. Infatti dentro lo scavo viene realizzato il cosiddetto “costruttivo”, cioè un tubo di cemento armato nel quale correranno i treni. Questo manufatto produce alterazioni statiche e idriche, perciò vengono effettuati rilievi di varia natura mediante sonde che portano in superficie i dati rilevati a sette-otto metri di profondità nel sottosuolo. Perciò sono state predisposte mire ottiche sulle facciate degli edifici, sulle quali è dunque possibile stendere catene livellometriche e seguirne l’evoluzione. Inoltre dai tubi inseriti con trivellazioni dal soprasuolo è possibile rilevare le variazioni delle falde freatiche con clinometri e igrometri. In superficie rimangono solo i tombini metallici attraverso i quali vengono inseriti gli strumenti di misurazione.
Il fatto è che sui marciapiedi di Via Roma si possono apprezzare diversi tipi di lavorazione della lastricatura tutti fatti a mano all’epoca della sua costruzione (progetto: 1860, inaugurazione: 1871). La diversità delle finiture sembrerebbe essere una conseguenza dei modi e dei tempi in cui venne realizzata l’opera. A compiere il lavoro di finitura dei “tacchi” si sono alternati diversi lapicidi, ciascuno portatore del proprio sapere. Del resto anche la varietà dei materiali può avere condotto a queste scelte: si tratta in assoluta prevalenza di granito, proveniente quasi totalmente dalle isole (Elba, Corsica e Sardegna) e solo minimamente dalle Alpi: la sua qualità è riconoscibile dal colore rosato dei masselli. Però qua e là sono presenti anche masselli di serpentina, col caratteristico colore verde scuro e dotati di una lavorazione semplificata. Tutti i tacchi sono finiti a “nastrino”, nessuno a “bisello”: il bordo di contatto fra i masselli è dunque complanare (cosa che è stata ignorata nel triangolo antistante Palazzo Spinola dove, in anni recenti, la pavimentazione è stata sostituita con lastre guarnite da un’improvvida “fuga” nel cui interstizio finiscono cicche ed altra sporcizia).
La varietà di finiture suggerisce ai passanti più attenti a questi dettagli la curiosità di conoscere le ragioni della diversità. Possono essere culturali o funzionali o tecnicistiche, ma quest’ultimo caso ci sembra senz’altro in subordine. Tutti gli scalpellini dell’epoca potevano infatti disporre degli stessi attrezzi: martellina, mazzuolo, subbia, ferrotondo, gradina, bocciarda, raschietto, unghietto e “dente di cane”. Si sedevano a margine del cantiere e percuotevano la pietra secondo uno spartito approvato dall’uso e dal committente. Si potevano avere superfici a dentello, a goggiatura, a libro, a quadretto, a cesellatura, a bocciarda… La più semplice di tutte era ottenuta con la mazza a testa
concava, la più difficile era la lavorazione a libro su granito: a guardare il risultato sembra di poter dire che somigli alle colonne di un quotidiano.
La ragione di questa lavorazione è comprensibile: evitare lo scivolamento dei pedoni durante le giornate di pioggia o con neve o ghiaccio sui marciapiedi. Nelle scanalature fatte con punta mezzana o grossa finisce l’acqua piovana; le suole dunque poggiano sulle increspature. La bellezza della goggiatura è però dovuta alla manualità dell’operaio che l’ha fatta. Le lavorazioni a fresatrice multidischi che tentano di imitare questi risultati, lasciano una superficie increspata, ma fredda e poco comunicativa.
Le pietre di Via Roma dunque rappresentano anch’esse un’epoca e la sua cultura, con pari dignità delle fattezze attribuite dagli ingegneri alle case lungo l’asse di questa strada, una strada “fatta a mano”. Per lastricare i marciapiedi di Via 20,Settembre, trenta anni dopo, si adotteranno soluzioni diverse, frutto delle nuove disponibilità di attrezzi meccanici per la lavorazione dei graniti, talché nella parte senza portici sono presenti anche conci lisci dei quali la bellezza viene dalle curiosità delle “vogliature”, dall’alternanza delle striature cromatiche, dalla voluta complessità degli incastri.
L’erba che cresce negli interstizi dei marciapiedi di Via Roma permette di comprendere la diversità di uno stile di vita, la cultura appunto, che distingue e riconosce i valori della natura a partire dai suoi elementari componenti. L’efficacia di questo stile di vita è dimostrata dalla longevità dei suoi prodotti: Via Roma conserva le sue funzioni commerciali dopo un secolo e mezzo dalla sua ideazione e il materiale di cui è fatta la strada è sempre lì. Provate un attimo a confrontarlo col centro commerciale di Quarto Alta, realizzato 20, anni fa e prontamente deperito nel deterioramento sgradevole non solo delle funzioni ma anche dei materiali. Se ci pensiamo bene non si tratta solo di una questione di costi, ma proprio di un atteggiamento etico.
Rinaldo Luccardini, Barbara Volpato, Bcult n.40, Giugno 2008

Bcult è la contrazione di Beni Culturali, ma in inglese "Be cult" è un invito ad essere partecipe del patrimonio culturale e della produzione artistica. Inizialmente nato come bollettino dei Tavoli della Cultura è poi diventato un osservatorio sui beni culturali a rischio di Genova e Liguria, per mettere in luce ricchezze nascoste o sottovalutate ed offrire dunque nuove prospettive.

Il libro contiene 490 fotografie di cui 64 a colori
il formato è 16x23 cm

Non ci sono commenti presenti.

Pubblica il tuo commento (minimo 5 - massimo 2.000 caratteri)

Qui devi inserire la tua Login!

Nascondi Qui devi inserire la tua password!

Hai dimenticato la password?

Qui devi inserire il tuo nickname!

Qui devi inserire la tua email!

Nascondi Qui devi inserire la tua password!

Hai dimenticato la password? Inserisci il tuo indirizzo email e riceverai i dati di accesso.

Qui devi inserire la tua email!

Ritorna alla login

Chiudi