Luigi Romolo Carrino
110-111

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Titolo 110-111
Autore Luigi Romolo Carrino
Genere Narrativa - Romanzo      
Dedicato a
all´uso del passato remoto
Pubblicata il 20/02/2009
Visite 3671
Punteggio Lettori 29

Oggi è venuto Salvatore a tagliare i capelli. Io no, io li porto lunghi, non me li devono toccare. Salvatore voleva tagliarmi le punte, ho detto di no. Qui dentro ci sono più di trecento persone. In un giorno Salvatore taglia i capelli a sette, otto, massimo dieci persone. Salvatore viene quattro volte a settimana, non il lunedì, non il sabato né la domenica. Ho fatto il calcolo, ogni due mesi Salvatore taglia i capelli a tutti, un’altra volta d’accapo. Ma così non si finisce mai.
Non proprio a tutti, però. Capita che in due mesi qualcuno muore, come Sandro, ma anche Biagio che non è morto ma sta molto male, è legato da due mesi e non può tagliarsi i capelli, almeno non adesso, non oggi. Marco invece è stato rilasciato, non ci ho mai parlato con lui, se ne stava sempre per i fatti suoi, con i suoi libri, è rimasto poco. Ma anche Edmondo, chissà quante volte si è tagliato i capelli. Chissà quanti gli hanno messo le mani in testa. Salvatore qui viene da poco tempo, è un bel ragazzo Salvatore. Edmondo non l’ha conosciuto, è stato rilasciato a dicembre, l’anno scorso. Edmondo è stato qui quasi cinquant’anni, ha visto tutto quello che è successo, tutti i cambiamenti, ha provato tutti i farmaci. A Edmondo hanno fatto l’elettrochoc, lo hanno legato per mesi, poi hanno trovato la cura giusta per lui, le nuove medicine, psicofarmaci, ed è stato meglio. Voglio chiedere al Dottor Mancuso se mi dà la stessa cosa che hanno dato a Edmondo, forse così guarisco più in fretta e posso uscire da qui. Se tu fai una cosa, qualsiasi cosa che va contro la legge, vai in carcere, sconti la tua pena, sai quanto tempo è la pena, la sconti, poi esci. Quando entri in posto come questo tu non lo sai quanto tempo ci resti. Edmondo non aveva fatto niente di male. Una notte di primavera del 1966 entrò nel pollaio del suo vicino e uccise una gallina. Edmondo amava molto le piume delle galline, all’inizio cercava di strappargliele senza ucciderle, ma queste facevano un baccano infernale, il vicino si svegliava e lui doveva scappare. Allora, ogni tanto, andava nel pollaio del vicino, prendeva una gallina e le legava il becco, e poi le strappava tutte le piume dal culo. Ma erano le altre a fare baccano, e poi c’era un cane che abbaiava nell’oscurità, di tanto in tanto. Il vicino stava molto vigile, a quei tempi una gallina valeva quanto un bracciale di diamanti. Quella notte di primavera del 1966 Edmondo decise che era meglio uccidere la gallina che aveva prescelto. Entrò nel pollaio, l’afferrò e le spezzò il collo. In fretta strappò tutte le piume e fuggì, ma il vicino lo vide mentre scappava. Il vicino si arrabbiò molto, andò col suo fucile a casa di Edmondo e lo insultò, disse che lo avrebbe denunciato, lo chiamò maniaco. Edmondo stava seduto in cucina, con tutte le piume della gallina sul tavolo, faceva una specie di cappello, ne aveva altri sul tavolo, già finiti. Edmondo lo ascoltò seduto, lo fece parlare, fece sfogare il vicino che era davvero arrabbiato e gli puntava il fucile contro. Poi, quando il vicino girò le spalle per andarsene, Edmondo si alzò dalla sedia e gliela ruppe in testa.

Anche noi avevamo un pollaio, alla masseria con i nonni a Ospedaletto. Io avevo dato un nome a ogni gallina, il gallo si chiamava Ernesto canta lesto, ma il nome glielo aveva dato il nonno. In realtà non era solo un pollaio. Era uno spazio recintato, appena dopo il pergolato, chiuso da tutti i lati con una rete fitta di fil di ferro, molto grande, ci volavano anche molti piccioni, c’erano due tortore, un maschio e una femmina, un’oca gigante, c’era un’altra gabbia all’interno, più piccola, con due tacchini, una voliera con i cardellini, i pappagalli colorati, le quaglie, due file di gabbiette basse dove c’erano i conigli, sospese in aria, bucate sotto per far cadere la cacca. Una domenica al mese la nonna sceglieva un coniglio, uno di quelli che era un maschio in più, uno di troppo. Una domenica al mese, soltanto d’inverno però, la nonna sceglieva una gallina, una di quelle che non faceva più tante uova, una vecchia gallina che faceva buono il brodo, e le tirava il collo, veloce e improvvisa.
Jill, l’avevo chiamata come la bionda delle Charlie’s Angels, la gallina faraona tutta bianca e grande. “È un’ingiustizia”, protestai io come Calimero. Cercai di salvarla mettendo le uova delle altre galline faraone nel suo posto, ma la nonna se ne accorse, mi sgridò, mi spiegò che certe volte uccidere è necessario, le tirò il collo, e ce la mangiammo il giorno di Ognissanti.


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