Sandro Ricaldone
MONET A BORDIGHERA

Titolo MONET A BORDIGHERA
Autore Sandro Ricaldone
Genere Attualità cultura      
Pubblicata il 21/02/2009
Visite 8231
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Spazioautori  N.  2
ISBN 978-88-7388-239-8
Pagine 24
Prezzo Libro 3,00 € PayPal

soggiorno di Monet a Bordighera

Sandro Ricaldone

MONET A BORDIGHERA

Ocra Press

Quando Claude Monet scese dal treno a Bordighera, il 18 gennaio 1884, la profezia enunciata da Giovanni Ruffini meno di trent’anni prima in un dialogo del suo romanzo più noto, “Dottor Antonio”, si era trasformata in realtà. «Ecco un’ampia messe per il vostro pennello» dice il protagonista a Lucy Davenne, contemplando il paesaggio del borgo, dove «terra, mare, cielo mescolavano i loro diversi toni» e, fra le linee taglienti delle montagne, «nell’atmosfera diafana nuotavano atomi dorati».
L’incipiente fenomeno del turismo e le proprietà salubri del clima, avevano frattanto fatto sì che alla primitiva Osteria del Mattone, dove nella finzione romanzesca la contessina inglese trascorre la sua convalescenza dopo un incidente sulla strada della Cornice, si sostituissero grandi e confortevoli alberghi, frequentati da una clientela internazionale, nel cui ambito la pratica della pittura era in gran voga.
Dovunque Monet s’imbatte in personaggi intenti a fissare il panorama in disegni e acquarelli. «Non c’è donna inglese che non ne faccia e qui non si può fare un passo senza vederne di giovani e di vecchie in tutti gli angoli». D’altronde, proprio per dare supporto a questa attività, erano stati pubblicati l’anno prima in Francia e in Inghilterra, in una guida redatta da Frederic Hamilton, “Les motifs artistiques de Bordighera” di Charles Garnier, il celebre architetto dell’Opera di Parigi, con l’indicazione degli spunti pittorici più interessanti del luogo. Fra questi il «fantasmagorico» giardino di Francesco Moreno, agente consolare di Francia e titolare di un’impresa che commercializzava l’olio prodotto nelle sue proprietà, esportandolo persino in Giappone.
Monet ebbe qualche difficoltà a esservi accolto, dato che il libero accesso era stato sospeso dopo che taluni visitatori ne avevano danneggiato la vegetazione esotica. Finalmente vi riuscì grazie a una lettera di presentazione, sollecitata a un conoscente marsigliese, che lo qualificava come «uno dei più distinti artisti di Parigi». Così agli inizi di febbraio il pittore, che già aveva imbastito alcune tele, poté entrare nel pieno del lavoro, per realizzare quelle “cose stupefacenti” che, come aveva scritto nel partire al suo gallerista, Paul Durand-Ruel, costituivano l’obiettivo del viaggio in Riviera. A questo punto, però, Monet doveva sperimentare la pertinenza di un’altra osservazione formulata nel “Dottor Antonio”. «La percezione della bellezza è graduale» - annotava infatti Ruffini - «succede di un paesaggio al pari di questo, come di un pezzo di musica (…). Di primo acchito, una quantità di bellissimi dettagli ci sfuggono; la connessione fra i vari passaggi, i rapporti fra essi e col complesso, in breve ciò che costituisce l’insieme della composizione, non si possono discernere se non dopo averla ripetutamente e attentamente ascoltata». A procurargli le maggiori difficoltà era la resa dei colori, vivi nella luce meridiana, ma in altre ore pervasi da tonalità non rinvenute negli scenari raffigurati in precedenza. L’azzurro del mare e del cielo gli appare, nei momenti di scoramento, «impossibile». La luce rosata dell’alba e della sera, «intraducibile».
Progressivamente però, con «una continua lotta», l’artista arriva a dominare l’atmosfera. Nascono allora alcuni fra i più celebrati capolavori: la veduta di Bordighera dall’alto, ora conservata all’Art Institute di Chicago, tutta giocata sull’andamento sinuoso dei tronchi d’ulivo e sulle quinte delle foglie, che incorniciano il grappolo di case della città alta, come sospesa fra mare e cielo; l’“Ètude d’oliviers” che ritrae un punto del Giardino Moreno ancora riconoscibile, grazie al caratteristico profilo contorto dell’albero che contorna il dipinto, nel parco della Fondazione Pompeo Mariani; “Palmiers a Bordighera” del Metropolitan Museum of Art di New York dove, nella parte primo piano, in ombra, predominano quei toni azzurri e rosa che tanto avevano assillato l’artista, mentre più oltre la vegetazione s’accende di una luce dorata.
Monet si spinge nei dintorni, ritraendo scorci del Vallone del Sasso in un intrico di piante che forma un’impenetrabile cortina multicolore, e ancora, in un altro quadro del Metropolitan, una panoramica della valle del Nervia, caratterizzata dall’armonico tra-scorrere dal chiarore niveo delle cime agli azzurri cupi delle rocce digradanti verso il letto del torrente. Né manca una visuale di Dolceacqua con il turrito castello a incombere sull’antico ponte ad arco.
In tutto una quarantina di tele che l’artista portò con sé al suo rientro in Francia, in aprile: un ciclo compiuto, nel quale Monet compie un significativo passo nel dominio del colore, «cangiante e fiammeggiante», di decisiva importanza per le generazioni successive: si pensi, ad esempio, alla pittura di un Bonnard. E, insieme, un episodio cruciale per la vicenda artistica di Bordighera, pur ricca, nel suo cosmopolitismo, di presenze di grande rilievo, da Pompeo Mariani a Felix Levitan, da Lovis Corinth ad Alexei von Jawlenskj.


soggiorno di Monet a Bordighera

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