Antonio Caron
Serial al giallo genovese

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Titolo Serial al giallo genovese
Autore Antonio Caron
Genere Narrativa - Giallo, Noir, Poliziesco      
Pubblicata il 26/02/2009
Visite 11292
Punteggio Lettori 10
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Le Vespe  N.  4
ISBN 9788873882213
Pagine 194
Prezzo Libro 12,00 € PayPal

Un dirigente di Squadra Mobile da poco trasferito a Genova si trova alle prese con delitti, malaffari e vicende umane al limite fra lecito e illecito. Tre storie fra loro diverse con protagonisti che si ripetono come in un serial. L’ambientazione spazia da Ponente a Levante passando dal Centro Storico. Trame e personaggi di fantasia ma del tutto verosimili; della serie “Genova in giallo”..

Dopo il trasferimento a Genova, il primo caso “tosto”
capitato al capo della Mobile fu il delitto di Castelletto...

“Vice questore, provi un po’ a sentire lei...”
Il tono della telefonata era di quelli che annunciavano grosse novità.
“Chi chiama?”
“Commissariato Centro”.
“Pronto, qui Argentieri. Sei tu, Serenu?”
“Caro dottore, eccoti un bel cappuccino caldo...”
Nel linguaggio corrente di questura, soprattutto nelle prime ore del mattino, il “cappuccino” ha un significato particolare; niente in ogni caso che vedere col caffellatte. Massimo Argentieri, aveva da poco messo piede in ufficio; il suo impermeabile odorava ancora di vento. Aveva fatto a piedi il tratto che da Boccadasse porta a viale Brigate Partigiane.
Con il trasferimento al vertice della Squadra Mobile di Genova gli è arrivato l’avanzamento a vice questore aggiunto. Alla sua età - cinquantadue anni - può tutto sommato ritenersi soddisfatto, anche se a Roma ha lasciato una dimora accogliente a un tiro di schioppo dal Ministero. Non è mai stato tipo da orario d’ufficio e adesso una tabella oraria vera e propria non l’ha per niente, specie dopo il possesso delle nuove mansioni.
La giornata si annuncia poco mite. Del resto quando a Genova fa freddo si battono i denti, anche più che nella pianura d’oltre Appennino; e non è un’esagerazione. Fortuna, almeno per i genovesi, che ciò capita di rado. La consolazione non li salva tuttavia da paturnie e belin di traverso.
Appena sveglio, Argentieri si era affacciato alla finestra che si apre sopra la gelateria. Data l’ora, piazzetta Nettuno di Boccadasse è quasi deserta. La cantilenata voce della pescivendola arriva più tardi. I nottambuli non sono mancati. Nel cuore della notte, uno stereo a tutto volume da rompere i timpani. La circostanza non è del resto rara. Abitare in uno dei posti più suggestivi di Genova significa pagarne lo scotto. Gli era pure capitato di inveire contro i disturbatori. In qualche caso otteneva un po’ di silenzio, altre volte veniva paro paro mandato a quel paese. Quando minacciò di chiamare la Polizia, gli fu risposto di farsi i c... suoi.
Rientrava in ore antelucane e qualche volta gli era pure venuto voglia di unirsi ai bighelloni di turno. Del resto, ci voleva poco per rendersi conto con chi aveva da fare. E non mancavano di sicuro le allegre compagnie fatte di belle signore e gente perbene appena un po’ su di giri.
In definitiva, Boccadasse di notte si rivelava una ribalta di varia umanità fatta di sguaiataggini e schiamazzi, ma anche suoni di chitarra provenienti da suonatori provetti. Ce n’era uno in particolare - che peraltro non era mai riuscito a scorgere di persona - che si esibiva in brani classici, da ascoltare estasiati.
Notte trascorsa senza trilli di cellulare; nel tratto ammattonato che porta sul corso Italia, non un’anima. I pochi minuti di sosta per il solito caffè erano gli ultimi che si poteva concedere come privato cittadino. Sapeva in ogni caso che non sarebbe durata. Prevedibile che, appena arrivato in questura, fosse sùbito investito: “dottore, deve chiamare Tizio e Caio, l’ha cercata il questore...”. Stavolta però è diverso. Di solito, quando Serenu chiama non è certo per annunciare le previsioni del tempo.
“Corso Carbonara. Età sui trenta. Donna, extracomunitaria, permesso di soggiorno chiesto ma non ancora rilasciato. Allarme dato dai datori di lavoro intorno all’una di notte al loro rientro da teatro. La vittima presenta ferite d’arma da taglio alla schiena. La morte pare dovuta a dissanguamento. Ma su questo non mi sbilancio. Luogo del probabile omicidio: caseggiato signorile con vista mare. Due agenti sul posto. Ci vieni anche tu?”
Copione classico: Serenu mai troppo loquace non è mai stato, fin dai tempi della Scuola di Polizia. In compenso, non ha bisogno di tante parole per farsi capire.
“Dammi il tempo di...”
Le parole di Argentieri si persero nel baillame che si sentiva dall’altro capo del telefono. Prima che la comunicazione fosse interrotta, si udì un baritonale: Cuss’è tuttu ‘stu gran cassino...
Serenu sarà pure stato di poche parole. Ma si faceva sentire.

Il sovrintendente Agostino Leggiuni era sul posto. Argentieri non ne fu sorpreso:
“Ah se qui. È per questo che in questura non ti ho trovato”.
“E che dovevo fare? Ho parlato io per primo a Serenu”.
“Dimmi tutto”.
“Si chiamava Katrina Riskov. Nazionalità ucraina. Clandestina fino a prova contraria”.
Argentieri si avvicinò al corpo senza vita:
“Bella donna... Segni di violenza sessuale?”
“A prima vista non sembra. Ma aspettiamo che lo dica il medico legale...”
Cadavere bocconi sul pavimento; sangue colato sul pavimento, macchie sulla maglietta e i jeans; scarpe di gomma allacciate, stanza accanto alla cucina. Sul lavandino di pietra, del tipo che ancora si può vedere in certi appartamenti di Castelletto, piatti e pentole da lavare. Odore di pesce. Il menu, almeno per Argentieri, non invitante. Vabbè: nella sua attività di investigatore gli era pure capitato di peggio. E poi: quando si entra nelle case di Genova è il minimo che può capitare.
L’ampio soggiorno dava su un terrazzo; c’era “vista”, il panorama abbracciava il porto e la parte di città che scende verso via Garibaldi. Al largo, cielo e mare erano qua e là uniti da coni nuvolosi simili a colonne in movimento. Nella stanza cassetti aperti, materasso rivoltato, soprammobili qua e là, borsetta con perline afflosciata sul pavimento. La porta d’ingresso non presenta segni di effrazione.
“A che ora sono usciti i signori... A proposito, come si chiamano?”
“Devoto. Lui è dirigente in un’azienda portuale. La... Aspetta che me lo sono scritto...”
“Fa niente. Me lo dirai”.
“C’era spettacolo allo Stabile. Fra l’altro, pure a mia moglie sarebbe piaciuto...”
“Leggiuni sopporta. Sai benissimo com’è il nostro lavoro...”
Il delitto compiuto fra le venti e la una di notte, ora di rientro dei padroni di casa.
“La vittima ha parenti, amici ?”
“L’ho domandato. Nessuno veniva a trovarla; qualche volta parlava al telefono nella sua lingua...”
“Lettere, cartoline, telegrammi?”
“Ci ho pensato. Ma finora non è saltato fuori niente. Cercherò meglio”.
“È probabile che non caverai un ragno dal buco. Hanno rubato?”
Argentieri apra la borsetta. Assieme ai soliti ammennicoli femminili una busta con dentro una discreta somma in contanti: duemila euro; inoltre, uno scontrino con intestazione rilasciato da un negozio di articoli musicali. L’attestato di vendita è pinzato a un dépliant. Argentieri dà un’occhiata di sfuggita: prospetto illustrato d’un amplificatore di chitarra.
Immediate deduzioni:
“A sentire i padroni di casa, pare non manchi niente. Chi si è introdotto doveva avere scopi particolari; per di più era conosciuto. Soprattutto quando è buio, una donna sola in casa non apre al primo che bussa. Adesso la nostra presenza è inutile. Lasciamo la scena alla Scientifica. Se avremo fortuna potremo contare su impronte e DNA. Intanto tu sciroppati i vicini; domanda se hanno visto o sentito. Fai il giro dei negozi dove la vittima faceva spesa. Insomma: vedi di cavarne qualcosa. Io devo rientrare. Immagino il signor questore curioso di sapere...”

Appena messo piede in ufficio, Argentieri si sente dire:
“L’hanno cercata. Una certa Maria Grazia”.
L’atteggiamento dell’agente scelto Stefania Dellicarri è quanto di più distaccato si possa immaginare. Nell’elenco delle chiamate, una da Roma. E perché proprio in cima alla lista Argentieri può, suo malgrado, immaginare. Lo sguardo sfuggente che Stefania esibisce in certe situazioni è eloquente più di ogni esplicita parola. Intuito femminile e per di più spirito d’osservazione di poliziotta: abbastanza per capire che la voce di donna che aveva chiesto del vice questore si era già fatta sentire; non aveva né il timbro dell’ufficialità né l’assonanza dell’adempimento burocratico.
Il quasi sussurrato: Gli dica per favore che lo ha cercato Maria Grazia suonava con una delicatezza che poco aveva da spartire con le sbrigative conversazioni prevalenti in questura.
Argentieri ha la spudoratezza di domandare:
“Maria Grazia chi?”
Visto lo sguardo di lei, cambia discorso:
“Immagino di essere atteso”.
“Il questore ha chiesto di lei”.
“Volevo ben dire...”
Argentieri s’accorge improvvisamente di avere lo stomaco vuoto. Si sosteneva da ore soltanto con il caffè amaro buttato giù al bar; neanche un morso alla solita focaccia che, per qualche motivo, quel mattino non era arrivata. Ai competenti livelli si è intanto creata la particolare atmosfera che segue i fatti di sangue: nervosismi più o meno celati, porte sbattute, vaghe sensazioni di trovarsi sotto tiro. I primi flash sul delitto erano stati battuti dalle agenzie e poi subito ripresi dalle televisioni private. Il grosso sarebbe comunque arrivato l’indomani, con l’uscita dei quotidiani.
Il capo della Mobile si aspettava da un momento all’altro di dover rispondere ai giornalisti: un compito a lui non nuovo e il più delle volte non ingrato, soprattutto quanto poteva fornire notizie chiare e sicure. Stavolta però di sicuro c’è poco. Si trova pertanto costretto alle giravolte dialettiche: fare la figura di quello ‘che so ma non posso sbilanciarmi più di tanto’. Prevedibile che si mettessero pure di mezzo le associazioni pro-migranti.
Argentieri pigia sul cellulare:
“Leggiuni, dove sei, hai saputo qualcosa?”
“Mi trovo alla Spianata di Castelletto. Sto battendo i negozi. Sono stato in panetteria e all’alimentari. Dalla foto nessuno la conosce. Mi sembra strano...”
“Sarà la solita fotografia che imbruttisce...”
“A una cassiera di supermercato la faccia non era nuova. Ma non ha voluto dire di più”.
“I vicini?”.
“Non sapevano nemmeno che esistesse...”
“Succede in tanti caseggiati di non conoscere chi sta di fronte. Insisti, soprattutto con quelli che abitano sopra e sotto; domanda se hanno sentito rumori insoliti. Trova qualche anziano insonne, di quelli che si alzano spesso e passano la notte alla finestra”.
“Non ce l’hanno mica scritto in fronte... Vabbè. ci riprovo.”
“Bravo, fammi sapere”.
Massimo spegne il portatile e compone l’interno di Dellicarri:
“Non passatemi telefonate. Dite che sono fuori...”

Il tempo minaccioso s’era ritirato in punta di piedi, come mortificato dall’inaudito affronto rivolto ai genovesi. Argentieri scende per mettere qualcosa sotto i denti. L’intenso traffico stradale lo investe come una bufera. Rimane incerto se attraversare oppure proseguire verso il mare. Conosce un posto dove fanno dei primi niente male. Ha in mente il programma delle prossime ore: lasagne al pesto, un bianco, caffè doppio e riposino a casa. Gli viene in mente che è l’ultimo del mese. Deve andare in banca e versare l’affitto sul conto della padrona di casa.
Si riteneva fortunato. Dopo il trasferimento a Genova, trova quasi subito un alloggio più che decente: monolocale con bagno e angolo cottura. La sistemazione è originale, per alcuni aspetti perfino bizzarra. Il letto a due piazze si trova su una piattaforma in mezzo alla stanza. Prima cosa che nota: nei pressi non c’è nemmeno una poltroncina per fare accomodare eventuali ospiti. D’accordo, si trattava di un pied-à-terre, giusto per dormire e farsi qualcosa di caldo. Avesse tuttavia invitato qualcuno (vabbè, diciamo pure qualcuna) non poteva che farlo(a) accomodare sul letto. Poteva sembrare indelicato, se non precipitoso...
L’accogliente cantuccio gli serve da buon riposo dopo le impegnative ore trascorse fra questura, Procura della Repubblica e sopralluoghi. Le sue competenze di Polizia Giudiziaria, oltre che nella provincia di Genova, si estendono a Savona e Imperia. Insomma: non sta mai fermo. Non gli mancavano peraltro inviti a ricevimenti cene inaugurazioni mostre. A star dietro a tutto, non avrebbe mai quietato.
I pochi amici che si è fatti si trovano quasi tutti a Roma. La sua fama di uomo forte e risoluto suscitava curiosità e attrazione, soprattutto sul versante femminile. Non gli sarebbero mancate occasioni per scappatelle e avventure galanti. In particolare dopo la promozione, gli è però venuto una specie di complesso; si sente costantemente sotto esame. Genova è una città abbastanza grande, ma non una metropoli dove si passa inosservati. Farsi notare in un albergo o anche soltanto in locali per intimi erano eventualità che lo avrebbero messo in serio imbarazzo.
E poi c’era stata la storia con Maria Grazia, una donna dolcissima. L’ex marito l’aveva fatta patire e poi mollata, prima di andarsene a Santo Domingo con una spogliarellista mulatta. S’erano incontrati per qualche mese. Si vedevano a casa di lei, in un attico ai Parioli dove - fin dalla soglia - arrivavano profumini di cibo. Le poche volte che poteva fermarsi per la notte veniva delicatamente rimboccato. Mentre dormiva, lei rimaneva ore a osservarlo in silenzio, come fosse una cosa preziosa.
Massimo l’aveva presa alla leggera; cercava di dimenticare l’ultima avventura con una avvenente star della televisione. La frase classica: Cara, non possiamo continuare a vederci così poteva attagliarsi al suo caso. I due si vedevano di nascosto e sempre per poche ore. Decideva lei il dove e il quando. Sul dove era scontato; succedeva in alberghi di rango: a Roma, ma anche a Milano, Venezia e in altri luoghi dove si spostava il cast. Raggiungerla all’estero era impossibile, tranne la volta che era riuscito a combinare gli orari con Parigi. Ma era stata una faticaccia. Al ritorno, non si reggeva in piedi; e col suo lavoro doveva mantenersi lucido, pronto se il caso a schivare coltellate e colpi di pistola.
La diva a un certo punto lo molla. Lui ne soffre, le manca. Si abbassa a mendicare un po’ d’amore. Si sente meschino, menomato nella sua dignità. Comunicavano con i messaggi telefonici. Con l’ultimo, lei annulla l’incontro previsto adducendo irrisolvibili problemi. In seguito, non si fa più viva.
Massimo la prende molto male. Del suo dramma interiore non fa parola con nessuno. Si butta in un lavoro forsennato. La mattina si sveglia con una tristezza che lo prende allo stomaco. Trascorre giorni e nottate in commissariato; gli capita di catturare i componenti di una banda criminale e per questo riceve un encomio che gli serve per avanzare di grado. Era arrivato a odiare la donna che gli aveva sconvolto la vita. Accoglie il trasferimento a Genova come una liberazione. Scarica le sue pene su Maria Grazia; le invia un SMS che annuncia gravi problemi personali e poi cambia numero di cellulare, per non essere più rintracciabile.
Al risveglio del riposino pomeridiano, la sveglia luminosa segnava le quattro. Non era il caso di attardarsi in ricordi e rimpianti. Si dà una mossa. Gli torna in mente la scena col cadavere della giovane ucraina. Si immedesima nel ruolo dell’investigatore di razza a cui bastano pochi sguardi.
Leggiuni nel frattempo si è dato da fare. Seguendo il consiglio del capo, si mette alla ricerca di un ipotetico vicino insonne. S’apposta all’ingresso del palazzo, scruta i volti di chi entra e esce. Il presunto osservatore notturno doveva essere uno che non seguiva orari; poteva uscire di casa in tarda mattinata e nelle ore pomeridiane. A rigor di logica, poteva pure trattarsi di una donna. Fermarli a uno a uno può essere una soluzione, ma non la più semplice. Si dà un metodo di ricerca, decide sui due piedi che i soggetti femminili hanno per meta i negozi dei dintorni; quelli maschili, le panchine di piazza Villa. Un signore anziano con abito demodé ma di buon taglio attira la sua attenzione. Il colletto della sua camicia è largo, in origine cucito per una misura più grande. Con l’età, il collo e la corporatura degli uomini tendono a rimpicciolirsi; ma non per questo si buttano i guardaroba.
Leggiuni decide di seguirlo. Arrivato all’angolo l’uomo indugia; rimane incerto se proseguire verso Spianata di Castelletto oppure tirare diritto. Avvicinatosi a lui sente l’odore di naftalina che viene dal suo vestito. A quel punto, gli elementi dell’ipotetico identikit combaciano. Quando il signore raggiunge la panchina, Leggiuni siede accanto a lui. Per attaccare discorso, l’argomento più adatto è la donna trovata uccisa.
“Mi pare che lei abiti da queste parti... Non le è mai capitato di incontrarla?”

Stefania Dellicarri s’era di fatto assunto il compito di segretaria tuttofare. Prendeva nota delle telefonate, ricordava gli appuntamenti; fissava orari e luoghi di incontro. All’inizio, Argentieri è contrariato, la giudica un’impicciona. In seguito lascia fare. In fondo è utile, aiuta a tenere un certo ordine. L’attività era spesso frenetica e una come lei diventava preziosa. C’erano però le volte che assumeva atteggiamenti irritanti. Fra l’altro, sembrava essersi messa in testa di regolare la vita privata del capo. Nubile, trentacinque anni, più brutta che bella Stefania incarnava il tipo di donna tutta lavoro. Oltre alla divisa pareva non potesse indossare altro. Era infatti difficile immaginarla in abito da sera o soltanto con qualcosa di elegante addosso. A una cerimonia s’era presentata con un cappello vistoso che, assieme al tailleur color rosa confetto, doveva essere il massimo della sua immaginazione estetica. D’altra parte di maquillage proprio non s’intende; stessa cosa per profumi e cosmetici. Ha pure un tono di voce sgradevole, da maestra inacidita. Aveva i suoi tic linguistici: il blu per lei era blé, pronunciava bàule invece di baùle. Del resto, l’uniformità di linguaggio - soprattutto negli organismi di Stato - è sempre stata un optional dettato dalle origini regionali. Di buono, Dellicarri ha però una volontà di ferro; e non le manca il coraggio. Quando è il caso sapeva travestirsi con efficacia; tranne quando dovette fare la parte della battona, giusto per arrestare un albanese sospettato di omicidio oltre che di sfruttamento della prostituzione. Quando Argentieri la vede con minigonna e tacchi a spillo ha una reazione prossima al disgusto. Il pappone non ci cascò; sentì puzzo di imbroglio e se la diede a gambe. Non fece comunque molta strada. Vi fu una breve colluttazione, al termine della quale a Argentieri venne spontaneo di dire:
“A Stefa’, nunneccosa...”
Lei ci rimase male. Si aspettava un elogio e in fondo lo meritava, visto che nel corso dell’inseguimento s’era procurata una storta alla caviglia. Il vice questore in seguito rimediò citando l’agente Dellicarri nel suo rapporto.
Fra una cosa e l’altra, Argentieri cerca di non distrarsi. La giovane trovata uccisa è al culmine dei suoi pensieri.
“Chiamatemi Leggiuni...”
Stefania si sentì subito investita.

La tenacia di Leggiuni fu premiata. L’anziano visto uscire dal palazzo di corso Carbonara si rivela un attento osservatore. Al signor Federico Vicario non faceva infatti difetto la vista e nemmeno l’udito. Abitava sopra l’appartamento dei Devoto. Sull’ascensore gli era capitato di incontrare un bel tipo di donna: bionda, corporatura slanciata. Aveva intuito che fosse straniera, per di più proveniente dall’est europeo.
Un giorno si lancia. Rispolverando l’idioma appreso durante la sua attività lavorativa presso un’azienda a partecipazione statale che aveva rapporti di lavoro con l’allora Unione Sovietica, le rivolge la parola. Sentendo qualcosa che assomiglia alla sua lingua, la donna è piacevolmente meravigliata. I dialoghi sono comunque brevi. Appena arrivati sul marciapiede davanti a casa, i due si separano: lei a fare la spesa, lui diretto alla Spianata.
Leggiuni volle approfondire:
“L’ha mai vista in compagnia, c’era qualcuno in particolare che frequentava?”
“La sera solitamente non esco. Credo di averla incontrata soltanto di giorno. Da quanto ho poi saputo, Katrina era a servizio dai Devoto.”
“Katrina! Eravate in confidenza...”
“Mica tanto. Scambiati i nomi e poco più.”
Seguito interessante. Per combinazione, le stanze di Vicario e della colf sono una sopra all’altra. Nel silenzio della notte non è raro che il minimo rumore sia percepito. Chi sa, forse Vicario dava sfogo alle sue fantasie immaginando la bella sottostante mentre si spogliava. Si poteva quindi immaginare che - arrivati a una certa ora - Vicario dedicasse il suo tempo ad ascoltare. Sentiva i coniugi quando uscivano e rientravano, il telefono che squillava, lei che parlava sottovoce. Ci fu la volta che scoppiò in lacrime. Il giorno dopo, appare intristita. In ascensore abbassa gli occhi e rimane muta. Sempre secondo Vicario, una sera verso le dieci, dalla stanza di sotto si odono suoni di chitarra; e non sembrano provenire da dischi e registrazioni. Il chitarrista era bravo, intonava brani noti, fra i quali la struggente colonna sonora di un certo film. Vicario cercò invano di ricordarne il titolo.
“Ce l’ho sulla punta della lingua... Avrei voluto comprare il disco. Alla commessa ho provato ad accennare il motivo. Ma purtroppo sono stonato...”
A Leggiuni viene spontaneo di domandare:
“Se lo risente, saprebbe riconoscerlo?”
Subito dopo se ne pente. La forza dell’abitudine: un conto è ricordare le facce, un altro i motivi musicali... Venuto a sapere, Argentieri non se la sentì di rimproverare.
“Hai fatto bene. Non si sa mai. Anche il più piccolo indizio può essere utile”.

...

Un dirigente di Squadra Mobile da poco trasferito a Genova si trova alle prese con delitti, malaffari e vicende umane al limite fra lecito e illecito. Tre storie fra loro diverse con protagonisti che si ripetono come in un serial. L’ambientazione spazia da Ponente a Levante passando dal Centro Storico. Trame e personaggi di fantasia ma del tutto verosimili; della serie “Genova in giallo”..

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