M. Gisella Catuogno
Perché la vita virtuale e non quella reale?

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Titolo Perché la vita virtuale e non quella reale?
Autore M. Gisella Catuogno
Genere Attualità cultura      
Pubblicata il 10/03/2009
Visite 3283
Scritta il 10/03/2009  
Punteggio Lettori 50
Perché il Vaticano difende di più la vita virtuale di quella reale? Me lo sono chiesto con particolare sollecitudine, e senza naturalmente trovare una risposta, a proposito di recenti fatti di cronaca. Anzitutto il caso della bambina brasiliana di nove anni incinta di due gemelli a causa di un patrigno che la violenta da quando ne aveva sei: una vicenda che sgomenta per il suo orrore. Questa povera creatura è stata fatta abortire: non avrebbe mai potuto portare avanti una simile gravidanza data la sua giovanissima età se non mettendo a repentaglio la sua stessa vita. Apriti cielo! Condanna senza appello da parte delle autorità ecclesiastiche. Mi chiedo: ma come è possibile calpestare così l’incolumità e la dignità fisica e psichica di una bambina già così stuprata dalla vita?! In nome di che cosa? Di due embrioni che forse si sarebbero potuti sviluppare e diventare feti, ma più verosimilmente, come hanno detto i medici, avrebbero portato all’altro mondo, con se stessi, anche la loro disgraziata madre? Non capisco! Sbaglio o è accaduto che si sia permesso l’aborto, almeno in passato, a suore incinte, vittime di stupri? E allora?
Altra tragedia: Eluana Englaro. Perché ci deve essere tanto accanimento nella pretesa di prolungare a oltranza una vita che di naturale non ha nulla, che è appunto solo virtuale, totalmente dipendente da agenti esterni? Ma il credente, come ho giudiziosamente sentito affermare dai Valdesi (a cui sempre di più va la mia ammirazione per la loro serietà) non dovrebbe tendere invece, in simili circostanze, a quella che ritiene essere la vera vita, cioè la spirituale, la vita dell’anima? Non è questo che ci è stato sempre insegnato fin dal catechismo dell’infanzia? Per fortuna anche un Cardinale che mi è capitato di ascoltare, e di cui purtroppo mi sfugge il nome, ha detto che era pietà cristiana lasciar morire Eluana, non costringerla a vivere. Ma del resto non aveva scelto questa strada anche Giovanni Paolo II, quando è arrivata la sua ora? Scusate, ma questo vitalismo spinto all’eccesso mi sembra più paganeggiante che cristiano…
Ultimo caso, di cui si parla in questi giorni: la condanna vaticana dell’uso delle cellule staminali embrionali per la ricerca scientifica, che Obama ha “sdoganato” dopo otto anni di mancati finanziamenti pubblici (per fortuna non sono mancati nel frattempo i finanziamenti privati, che hanno comunque permesso dei progressi). Anche per questa “vexata quaestio”, che senso ha il “crucifige” senza appello, se non, ancora una volta, dimostrare che si privilegia il virtuale a scapito del reale?
Ci sono milioni di persone nel mondo malate di Parkinson, di diabete, di patologie dell’apparato cardio-circolatorio, di non vedenti che potrebbero avvantaggiarsi di questi studi e alleviare le loro sofferenze. Perché essi non sono degni d’attenzione e di speranza? In nome di cellule staminali virtualmente embrioni?
E inoltre, e concludo, perché la stessa ferrea determinazione che viene dispiegata nella condanna dell'aborto non è spesa anche contro la pena di morte?
Sono disorientata e come me, penso tanti di voi, attratti dalla profondità e pienezza del messaggio evangelico, ma delusi da questa Chiesa, in molte sue scelte sempre più distante e incomprensibile.

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