Alessandra Palombo
Estate 1991

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Titolo Estate 1991
Autore Alessandra Palombo
Genere Racconti Brevi      
Pubblicata il 18/05/2009
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Punteggio Lettori 10
Faceva troppo caldo per andare in piazza. Simona se ne stava sulla poltrona a lavorare all’uncinetto e era soddisfatta della striscia da tavolo a più colori che stava preparando, anche se non era una vera passione la sua e si dedicava all’uncinetto, per passare il tempo e dare un senso alle ore vuote estive.
Come capitava speso di domenica, si trovava dai suoceri, nel paese dove aveva abitato sino a sette mesi prima.
A dire il vero non era stata entusiasta di muoversi, avrebbe preferito rimanere a casa sua per poi raggiungere la madre, arrivata da pochi giorni per trascorrere le vacanze.
Si vedevano talmente poco che sentiva il bisogno di starle vicina, quasi a compensare la solitudine che Simona aveva sofferto durante l’inverno.
Dopo dieci anni, era tornata nel paese in cui era cresciuta, ma non frequentava nessuno. Il quartiere era nuovo e distante dai luoghi che l’avevano vista bambina e ragazza. Tutto le era estraneo in quella periferia dove non c’era neppure un negozio accanto a casa.
In più c’erano voluti oltre quattro mesi prima che attaccassero il telefono e aveva trascorso intere giornate vedendo solo i vicini oltre al marito e alla figlia di due anni.
L’arrivo della madre rappresentava perciò un momento di gioia dovuto sia all’amore filiale sia alla fine dell’isolamento: poteva parlare dei suoi problemi, di Laura, della malattia che la stremava.

La domenica mattina le era arrivato il ciclo mestruale e non poteva fare il bagno in mare. Sua madre andava in spiaggia e quindi Simona aveva accompagnato il marito dai suoceri.
Dopo il rituale del pranzo festivo, a base di pasta al ragù, pollo e patate, si era stesa a leggere sul lettino della vecchia cameretta di Franco e poi aveva preso a lavorare all’uncinetto.
Franco e Laura erano usciti; i suoceri si erano ritirati nella stanza al pianterreno a riposare.
Il silenzio delle prime ore del pomeriggio veniva ogni tanto interrotto dalle voci di qualche gruppo di passanti e dalle rare moto e macchine che scendevano dalla parte alta del paese.
Le persiane erano chiuse per impedire al sole di surriscaldare la sala, la finestra invece spalancata.
Stava seduta in poltrona, quando le prese un malessere, un’angoscia di cui non capiva la causa.
Sul tavolo aveva abbandonato, aperto, con la costola in alto, La casa degli spiriti di Isabelle Alliende, provò a leggere qualche pagina senza riuscire a seguire le frasi.
Il pensiero vagava, aveva come la sensazione che fosse accaduta qualche disgrazia, ma non aveva poteri paranormali come Clara, la protagonista del libro e, razionalmente, si tranquillizzò dicendosi che Franco e Laura stavano in piazza e che forse era il mestruo che le abbassava la pressione, dando origine a quella assurda sensazione di pericolo. Si scosse e ricominciò a lavorare. Poco dopo rientrarono Franco e Laura facendo sparire ogni ombra.

Verso le cinque del pomeriggio percorsero i quindici chilometri che separavano il paese dei genitori, Rio Elba da Portoferraio. Il verde della macchia mediterranea prima, e il giallo dell’erba secca dei campi dopo, fecero da sfondo al rientro.
A casa loro il sole per poche ore. La posizione ombrosa del palazzo, se comportava un ambiente freddo in inverno, regalava d’estate un po’ di tregua all’afa e quando entrarono li accolse un senso di frescura.
Nel piccolo giardino tuttavia il caldo si era fatto sentire e le piante, soprattutto le ortensie, avevano le foglie rivolte verso la terra. Simona dopo essersi cambiata d’abito, si accese una sigaretta e cominciò ad annacquare. Le piaceva dare l’acqua ai fiori e alle piccole aiuole che si trovavano nel giardinetto davanti alla zona giorno. L’odore che scaturiva dalla terra secca quando veniva bagnata, le ricordava quando da bambina aiutava il nonno a irrigare l’orto.
Iniziava dalle ortensie poste vicino alla rete che confinava con il vicino, per poi arrivare alla siepe di pitosforo che dava sul vialetto condominiale.
Talvolta, usciva dal cancello. Afferrava una pompa dell’acqua e a pioggia, poggiando un dito sull’apertura del tubo di gomma, annaffiava anche la grande aiuola condominiale dove erano stati piantati degli oleandri e una magnolia. In quel caso doveva stare attenta perché la pressione di quel rubinetto era forte, tanto che un pomeriggio d’inverno, aprendo il rubinetto per lavare le mani a Laura, aveva alzato una colonna d’acqua che le aveva inzuppate entrambe. Non si scossero più di tanto madre e figlia che rimediarono asciugando cappotti e capelli con il fon.

Laura si mise a guardare i cartoni alla televisione e Franco riuscì per andare alla redazione del giornale locale al quale collaborava.
Simona stava annaffiando una pianta di rose rampicanti quando un motorino si fermò oltre la rete e sentì una voce che, lì per lì, non riconobbe.
- Corri subito all’ospedale.
- Che è successo?
Il giovane insistette che doveva andare al più presto in ospedale. Simona, urlando, ripeté la domanda:
- Cosa è successo?
Lui rimase muto e lei incalzò, quasi a scongiurare l’evento peggiore:
- E’ accaduto qualcosa a mamma?
Per tutta risposta lo sentì ripartire senza aggiungere altro.
Simona si precipitò in casa a telefonare a Franco e prima che lui rientrasse, la visita improvvisa di uno zio le confermò che era accaduta una disgrazia, anche se non sapeva ancora a chi e come fosse successa. Era talmente scossa che si rifiutò di seguire il fratello di suo padre in ospedale; voleva aspettare il marito e così fece. Quando arrivò mandò lui e fu proprio Franco che confermò il suo sospetto.
Al ritorno dall’ospedale quando lei gli aprì la porta, aveva gli occhi pieni di lacrime. La mamma di Simona era morta.

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