Giovanni Barlocco
Di solito i pesci non muoiono annegati

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Titolo Di solito i pesci non muoiono annegati
Autore Giovanni Barlocco
Genere Narrativa - Giallo, Noir, Poliziesco      
Pubblicata il 16/06/2009
Visite 18955
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Le Vespe  N.  5
ISBN 9788873882435
Pagine 264
Prezzo Libro 13,00 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788873883616
Prezzo eBook 6,99 €
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Marcello e Paolo sono due giovani pallanuotisti, amici d’infanzia. Sognano grandi traguardi sportivi e non hanno troppa voglia di cercare un futuro al di là dell’acqua di una piscina. La loro vita viene turbata da due morti inquietanti che li coinvolgono in prima persona.

Il mondo della pallanuoto, la grande alluvione e le prime inquietudini sociali della Genova anni ‘70 sono lo scenario di questo imperdibile giallo

…] Ci sono momenti di tensione concatenati tra loro da fatti di cronaca nera , risaltano figure e caratteri verissimi, sempre legati al porticciolo… Dante Rossi

[…] Finalmente anche noi pallanuotisti siamo protagonisti nella letteratura moderna. Eraldo Pizzo

[…] leggere il tuo romanzo mi ha procurato un tuffo al cuore: ho rivissuto, nei minimi particolari, momenti di vita, immagini, volti, che credevo di avere totalmente dimenticato, cancellati dallo scorrere ineluttabile del tempo. Silvio Baracchini

[…] Ho ritrovato, nell’ambientazione dell’epoca e nella descrizione dei rapporti tra i protagonisti, lo spirito di gruppo che animava il mio sport in quegli anni. Alfio Misaggi

PRIMA PARTE

Gerolamo era forte.
Alto e forte.
Alto, forte e veloce.
Aveva muscoli potenti, come quasi tutti.
E una faccia lunga e triste, da attore francese.
E mani grandi come badili.
Ed era, se non gli facevano girare le balle, buono come il pane.
Fuori dall’acqua.
Dentro l’acqua, no.
Si poteva essere tante cose, dentro l’acqua: intelligente, freddo, duro, furbo, emotivo, cattivo, coraggioso, bastardo.
Buono no.
Buono mai.
I buoni mettevano dentro un piede, a volte si buttavano e ci provavano, perché per essere davvero buoni fino in fondo, o almeno un po’, sentivano di doverci almeno provare.
Ma duravano pochissimo, se rimanevano buoni.
I pallanuotisti buoni non esistono. Contraddizione in termini.
È vero che di quelli più grossi e forti e cattivi, si diceva spesso: “o l’é bon” ma è tutt’altra cosa.
Gerolamo, in acqua, “o l’ea bon”. Tutt’altro che buono, quindi.
Infatti giocava in serie A
Era un difensore roccioso e rapido, nella nuotata, abituato a lottare col centroboa e intercettare palloni per favorire immediate controfughe.
Aveva cominciato quando si giocava ancora in mare, in un riquadro di sugheri teso alla meglio tra le barche.
Il pubblico, all’epoca, prendeva posto sui moli, sugli scogli o sulle imbarcazioni intorno al campo; anche l’arbitro stava in precario equilibrio sui paglioli di un gozzetto, temporaneamente al riparo dalla gente assiepata sulla terraferma, ma non completamente al sicuro da possibili abbordaggi.
Le persone che assistevano alle partite, di solito, erano abbastanza competenti, ma capitava che difettassero un po’ in delicatezza.
Del resto si trattava di gente del popolo; pescatori, macellai, fornai, spesso parenti dei giocatori e divisi da fiere rivalità di campanile, accese tra cugini che abitavano baie limitrofe e sostenevano colori avversi.
Così, a volte, a fine partita, la barchetta dell’arbitro spariva dietro una lingua di terra, in cerca di porti più tranquilli, non di rado inseguita da una processione marinara laica e rumorosa, che recitava giaculatorie eterodosse ed era fin troppo veloce sui remi.
Si giocava con il mare calmo, naturalmente, ma poteva succedere che, ogni tanto, l’onda carogna indossasse la calottina; allora un po’ di bolezûmme alzava o abbassava una porta, al momento del tiro, oppure nascondeva la palla, o l’avversario.
I palloni erano di cuoio.
Se erano nuovi e ingrassati, per impermeabilizzarli, scivolavano come saponette, se erano vecchi si impregnavano d’acqua, pesavano una tonnellata e rompevano le dita dei portieri.
In mare gli occhi bruciavano, all’inizio, poi non ci si faceva più caso.
Erano tutti ingenui, allora, molto più di adesso.
Gerolamo si ricordava ancora della prima volta che aveva giocato con “i grandi” Si era tuffato in un’acqua gelida, a Giugno, dopo un temporale.
Era riemerso rabbrividendo e aveva detto a Nico, allenatore con ottime referenze tecniche per la cirulla e le boccette, che gli sembrava di stare nel ghiaccio: “Nico! A pâ giasso!” L’allenatore in piedi sul molo, burbero e insicuro, aveva frainteso e, temendo che quello lungagnon impertinente gli stesse dando del pagliaccio, davanti a tutti, aveva ruggito: “Paggiasso a mi?” E lui, intimidito: “No… pâ giasso l’ægua…”
Tutta la squadra aveva riso per dieci minuti.
Meno Nico, non del tutto convinto.
A Gerolamo piaceva giocare in mare, da ragazzo. Probabilmente perché, allora, era un ragazzo.
Adesso lui aveva davanti nuovi ragazzi, anche loro compatti, ma più piccoli e meno forti.
Però più agili.
Gerolamo si rendeva conto che il suo sport stava cambiando, ci si muoveva sempre di più, e c’era questo modo di giocare con passaggi rapidi e guizzi d’ancioa che, a volte, lo disorientava un po’.
Lui era per le cose lineari. Nello sport come nella vita.
La sua squadra, dove ormai era uno degli “anziani”, stava allevando una generazione di attaccanti giovani, piccoletti, svelti e furbi, che erano sempre, spassosamente, insieme.
In vasca, campavano di palloni rubati e goal di rapina.
Con Mauro, il secondo portiere, un altro che compensava, con scatto e intuito prodigiosi una statura inadatta al ruolo, formavano la Banda Bassotti.
Quelli facevano un sacco di confusione, anche negli spogliatoi, ma scivolavano via da tutte le parti, come anguille.
Cedevano a lui in forza ed esperienza, forse anche in velocità pura.
Ma avevano un modo di muoversi che lo faceva dannare.
E gli erano simpatici; il soprannome glielo aveva affibbiato proprio lui che, per loro, era un ammiratissimo fratello maggiore.
Fuori dall’acqua.
O dentro, quando giocavano dalla stessa sua parte.
Endre fischiò un fallo a favore di Mirco, all’incirca sugli otto metri.
Fulvio, di fronte al grande difensore, fintò sulla destra, ma Gerolamo non abboccò. Erano già troppo spostati e se il Bassotto voleva andare in porta, doveva per forza passare a sinistra.
Infatti, il ragazzo si gettò fulmineo verso il corridoio d’acqua invitante che Gerolamo gli aveva lasciato, e cacciò la testa sotto, con gran turbinare di spruzzi.
Il suo scopo era sgusciare davanti all’avversario, e, se non fosse riuscito a prendere il vantaggio necessario per liberarsi di lui, gli sarebbe bastato ingannare l’arbitro, fingendo una trattenuta che avrebbe fruttato almeno un’espulsione o, a quattro metri dalla porta, un rigore.
Un bulletto. Manovra furba e non troppo corretta.
Forse Gerolamo sorrise.
Il passaggio di Mirco, calibrato alla perfezione, mise il pallone giusto davanti al naso di Fulvio, lì dove il suo compagno sarebbe dovuto emergere, per riuscire a tirare in porta o a proseguire l’azione.
Ma il naso di Fulvio non era dove avrebbe dovuto essere.
Gerolamo aveva alzato le due braccia, quando il suo avversario era partito, poi, quando Fulvio aveva cercato di buttarsi giù per passargli sotto, aveva affondato istantaneamente la mano sinistra, come per cominciare una bracciata a fianco dell’antagonista, mantenendo il destro fuori dall’acqua, in una spudorata ostentazione di non belligeranza.
Invece, la sua mano mancina aveva agguantato il polso di Fulvio, sott’acqua, e l’aveva tenuto inchiodato in una morsa, mentre lui, con una semirotazione, portava il torace sopra alla testa dell’attaccante.
Passò qualche secondo di sbattimento feroce, poi, quando si rese conto che gli strappi agonistici di Fulvio si stavano tramutando in sussulti preoccupati, il difensore mollò la presa, quasi in contemporanea al fischio di Endre.
L’allenatore aveva interrotto il gioco, alzando la bandierina, con un ritardo calcolato per non interrompere troppo presto la lezione.
Esistono regole non scritte, e linguaggi iniziatici fatti di simboli e di gesti.
Negli sport di contatto sono tra le prime cose che devi imparare perché determinano la tua sopravvivenza agonistica.
La pallanuoto si gioca sott’acqua, almeno tanto quanto sopra, e perciò il suo codice nascosto risulta ancora più indecifrabile agli estranei.
È un fatto e non costituisce giustificazione.
Se hai davanti Attila, o Vlad L’Impalatore, puoi decidere di insultarlo con piena consapevolezza delle conseguenze.
Ma se vuoi dirgli solo: “Bella serata, eh?” e non hai studiato, può essere che, a tua insaputa, ti esca un commento sulla scarsa virtù di sua sorella. In tal caso, quando arriverà, la botta che cambierà il tuo profilo sarà più dolorosa, perché inaspettata.
Vagli a dire, poi, che parla una lingua troppo difficile!
È la punizione dell’imbecille.
Il maschio giovane e temerario deve sapere che, se tenta di dribblare un maschio dominante, la sua fortuna consiste nel fallire.
E così, ogni giocatore sa perfettamente che obbligare l’avversario a non respirare per una frazione di secondo in più dell’utile indica un trasferimento alla categoria del dilettevole, con tutto ciò che ne consegue.
La faccia di Fulvio riemerse paonazza. Il ragazzo, indignato, voleva protestare, ma forse per lo sguardo severo di Gerolamo, forse per il fiato che gli mancava, riuscì a dire solo: “belìn!” con un filo di voce.
Gerolamo gli mostrò un ghigno inquietante e gli sussurrò: “Nin, ma che belli roscetti che ti gh' hæ!”
Luca, il capitano della squadra, capì la situazione al volo e gli gridò: “Dài, batti ‘sto fallo!”
Fulvio obbedì automaticamente e passò la palla a Mirco, che si era arrestato di botto dopo un’entrata furiosa, sorprendendo il suo controllore.
La sfera si appiccicò alla mano del destinatario per un istante, con la forza giusta per caricargli il tiro, poi, fiondata dallo scatto simultaneo di gambe, braccio e schiena, volò, forte e precisa, verso il sette.
Mentre tornavano a centrocampo, per battere, dopo la rete subita, Luca si avvicinò a Gerolamo e gli disse, sottovoce: “Gerri, è un allenamento! Cosa volevi fare, ammazzarlo?”
Gerolamo si fermò, e con un’espressione di totale, ineluttabile innocenza e le tre Parche riassunte nella curva delle sopracciglia, rispose: “O se caccia sotta? E mi g’ôu tegno”.
La partita non durò ancora molto, Marcello riuscì a segnare una rete al volo, liberandosi sul dorso, e fu l’ultima, prima del fischio finale.
Quando rientrarono negli spogliatoi, Luca stuzzicò Saverio: “Belìn, Principe, adesso ti fanno goal anche i bambini!”
Saverio, in piedi davanti alla panca, smise di strofinarsi le parti basse con l’accappatoio, sorrise e rispose: “Io non ho tempo per i bambini, stavo guardando una bella topolona in gradinata. Ci sono momenti in cui un portiere non dovrebbe essere disturbato.”
Tutti risero e Paolo intervenne: “Dai, Principe, gli ho dato un pallone a Marcello che chiedeva solo uno schiaffetto.”
Il Principe, dal suo perfetto metro e novanta, lo guardò come se una merda di cane si fosse messa a parlare all’improvviso, poi si rivolse ancora a Luca: “A proposito di schiaffi, non sarebbe l’ora di darne qualcuno a questi monelli impertinenti?”
“Mi pare giusto -assentì Fulvio, che era seduto un po’ in disparte-
Gerri a momenti mi affoga per un bulletto e questi qui che hanno ancora il latte sulle labbra li fate anche parlare.”
“Va bene, Principe -disse Marcello- la prossima volta, prima di tirare, butto un’occhiata in gradinata e magari capisco se puoi darmi retta”
 


Marcello e Paolo sono due giovani pallanuotisti, amici d’infanzia. Sognano grandi traguardi sportivi e non hanno troppa voglia di cercare un futuro al di là dell’acqua di una piscina. La loro vita viene turbata da due morti inquietanti che li coinvolgono in prima persona.

Il mondo della pallanuoto, la grande alluvione e le prime inquietudini sociali della Genova anni ‘70 sono lo scenario di questo imperdibile giallo

…] Ci sono momenti di tensione concatenati tra loro da fatti di cronaca nera , risaltano figure e caratteri verissimi, sempre legati al porticciolo… Dante Rossi

[…] Finalmente anche noi pallanuotisti siamo protagonisti nella letteratura moderna. Eraldo Pizzo

[…] leggere il tuo romanzo mi ha procurato un tuffo al cuore: ho rivissuto, nei minimi particolari, momenti di vita, immagini, volti, che credevo di avere totalmente dimenticato, cancellati dallo scorrere ineluttabile del tempo. Silvio Baracchini

[…] Ho ritrovato, nell’ambientazione dell’epoca e nella descrizione dei rapporti tra i protagonisti, lo spirito di gruppo che animava il mio sport in quegli anni. Alfio Misaggi

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