Alessandra Palombo
Scarpette rosse - 1c

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Titolo Scarpette rosse - 1c
Autore Alessandra Palombo
Genere Narrativa      
Pubblicata il 07/10/2009
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Punteggio Lettori 10

In inverno, però, il lavoro scarseggia e Concetta ha bisogno di soldi per sé e per crescere Maria Grazia. Viene a sapere che una maestra del paese ha bisogno di una donna per i lavori di casa e si presenta da Simona un pomeriggio alle quindici.
- Buongiorno, sono Concetta.
- Venga Concetta si accomodi.
Le due donne si stringono la mano e salgono la piccola scala che separa il portone esterno dall’interno della casa. Nel tinello si siedono attorno a un tavolo ovale ricoperto da un tappeto di stoffa morbida a piccoli disegni.
Concetta sorride e con voce ferma indica la ragazzina al suo fianco.
- Questa è Maria Grazia, mia figlia.
Alza la testa di scatto, quasi a sfidare Simona e continua:
- Ho bisogno di un lavoro, voglio che Maria Grazia abbia la possibilità di studiare, sta frequentando il liceo classico.
Nel pronunciare queste parole, il suo sguardo perde per un attimo sicurezza come se Maria Grazia non fosse stata degna di poter andare oltre la scuola dell’obbligo e tanto meno al liceo, scuola d’élite per tradizione.
Il comportamento fiero di Concetta conquista Simona, così come gli occhi neri di Maria Grazia, rimasta in silenzio mentre la madre parlava.
Maria Grazia, alta e magra, se ne sta seduta immobile. Non aveva voglia di accompagnare la mamma che ha insistito per non andare da sola.
Ascolta la conversazione e osserva la stanza in cui si trovano, il panorama, i figli di Simona che incuriositi trovano qualche scusa per entrare nella stanza e scrutare la donna.
Se fosse per lei se ne andrebbe via subito senza salutare, ma la ragione prevale sull’istinto.
Non si è voluta togliersi la giacca in quell’ambiente che non le appartiene.
Sta sulle spine, vorrebbe che mamma e la signora si accordassero al più presto, per uscire di nuovo all’aria aperta. Invece Concetta parla e parla e ride anche. Cos’abbia da condividere sua madre con la maestra proprio non lo capisce.
Simona è le appare come la tipica democristiana caritatevole e carità è un concetto che rifiuta nei suoi confronti e in quelli della sua mamma.
E’ da anni che ha imparato ad accettare la realtà, essere figlia di madre nubile, per di più non del paese. Non vuole pietà. Sua madre è qui per ottenere un lavoro che verrà ricompensato, null’altro.
Simona si volta verso di lei e le domanda che classe frequenta.
E’ costretta a rispondere per educazione e anche a sorridere mentre la informa che sta frequentando l’ultimo anno del liceo classico.
Lo sa cosa sta pensando quella donna, che loro non hanno i soldi per continuare gli studi, ma non conosce la sua testardaggine, la stessa che ha portato mamma Concetta a fuggire da Campofiorito pur di rifarsi una vita con la sua bambina.
Maria Grazia è andata a Campo Fiorito per la prima volta nel giugno scorso. Dopo la morte del nonno, la madre di Concetta ha accettato di riabbracciare la figlia.
Del viaggio di andata da Napoli all’Elba conservava solo pochi flash: i sedili di legno, un buco nelle calze nere di “zia” Giulia, il fumo che usciva dalle ciminiere di Piombino.
Più volte erano poi tornate a Napoli da zia Carmela e zio Gaetano, ma in Sicilia non erano mai andate.
Concetta era riuscita ad ottenere dall’albergo una settimana di ferie a giugno purché non si assentasse nell’ultima settimana del mese quando la stagione turistica sarebbe entrata nel vivo. Partirono il giorno seguente alla chiusura della scuola e si fermarono a pernottare a Napoli per poi prendere il treno all’alba. Durante il viaggio la mamma si fece prendere dai ricordi e cominciò a parlare della sua giovinezza trascorsa tra il lavoro dei campi e le sagre paesane, del profumo inconfondibile di quella terra, più arida dell’Elba, della madre sottomessa al padre, dei lavatoi, delle
amiche che forse avrebbe ritrovato.
“ E se incontriamo babbo?”
“ Non si farà vedere. Stanne certa.”

Quand’era piccola Concetta non disse niente a Maria Grazia del padre finché questa non cominciò a frequentare la scuola. Prima, nella via dove abitavano aveva poco peso al fatto che alcune amichette o amichetti avessero oltre la mamma un babbo, la piccola si era limitata a chiedere perché lei non l’avesse, ottenendo la risposta che purtroppo una brutta malattia se l’era portato in cielo.
Da quando lo seppe, la sera, prima di dormire si rivolgeva a lui con l’Eterno Riposo insegnatole dalle suore dell’asilo e Concetta quando l’aveva scoperta pregare si era ritirata in bagno dove lasciò scorrere le sue lacrime.
Di giorno invece la bambina era serena. L’amore di Anna e soprattutto quello di Elbano che vedeva in lei la figlia che non aveva avuto, compensavano la mancanza di un padre, anche se una volta all’improvviso gli disse “ Certo sarebbe bello avere un babbo.”
“ Come lo vorresti?”
“ Come te rispose” la piccola, correndo ad abbracciarlo.
Quell’argomento così delicato per la formazione del carattere e la stabilità emotiva di Maria Grazia venne così delicatamente evitato sino a quando si presentò con tutta la sua violenza intrinseca pronta a scoppiare alla scuola elementare.
Maria Grazia dal carattere vivace ed allegro era cresciuta viziata dalla madre e da Anna e Elbano che gliene davano tutte vinte. Terminato l’asilo dalle suore, si trovò fuori dall’ambiente ovattato in cui era vissuta sino a quel momento.
Certo anche all’asilo si era presa con qualche bimba per un giocattolo o un dolcino, ma erano troppo piccoli per la cattiveria tipica dei bambini un poco più grandi che conobbe alla scuola elementare dove anche il rapporto con la maestra si rivelò diverso da quello con le suore.
Più formale, distaccato, più attento ai risultati e non soltanto a quelli. Se faceva bene un compito la maestra Mariuccia lo riconosceva, ma non le dedicava la stessa attenzione delle altre bambine provenienti dalla borghesia bene del paese. In un primo tempo cercò di impegnarsi di più, pensando l’atteggiamento della maestra dipendesse da qualche sua lacuna, ma la verità le apparve all’improvviso in tutta la sua crudezza in terza elementare. A fine lezione, dopo il suono della campanella, la classe si riversava nel corridoio per prendere giacche e cappotti all’attaccapanni e poi mettersi in fila a due a due per avviarsi all’uscita.
Accanto a lei misero Angela che aveva un carattere dolce e riservato. Erano state accoppiate in base all’altezza e loro erano le più grandi. Davanti c’erano Luisa e Cristina con i cappottini all’ultima moda che le mamme avevano acquistato nel negozio più caro del paese. La maestra si poneva in cima alla fila, girandosi ogni tanto per controllare la classe sino al portone principale dove venivano sciolte le “righe” e i bambini affidati ai genitori, ai nonni, agli zii, ai fratelli maggiori che attendevano nel cortile. Era Anna che andava a prendere Maria Grazia a scuola ed anche quel giorno di primavera era là vicino al cancello. Maria Grazia le corse incontro come sempre e non si accorse che Luisa pure stava correndo al suo fianco.
Le cartelle che portavano sulle spalle si urtarono e Luisa sbandò leggermente. Contrariata si voltò verso la compagna e a denti stretti la chiamò “ Figlia di buona …”.
Lì per lì Maria Grazia non ci fece caso però avvertì una sensazione di disagio mentre rientrava a casa. Una volta a tavola, davanti al piatto di minestrone con il riso, dimenticò l’incidente che le tornò in mente il giorno dopo in classe.
“ Angela, cosa vuol dire figlia di …?”
“ Non lo so” rispose pronta l’amica del cuore che senza dar tempo a Maria Grazia di replicare si concentrò di nuovo sulla cronaca che stava scrivendo.
“ Lo chiederò a mamma o a Elbano. Loro sanno sempre tutto.”
Angela alzò la testa e con aria seria aggiunse: “ Non lo fare. Mi sembra sia una parolaccia. Ti sgrideranno.”
L’amichetta che si fidava completamente di Angela, accantonò il problema e non ci pensò più finché a giugno, poco prima della chiusura della scuola, non si accorse dei sorrisini maliziosi di Luisa e Cristina durante l’appello mattutino.
Il grosso del programma era stato svolto, le belle giornate invitavano a stare all’aria aperta e anche alla Maestra Mariuccia cominciava a pesare a stare in aula. Così un’ora prima delle lezioni portava le bambine nel piazzale sottostante vicino al mare per fare una mezz’oretta di ginnastica.
Pochi semplici esercizi da fare a piedi uniti, la rotazione del tronco, della testa, alzare e abbassare le braccia e poi il lancio della palla. In cerchio le bambine dovevano tirarsi la palla cercando di non far capire a quale compagna era diretta per prenderla in contropiede.
Lo slancio che si davano per acciuffarla dava vita a salti di ogni tipo generando le risate delle bambine. C’era però anche chi, come Cristina, voleva primeggiare e quando non riuscì ad afferrare la palla lanciata da Maria Grazia si voltò e l’offese.
“ Scema ma dove la lanci?”
“ Sei scema tu che non sei riuscita a prenderla. L’avevi sopra la testa!”
Cristina corse verso Maria Grazia e la spinse indietro con le mani. Mariuccia intervenne subito a dividere le bambine non prima che Cristina riuscisse a sussurrare “ Figlia di buona …!”
Maria Grazia questa volta non sorvolò e si rivolse piangendo alla maestra dicendo che l’avevano offesa. Mariuccia riportò le bambine in classe e dette a Cristina un compito di punizione da svolgere a casa: doveva scrivere trenta volte “ Non si offendono le compagne”.
Per Maria Grazia era arrivata l’ora di conoscere la verità. Fu la maestra a riferire l’accaduto a Concetta che un pomeriggio prese il coraggio a quattro mani e si rivolse alla figlia.
“ Sai vero dov’è il tuo babbo?”
“ In cielo.”
“ Si è in cielo, però devi conoscere una parte della storia”.
“ Io e babbo ci volevamo tanto bene, ma le nostre famiglie non andavano d’accordo e non volevano che ci sposassimo”.
“ Perché?”
“ Litigarono per un pozzo”
“Un pozzo d’acqua?”
“ Sì. I campi della famiglia di tuo padre confinavano con i nostri e lì c’era un pozzo al quale i miei nonni sempre eravamo andati a prendere l’acqua. A un certo punto glielo proibirono, dopo che nonna accusò la vicina di averle rubato una gallina. Da allora le due famiglie non si parlarono più e si fecero ogni tipo di dispetto, arrivando anche a presentare denunce in tribunale. Però io e tuo padre ci innamorammo e ci saremmo sposati se lui non si fosse ammalato e poi morto. Avevamo già deciso la fuga. Così non ci sposammo e io rimasi sola con te in grembo. Per non perderti perché i miei volevano che abortissi, andai a Napoli da zia Giulia. Siccome non ero sposata e tuo madre era morto tu porti il mio stesso cognome e non quello di babbo”.
Maria Grazia rimase un po’ stordita, non capiva bene tutto, però avvertiva il dolore e il disagio della mamma. L’abbraccio forte e chiuse il discorso:
“ Meglio solo una mamma come te, che un padre ubriaco come quello di Luciana”.
Concetta mescolò il riso al pianto. La parte più difficile era stata raccontata. Il resto l’avrebbe saputo a tempo debito, il più tardi possibile.

A Campofiorito non ritrovarono il babbo di Maria Grazia ma la famiglia materna che accolse Concetta e la figlia con affetto. La mentalità nei confronti di una madre nubile non era cambiata molto, ma quanto bastava per far riabbracciare madre e figlia. Rimasero al paese una settimana. Maria Grazia e Concetta si annoiarono un po’. La vita dei campi era monotona rispetto a quella di un’isola che si stava aprendo al turismo dove circolavano persone di diversa nazionalità.

 

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