Luigi Romolo Carrino
Pozzoromolo, in uscita il 15 ottobre

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Titolo Pozzoromolo, in uscita il 15 ottobre
Autore Luigi Romolo Carrino
Genere Narrativa - Romanzo      
Pubblicata il 09/10/2009
Visite 4013
Punteggio Lettori 40

Estratto: pagg 51-53
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17 febbraio, prima di dormire
Luca se ne sta nel suo angolo, uno stecchetto di zucchero filato rosa nella mano. La presenza di mio fratello nella stanza mi fa compagnia, mi tiene sveglia. In tutti questi anni non ho mai avuto paura di Luca. Anche questa notte il cerchio intorno al tavolo della stanza, ma sento le mie gambe svanire, sento qualcosa che mi fa sentire.
Tornano tutte. Tornano sempre. Fra poco, tutte insieme, le ombre della mia stanza.
Ci sono più di vent’anni che mi separano da quello che è accaduto, non riesco a fare un passo, non posso camminare, l’ho già detto?
Prima di spegnere le luci Anna mi ha dato la buonanotte, ho pensato per un momento fosse mia madre, ho pensato che una madre non l’ho mai avuta, una madre come si deve. Ho pensato che l’unica persona che mi ha voluto veramente bene sei stato tu Mario e, ti prego, lascia in pace mio fratello, non ti ha fatto nulla, ridagli lo zucchero filato.
Il dottor Mancuso oggi mi ha detto che non è così, non mi hai voluto bene, non c’è nessun amore che giustifichi quello che tu mi hai fatto. Ma forse l’ha detto mentre faceva finta di ascoltarmi.
Se nell’OPG tu fai qualcosa di troppo, un grido di troppo, un pensiero di troppo, un movimento di troppo, un bacio di troppo, un respiro di troppo, allora ti mettono a dormire, ti mettono sulla panchina piena di grazia e di immobilità, con la bava che ti cola dalla bocca. Non riesci a trattenere la saliva nella bocca, non ci pensi al fatto che devi chiuderla, la bocca, per non fare uscire la bava. Se tu fai tu, se tu fai quello che sei, quello che ti senti, quello che la testa ti dice, allora diventi troppo, troppo tempo da perdere per parlarti, ascoltarti, o solo per starti vicino. Se tu sei troppo allora ti mettono nel letto legata, piena di mostri nelle vene, piena di calma seduta nelle vene, piena di niente nelle braccia, nel corpo, nelle gambe. L’unica cosa che senti è la pena per come ti hanno ridotta, non ti riconosci più nemmeno la faccia quando la guardi allo specchio del bagno. Perché ci vai in bagno. Per cercare di vomitare, di pisciare, di espellere tutti i mostri che ti hanno messo dentro.
Anna dice che è necessario, in questo modo stiamo tutti tranquilli, più sicuri. È meglio rispetto a prima, a tanti anni fa, quando non si usavano gli psicofarmaci. Prima era un continuo lamento, anche di notte, questo dice Anna. Nelle celle chiuse, legati ai letti pieni di feci e di urine. Deliri. Bestemmie. Urla. Prima, prima dei farmaci buoni. Ma prima che diventassimo tutti uguali, senza pietà, avevamo ancora una dignità, un valore, un valore malato ma un valore. Potevi essere un’assassina, una puttana, una vittima, una drogata, ma quello che pensavi lo sapevi, lo capivi, ti cresceva nello stomaco e lo maledivi, certo, però ti sentivi in qualche modo presente sulla faccia della Terra. Adesso la paura di non riuscire nemmeno riconoscere il male che ho, mi mette seduta sulla panchina, mi mette dormita nel letto, mi mette pranzata zitta zitta, mi mette cenata buona buona, mi mette calmata bella bella. Col tempo che passi qui, col tempo, impari che nessuno è veramente disposto ad ascoltarti. Siamo mucche pazze da contenere nel recinto, lontano dalle altre bestie, siamo le mosche da scacciare dal tavolo apparecchiato per la festa degli uomini. Col tempo, non parli più. Anche se non serve a niente morire di silenzio, capisci pure che non vale a niente parlare. Se lo fai è solo per compiacere il tuo dottore, per non insospettirlo. Per non deludere le sue aspettative gli fai capire che sei pazza sì, ma che le sue cure, il suo lavoro, stanno dando dei frutti.
Il dottor Mancuso è vecchio, è stanco, è altezzoso, è qui da molti anni, non ha molta voglia si sentirmi, non sente più nessuno. Lo incontro una volta ogni mese e mezzo. Ci sono tanti pazienti qui ma solo quattro medici. Non ha voglia di sentirsi i fatti di tutti quanti. Non c’è nessun amore che giustifichi quello che lui ti ha fatto, risponde in automatico, me ne accorgo, lo fa anche con me. Allora lo faccio anch’io, gli rispondo che non mi piace il congiuntivo. L’unico tempo che mi posso permettere è il presente, il modo indicativo, non posso fare altro. Lui alza la testa dal suo monitor e mi guarda. Lo so che sta guardando una Gioia qualunque. Mi risponde che sono sbagliata, che penso in modo sbagliato. Non è una bella cosa da dire, non è una cosa da dire a un paziente nelle mie condizioni, questo anch’io sono riuscita a impararlo.
A volte penso che io non dovevo nascere, non dovevo venire al mondo. A volte penso che il dottore abbia ragione, che sono tutta un errore. Altre volte, invece, mi sale una rabbia che mi fa tremare i polsi, avrei solo voglia di alzarmi, dargli uno schiaffo, uscire dalla stanza senza salutarlo, andarmene via, oltre il muro. Invece dico certo, forse ha ragione lei, dottore.
 

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