Franca Paganetto
Dove andiamo papà

Titolo Dove andiamo papà
Genova, Galleria delle Grazie, 23 ottobre 1942
Autore Franca Paganetto
Genere Narrativa - Memoria del Territorio      
Pubblicata il 22/10/2009
Visite 9310
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Koine´  N.  16
ISBN 9788873882565
Pagine 84
Note Genova, Galleria delle Grazie, 23 ottobre 1942: trecentocinquantaquattro morti nella ressa, dopo la sirena d’allarme, per cominciare a dirci della vita durante e dopo la guerra.
Prezzo Libro 10,00 € PayPal

Volti, storie, racconti si intrecciano a una straordinaria testimonianza. Galleria delle Grazie, Genova, 23 ottobre 1942: 354 morti nella ressa, dopo la sirena d’allarme, per cominciare a dirci della vita durante e dopo la guerra.

Sono le otto di una mattina qualunque e io come sempre sto preparando la colazione per me e mio marito, i ragazzi sono andati via da tempo ormai e noi siamo rimasti soli, è incredibile ma non avevamo mai vissuto soli prima. La convivenza con i miei suoceri quando eravamo giovani sposi, e la nascita dei miei due figli poi, non ci aveva dato modo di farlo. Non è stato facile da principio, abbiamo dovuto imparare a convivere dopo aver passato una vita intera insieme. Il momento più difficile è stato quando mio marito è andato in pensione, non ero abituata a vederlo aggirarsi per casa, era quasi sempre assente prima, per il suo lavoro. Oso dire che dopo tanto tempo finalmente abbiamo imparato a conoscerci, e ora la nostra vita scorre tranquilla su due binari paralleli. Mentre sorseggio una tazza di caffè, lascio come sempre che i miei pensieri s'impadroniscano di me... Lo squillo del telefono mi riporta bruscamente alla realtà, uno sguardo all'orologio, non sono ancora le nove... Chi può essere a quest'ora? Mi affretto a rispondere: «pronto!».
Una voce sconosciuta all'altro capo del filo, una voce giovane, la voce di un ragazzo: «la signora Paganetto?», «Sì?», «Mi perdoni se la disturbo», e poi senza darmi il tempo di replicare, «sono un giornalista del Secolo XIX».
A questo punto sono davvero stupita, che diavolo può volere da me un giornalista? Resto quindi in ascolto incuriosita, mentre guardo mio marito, che, evidentemente svegliato dallo squillo del telefono, si affaccia ancora in pigiama alla porta del soggiorno e mi chiede «chi è?». Non rispondo naturalmente, aspetto di sapere... A questo punto lo sconosciuto riprende: «non è facile per me parlarle di una cosa tanto dolorosa, che accadde tanto tempo fa, tuttavia vorrei chiederle se vuole essere così gentile da concedermi un colloquio. Vorrei scrivere un articolo su quella terribile tragedia della Galleria delle Grazie», una breve pausa e poi riprende, «so per certo che lei c'era in quella galleria, e anche se era molto piccola forse ricorda cosa accadde quella notte». A fatica cerco di ritrovare la voce per rispondere, non è facile poiché di colpo mi sono ritrovata catapultata indietro nel tempo. Era il 1942 e io avevo solamente sette anni, comunque ricordo tutto perfettamente, come potrei aver dimenticato; certe ferite non si rimarginano mai e la mia sanguina ancora!
«Senta», dico, «a essere sincera mi trova davvero impreparata, sono passati tanti anni, nessuno mai mi aveva chiesto nulla, anzi le dirò, quando anni fa mi capitò di leggere sul Secolo quel piccolo trafiletto con cui allora diedero la notizia, mi stupii molto: poche parole di circostanza spese per una tragedia così grande, lei certamente sa che furono ben trecentocinquantaquattro le vittime e si trattava di civili, in maggioranza donne e bambini, poveri innocenti quindi! Certo, eravamo in guerra e la morte era considerata quasi un fatto naturale...».
Sono partita in quarta e al di là del filo la persona che mi ha chiamato ascolta in silenzio, sopraffatta dalla mia loquacità. «Sarò felice di concederle il colloquio che mi ha chiesto», proseguo. «E le sono infinitamente grata per aver pensato di scrivere un articolo su quel fatto, al quale non fu mai dato nessun rilievo».
Finalmente sto zitta, aspettando la sua risposta, che non tarda ad arrivare. «La ringrazio», mi dice, «va bene giovedì pomeriggio?». «Va bene, l'aspetto». Chiudo la comunicazione, subito dopo mi viene un dubbio... È strano, non mi ha chiesto l'indirizzo, d'altra parte se non me lo ha chiesto significa che già lo conosce. Mio marito mi chiede «vuoi dirmi chi era?». Non ho voglia di parlarne ora, rispondo evasiva: «niente d'importante, sta tranquillo, poi ti spiego...».
Oggi è lunedì, ho due giorni di tempo, ora i miei pensieri sono completamente cambiati... Ricordare, non è facile dopo tanto tempo, poi di colpo mi ritorna in mente di quando, qualche anno fa, cominciai a scrivere un memoriale sulla mia tragica storia, lo interruppi quando venne a mancare mio padre: era il 2001, papà aveva quasi novantasei anni quando se ne andò. Gli ultimi tempi furono davvero dolorosi, soffriva molto ed era costretto a letto, ma era lucido e presente, voleva che mi coricassi accanto a lui e gli tenessi la mano, teneva gli occhi chiusi, chissà quali pensieri gli attraversavano la mente, di tanto in tanto mi parlava; era come se fosse tornato indietro nel tempo e avesse cancellato quasi del tutto buona parte della sua vita.
Un giorno mi chiese, naturalmente in dialetto genovese come sempre, «ma teu mamma, comm’a se ciamava?» . Non lo ricordava più, allora gli risposi: «a se ciamava Italia papà, ma tütti a ciammavan Ada» , e poi «e ôua in Masconn-a, chi ghe stâ de casa?» (Via Mascherona, che noi allora chiamavamo Masconn-a, è una piccola crosa del centro storico genovese e un tempo vi abitavano i miei nonni materni; era lì che si erano conosciuti i miei genitori). Era così dolce stargli accanto, anche se terribilmente doloroso! Quando mi vedeva piangere mi diceva «no ciànze Franchinn-a» , mi chiamava sempre così quando voleva consolarmi, «non son miga eterno ti sæ, e poi son tanto stanco!» .
Avevo sempre pensato che non sarei potuta sopravvivere alla morte di mio padre, ma mi sbagliavo. Ora so che si può sopravvivere al dolore, anche quando è talmente grande da spezzarti il cuore.
Dicevo appunto che smisi di scrivere quando mancò mio padre, mi faceva troppo male ricordare il passato, ricordare cioè di quando ero bambina insieme a lui giovane e forte, e così chiusi in un cassetto la cartellina che conteneva tutti quei fogli scritti a mano e pieni di cancellature... Ora è il momento di rileggerli. Tiro fuori quei fogli dunque e decido di riordinarli, riscriverli a mano no, troppo dura l'impresa e poi richiederebbe troppo tempo, e allora decido: userò il computer... È un regalo del mio primogenito, è stato lui che con infinita pazienza mi ha insegnato a usarlo, del resto perché non approfittare della tecnologia? In certi casi è davvero prodigiosa.
Intanto ho acceso il computer e comincio a scrivere...

 

Ci sono segni quasi genetici che case e corpi tramandano, cicatrici ereditarie che ci sentiamo addosso quando le madri ce ne parlano: ragazzi in divisa da marinaio che camminano sulle teste dei cadaveri per toglierci alla stretta delle loro braccia morte (e forti, appunto, come l’amore e la morte).
Sgorga da qui il racconto della Franca Paganetto, dal terribile incidente avvenuto nella galleria – rifugio delle Grazie, a Genova, il 23 ottobre 1942.
Trecentocinquantaquattro morti nella ressa, dopo la sirena d’allarme, per cominciare a dirci della vita durante e dopo la guerra.

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