Rossano Garibotti
E intanto il Dodo è già scomparso

Titolo E intanto il Dodo è già scomparso
Autore Rossano Garibotti
Genere Narrativa      
Pubblicata il 28/10/2009
Visite 7067
Punteggio Lettori 10
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  75
ISBN 978-88-7388-254-1
Pagine 196
Prezzo Libro 10,00 € PayPal

Qui si narrano i tendenziosi tentativi del genovese Filippo Oliveri, 36 anni suonati, di trovare una degna collocazione nel creato a ridosso del duemila. Impiegato (male) in Federazione Artigiana e stabilmente alle soglie di una crisi di nervi, Filippo pone rimedio all’avverso mondo grazie all’amata Wilma. Ne seguiremo dunque le variopinte imprese nello spazio compreso tra Genova e Pieve Alta, tra spruzzi di mare, vicoli e campi d’ortaggi. Tra Capi indigesti, slanci passionali e ricerche d’identità, perennemente in ballo tra comico e drammatico.
Nel disperato tentativo di sfuggire allo stesso destino di un uccello cui la sorte sembra abbinarlo: il Dodo, ormai estinto da decenni.

.

E poi è un attimo rimanere tutta la vita a fare la stessa rottura.

Dovessi dire quando l'ho capito? Una mattina, guar-dando alla finestra. Il cortile era già pieno di foglie, e l'aria doveva essere frizzante. Mi sono detto: Io sono qua, in piedi vicino al letto che mi abbottono i polsini della camicia, prima di andare in Filiale. Ormai alle so-glie del Duemila. Come da millenni senza voglia, eppu-re di nuovo.
Nel frattempo gli alberi continuavano a perdere le fo-glie.
Mi sa che anche loro è da un po' che lo fanno, mi sono detto, eppure continuano. Mi sa che questa scena l'ho già vista.
Facciamo che se qui non cambio io non cambia nulla.
Facciamo pure che gli alberi continuino a perderle le foglie, o.k., e io magari ad abbottonarmi i polsini.
Facciamo anche che esco per andare da un'altra parte, però.

Così quel giorno alle otto in Filiale non mi avevano vi-sto per niente.

Ormai era fatta. In un colpo mi ero liberato di dodici anni di schiavitù postmoderna, e di anni spesi in attesa dell'ispirazione alla fuga. Finalmente libero. Niente più cartellino, niente più ascensorate di ventiquattr'ore e tailleur firmati tanta voglia di emergere, niente più sai Olive-ri mi dovresti proprio fare lo sportello tre, scusa solo per oggi scu-sa ma sbrigati che è tardi. Niente più squilli idioti a ripeti-zione di telefonini idioti, manco ci fosse la caccia al te-soro. Niente più rientri a casa con la fiacca, tipo Kilim floscio e stinto. E non gli avrei nemmeno comunicato il licenziamento, andassero a farsi fottere. Perso ormai com'ero nei miei progetti libertari che davano del tu al delirio, che mi erano sempre piaciuti così tanto. Perso a farmi polmonate d'aria libera ormai, e in elettrizzanti orizzonti blu cobalto che se allungavo la mano potevo arrivare a toccarli, perfino.

Dovevo decidere solo cosa fare.

Come prima cosa decisi di festeggiare la svolta ed en-trai nel solito caffè. Forse per l'ultima volta.
Per lo spumante era troppo presto.
- Mario, un marocchino -.
- Un marocchino? E il tuo caffè che fine ha fatto? -.
- Basta col caffè. Da oggi il marocchino -.
Anzi oggi un marocchino e poi vedremo, da domani chissà, ma come faccio a spiegartelo Mario. Chissà poi se lo faranno dove andrò, pensai mentre prendevo possesso del bancone di marmo bianco striato nero allungandoci sopra il gomito.
Mario posò il bicchiere davanti me, che conoscevo be-ne. Veniva su stretto, poi si allargava e finiva con il bor-do argentato. Due fili di metallo anch'essi argentati e in-trecciati formavano il manico. Sopra traboccava la schiuma, sotto il vetro lasciava vedere il caffè che con le dita sentivo caldo caldo. Mica come quelle tazzine scle-rate fatte in serie in Polonia. Bello, pensai.
Ne assaporai il gusto bevendone un lungo sorso, men-tre mi voltavo dall'altra parte del bancone. E mentre zucchero, caffè e latte coincidevano nel mio palato due occhi marron scuro finirono dentro i miei. Prima fissi e spalancati. Poi eccitati.
- Oliveri! Ma che culo trovarti qua a quest'ora! Anche tu in ritardo, eh! -.
Per poco non sputai tutto sul pavimento. No. Non ci potevo credere. Avevo beccato Righetti della contabili-tà. Ma come si faceva, mi dissi, come si faceva a bec-carsi un rompiballe come Righetti alle otto e quaranta al bar, quando in dodici anni la volta che era entrato più tardi mancava un quarto alle otto. No, porcaputtana no. Era impossibile.
- Non dirmi niente, quella cavolo di batteria stamattina non ne ha voluto sapere - sentenziò il Righetti a valan-ga - e così via con l'autobus, non ti dico che macello, manco la colazione ho fatto. Meno male che adesso con la tua macchina ci mettiamo due minuti. Eh sì: proprio un bel culo ho avuto -.
E giù una pacca sulle spalle.
No, porcaputtana no. Righetti non poteva rompere i miei progetti libertari. Bevvi il resto del marocchino di colpo.
E un attimo dopo sentii sopraggiungere una calma o-limpica, e quasi mi venne da ridere.
Figurarsi se mi faccio mettere i bastoni tra le ruote da 'sto qua, pensai. Io. Quandomai.
Posai il bicchiere sul banco. Strisciai la mano sul ban-cone lenta come una biscia. Bianco - nero - nero - bianco. Poi saettai le dita tra i capelli stile pettine fa-cendo gli occhi a mezz’asta mentre Bogart e James Dean, ovunque fossero, si stavano rovinando il fegato. Un sorriso smorzato completò il capolavoro. Remoto, ad una distanza praticamente siderale, lo guardai infine fisso negli occhi.
- Senti, Righetti -.
- Nonnonononono senti tu - esclamò Righetti balzandomi a due centimetri dal naso, facendo pure segno di no col dito, praticamente in elevazione sui tacchi e con gli occhiali semi appannati.
- Saranno anche due chilometri soli da qua all'ufficio ma la benzina quella poca ce la metti tu. Quindi la cola-zione la offro io. E mentre che andiamo mi racconti anche dell'assemblea che ieri non c'ero. E sia chiaro: discussioni non ne accetto -. Terminò tenendomi per mano.
In effetti discussioni non ce ne furono.

Così quel giorno in Filiale mi videro arrivare dieci alle nove.

Assieme a Righetti che non si perdonava di non aver controllato la batteria negli ultimi due mesi. E almeno per una volta, non riuscivo a perdonarlo nemmeno io.

Il salone era già pieno di gente. Gli artigiani si aggira-vano nello spazio compreso tra gli sportelli e la mac-chinetta del caffè con in mano i documenti che allo scoccare delle ore nove avrebbero tentato di far valere presso qualche sportello, augurandosi buone nuove per i propri fegati.
Per quel che mi riguardava, annusai nell'aria il solito profumo di fregatura.

Da lontano vidi la Novelli convergere col passo più lesto di cui era capace su di me. Il rosso choc versione Milva per cui aveva optato dopo i consigli di Diego della Palma - ottenuti in un'onerosa seduta privata a sentire lei, raccolti a buon mercato su Gente a sentire gli altri - le rimaneva indietro, tanto forte che andava. Mentre i tacchi scandivano il tempo meglio di un inte-ro plotone.
- Oliveri, menomale che sei arrivato. Sai mi dovresti fare proprio lo sportello tre. Quel pover'uomo di Fantoni è ma-lato. Un attacco influenzale, sai com'è -.
Com'era non lo sapevo, visto che l'ultima influenza l'avevo avuta circa dieci anni prima e non me la ricor-davo. Fantoni invece era uno specialista del genere: quell'anno era già al secondo attacco e non avevamo fatto ancora Novembre. Certo, ero consapevole che difficilmente avrebbe potuto fare meglio dell'anno prima: quando aveva smarcato ben sei settimane d'influ-enza. Al ritorno, poi, lo vedevo spesso arrivare con dei pacchi tipo natalizio. E almeno un paio di volte avrei giurato di vedere all’uscita gli stessi pacchi sui sedili dietro della Espace della Novelli. E una volta poi avevo notato pure il marchio di fabbrica staccato che penzo-lava, e lo avevo ritrovato su di un pacco uguale nell'E-space al pomeriggio.
E' assolutamente ovvio che si riforniscono dallo stesso negozio, avevo concluso.

- Lo sportello tre? - esclamai stoppandomi nel salone- a parte una punta d'ernia che mi impedirebbe di portare pesi sottobraccio mi sento benone, quindi… -.
- Quindi? - intimò la Novelli con aria interrogativo in-cazzosa con i tacchi di nuovo congelati sul pavimento quando stava già per allontanarsi.
- Quindi o.k., vado a fare lo sportello tre. E non ti scusare, tanto mi sbrigo lo stesso -.

Massì. Chissenefrega. Tanto ancora un paio di giorni e ritorna Wilma. La mia Wilma.

2.

Io, Filippo, in Filiale ci lavoravo da dodici anni. O meglio: da dodici anni lavoravo alla F.e.r.m.a.
- Federazione Energie Regionali del Mondo Artigiano - scorporatasi in Filiali Artigiane negli ultimi due. La tanto sventolata mutazione pubblico-privato si era concretizzata peraltro senza grossi traumi, irruzione del pubblico a parte e generalizzata dismissione dei je-ans in luogo di abiti rampanti.
Nei primi tempi gli artigiani si erano aggirati nei saloni dell'ex-Federazione - fino ad allora chiusa al pubblico - con l'aria di chi stesse visitando un sito archeologico. Quando avevano capito che di reperti non ne avrebbe-ro trovati, o almeno non di interessanti, avevano preso ad affollarsi agli sportelli.
Eh sì: perché noi della F.e.r.m.a. concedevamo prestiti e ci occupavamo in genere di tutte le problematiche che ruotano attorno al mondo della piccola impresa.

- Garanzie, solvibilità, possesso di beni immobili: se ho capito bene voi della F.e.r.m.a. mi concedete il prestito solo se vi dimostro che non ne ho bisogno. E’ meglio contare su una cinquina al lotto che su di voi -.
- E vada tranquillo allo sportello tre, poi da lì mi man-date al sei, quindi all'uno e infine sicuro sicuro al quattro. E ancora niente. Facciamo così: ora esco che ho biso-gno di rilassarmi. Domani torno e mi gioco gli ultimi tre sportelli -.

Anche se - nonostante tutta la buona volontà - non sempre ci riuscivamo.

E dire che nell'ottantasette c'ero entrato con entusia-smo. Venivo dal liceo, dal militare, da un corso di in-formatica intitolato Installatore di sistemi a calcolo settoriale e macrodigitale per reti locali e planetarie che non mi aveva im-pedito di fare il disoccupato per un paio d'anni. A corto di denaro e a caccia di garanzie e di tempo libero mi ero buttato sui concorsi. Dopo anni di sterili colloqui e di tentativi infruttuosi mi ero fissato infatti sull'otto-due dal Lunedì al Sabato, un concetto ancora assai in voga in quell'Italia fine anni ottanta che di rivoluzioni non ne voleva proprio sapere.

Eh già: perché dopo una analisi accurata della situazio-ne, ciò sarebbe risultato l'optimum per farmi i fatti miei.

Acquistavo dunque il Mercoledì in edicola Concorsi per tutti, augurandomi che prima o poi avrei trovato anch'io il mio. E giù quiz di cultura generale, temi di educazione civica, batterie di quiz matematici. I miei preferiti rima-nevano comunque i test psico-attitudinali, e quando c'e-rano quelli non perdevo un solo concorso. Il mio amo-re per loro derivava da un fatto semplice semplice: non occorreva studiare. Non serviva prepararsi. E se anda-vano male, uno non poteva rimproverarsi di non aver studiato abbastanza.
Poi alla fine mi ero messo a studiare anche per quelli, convinto che l'improvvisazione non pagasse. Nel frattempo dovevo essere arrivato all'incirca al quattordicesimo concorso.
E infine era avvenuto, proprio nel periodo in cui stavo raschiando il fondo della mia sopportazione. Eviden-temente anche nelle favole più sfigate c'è un lieto fine. Per me arrivò tramite la voce di mia madre, mentre mi facevo la barba, verso le dieci di un mattino sul finire dell'inverno del mio ventiquattresimo anno di vita.
- Filippo, vieni, c'è un telegramma per te da Roma -.
Pur non ignorando che Roma indicasse anche la capita-le d'Italia, erano ormai due anni che identificavo quella parola come sinonimo di concorsi pubblici, vista l'impo-nente mole di raccomandate che nel tempo avevo là inviato ai vari Dipartimenti. Scattai come un centome-trista. Firmai il registro sotto gli occhi esterrefatti del postino che parve non comprendere la gravità del momento, forse per via del volto ancora per metà in-saponato. Poi aprii la busta gialla, e lessi del mio futu-ro.

Dipartimento per lo sviluppo delle attività rurali
Assunto in qualità di applicato a decorrere dal 12 Novembre 1987 presso la Federazione Energie Re-gionali Mondo Artigiano di Genova e Provincia.
E non c'è che dire, alla F.e.r.m.a. mi ero trovato bene fin da subito. E per i primi cinque-sei anni era stato quasi bello.

Noi del personale - un centinaio di uomini e donne tra i venti e i trent’anni selezionati nel corso di alcuni anni da rigidi test attitudinali, pronti ad affrontare ogni più piccolo risvolto del complesso e variegato mondo del terziario - eravamo ansiosi di affrontare moli di lavoro che giù a Roma, visto lo spiegamento delle forze in campo, dovevano attendersi intorno a valori bulgari.
Ma evidentemente i genovesi non erano pronti ad ac-cogliere la spinta che il governo intendeva dare alla piccola impresa.
O - per meglio dire - i genovesi pronti lo sarebbero anche stati. Solo che le garanzie necessarie per poter accedere alle risorse finanziarie Rockefeller a parte ce le avevano in pochi. E pochi erano anche quegli arti-giani disposti ad iscriversi alla facoltà di Lettere, di modo da poter riuscire a decifrare e compilare i questio-nari predisposti dal dipartimento al fine di ottenere in-formazioni.

Per cui, di fatto, noi della F.e.r.m.a. giacevamo su noi stessi come un elefante addormentato nel bel mezzo della strada.

Dal momento che questo non bastava a spaventarci più di tanto, a noi impiegati non restava che affrontare i modesti carichi di lavoro in allegria, al cospetto di ca-pireparto altrettanto disinvolti. E il più delle volte - vi-ste le situazioni che si venivano a creare tra noi - as-somigliavamo più a degli psicologi o ad assistenti so-ciali che a impiegati compartimentali.
- News a uso e consumo delle zitellone del piano: Buc-chioni del terzo - mister Porche nera - è convolato a giu-sta separazione! -.
- Bot, Cct oppure fondi di investimento? Dammi retta: rendono molto meglio le Maldive -.
E poi fuori c'era tanto tempo libero per le gitarelle al mare, per i libri da leggere e per i dischi da ascoltare. E per le serate in giro.

Verso i trenta per me e non solo le cose avevano co-minciato lentamente e - avrei appreso più tardi - ineso-rabilmente a cambiare. Come un calzino che piano pi-ano si rivolta. Gli anni di bagordi mostravano ormai la corda, e cominciò a farsi sentire sempre più il non sens di un lavoro del tutto comodo e privo di ogni soddi-sfazione. Ognuno dava segni di insofferenza, e gruppi sempre più nutriti di impiegati presero a circolare nei corridoi con aria cospiratrice.
Non sapendo con chi prendercela - avendo scartato a priori noi stessi, ovviamente mondi da ogni colpa - vi-sualizzammo all'orizzonte un grande, possibile imputa-to: l'Amministrazione.
- Ragazzi: alle 10 assemblea a pianterreno. Che oggi quelli se la vedono brutta, miseriaccia ladra -.
Quelli erano il direttore, i capireparto, i capisezione. Cioè quelli con cui ci eravamo divertiti fino a ieri. Cioè quelli con cui ce l'avevamo oggi. La punta dell'Iceberg Amministrazione, quella sorta di mostro a due teste che partiva da lì e scendeva tutto giù lungo l'Aurelia fino ai palazzi romani.
- Roma non vuole -.
- No. Da Roma dicono di no -.
- Shhhhh! C'è Roma al telefono -.
Per me pensare che si trattasse degli stessi gentiluomi-ni che mi avevano levato dalla disoccupazione spe-dendomi quel bel pezzo di carta giallo scolorito sei an-ni prima era difficile.
A sorpresa, anche i dirigenti dal canto loro ce l'aveva-no con l'Amministrazione. Ma questo, a noi, non è che ci imbarazzasse più di tanto.
- Fanno il doppiogioco - . Così li liquidavamo.
Più le assemblee non risolvevano nulla più noi ci acca-nivamo a organizzarle. E da lì aveva preso il via un ma-re di polemiche, di scambi di accuse, di Ah io non c'entro sei stato tu, anzi voi. E da lì giù gruppetti e gruppuscoli, gli uni contro gli altri, gli uni e gli altri contro quegli altri ancora. Ciò, col passare dei mesi e poi degli anni era di-ventato quotidianità. E se da un lato nell'ufficio andava in scena sempre più questo processo di disgregazione dall'altro ci pensavano le nostre dichiarazioni ufficiali a ricompattarci. Dal momento che ognuno di noi conti-nuava a marciare con tutte le proprie forze contro l'uni-co, grande male oscuro incarnato nell'Amministrazione.

Ma c'era un momento della giornata in cui - comunque fosse - scattava un punto d'inesorabile divisione tra me e quasi chiunque altro, che mi insegnò a vedere come di fatto appartenessimo a due specie ben diverse. L'ora di uscita. Che coincideva con l'inizio delle ore facoltative di straordinario. Io fuggivo a gambe levate, sopportan-do a malapena le trentasei ore. Dietro di me il vuoto. Gli altri rimanevano. E nei fatti rimanevano fino a sera nel posto che a parole non potevano sopportare più.

- Cazzo, qui non si può più andare avanti -
- Hai ragione -.
- Guarda, non ce la faccio proprio più -
- Non dirlo a me. Me ne andrei adesso -.
- E vabbè, lasciamo stare, tanto non cambia nulla. Cambiamo discorso. Ah, cosa dici: stasera ci facciamo altre due orette di straordinario?-
- Perché no? -.

L'insofferenza per il lavoro divenne pratica quotidiana generalizzata. Lenita da abbondanti ore di straordinario per la netta maggioranza dei dipendenti. E a quelli come me, non era restato che intensificare - all'orario di uscita - le fughe alla Mennea.

Viviamo tempi critici. Dunque creativi.
Qualcuno ha detto, o scritto su di un libro. Non so se l'incontro con Wilma possa definirsi creativo. Di sicuro all'epoca - vedi sopra - un tempo critico io lo vivevo. Fino a quel momento avevo avuto storie - poche - con ragazze troppo ragazze. Eccessivamente femminili, cio-è. Irrimediabilmente perse in logiche di minigonne e calze nere. Logiche di tacchi, borsette e capelli frantu-mati da troppi shampoo e di tettine - ahimè - messe in risalto come spilli su body invariabilmente rossi. Eccita-te da stremanti sabato sera in discoteca, seguiti da ot-tuagenari recuperi stese al sole su spiagge affollate le domeniche pomeriggio d'estate.
E se per Messner scalare tutti gli ottomila della terra non dev'essere stata una barzelletta, nemmeno per me riuscire ad andare a letto con le mie fidanzate lo era stata. Eh no. Perché una barzelletta lo era diventata dopo, mentre lo facevamo. Mediamente sei-otto mesi di logorante attesa per una performance compresa in una manciata di nano-secondi. E' che appena le tocca-vo già prorompevano nell’inconfondibile ahhhhhh di fine corsa, manco fossero passate per le mani di John Holmes in persona. E nel mezzo dei loro gemiti di giubilo, io che non avevo ancora è proprio il caso di dirlo fatto un cazzo, regolarmente mi smontavo.
Tant’è la volta dopo venivo attratto dallo stesso genere di ragazza, forse per una sorta di immuno-intelligenza contratta da me all'atto della nascita.
Ma con Wilma era cambiato tutto. Benedetto il mo-mento in cui dalla Feltrinelli mi era caduto Musica di Mishima di mano. Benedetto il momento in cui una ragazza lo aveva raccolto, lo aveva guardato e me lo aveva restituito dicendo - Come gusti vai bene - con un sorriso discreto, ben diverso dai soliti sproloqui dento-gengivali.
- Io mi chiamo Filippo. E tu? -.
- Wilma -.
E due minuti dopo eravamo già su per via Venti che passeggiavamo e parlavamo di Fante, Paul Auster e di quando sarebbe uscito l'ultimo dei Sonic youth come non avessimo fatto altro tutta la vita. Di nuovo c'era che mentre parlavo non stavo attento a fare errori o a dire cazzate come se lei non ce l'avesse. Non facevamo le solite barricate, insomma. Io col mio solito look ca-sual-casaccio e lei in giacca e jeans.
La sera in macchina sotto casa sua me ne ero ricordato, però. E avevo avuto una voglia matta di toccarle le gambe, di avventurarmi su quel territorio che non ve-devo l'ora di esplorare. Di lei tutto mi piaceva: il volto in cui scorgevo dei lineamenti orientali. I capelli corti a riccioli. Il seno ampio e tondo che sussultava a ogni sua risata, e che mi aveva fatto ricordare che le donne - co-me regola - lì non sono piatte come la pianura padana.
E poi avevamo scopato. Cazzo, se lo avevamo fatto. In macchina, lì dov'eravamo, sotto la casa dei suoi ge-nitori. Troppa era la voglia per spostarci in un altro posto. Avevamo confidato nell'ora tarda e nella nostra incoscienza. E che suo padre non scendesse in ciabatte e sigaretta per vuotare la spazzatura.
L'avevo presa come pensavo fosse possibile solo nei film. Mi ero buttato su di lei come sulla terra. E anni di incomprensione sessuale erano scomparsi sotto i colpi di una naturalezza dolce e violenta, che mi aveva ri-messo in pace col mondo. Facile, con due capezzoli così tra le dita. E con la certezza di dover poi abban-donare i nano-secondi come unità di misura.
Con lei ero diventato un uomo felice. E se le cose an-davano male sul lavoro, chicazzosenefregava?

Dopo un anno e mezzo eravamo andati ad abitare as-sieme, decisi a scrollarci di dosso le paturnie dei geni-tori. E il ménage a due ci aveva subito dato parecchie gioie: sesso a piacimento, film d'essai alternati a regi-strazioni tipo Le piccole canaglie fino a notte fonda, ogni esperimento di cucina mondiale possibile. Libera usura delle casse dello stereo. E vivere con la persona che desideri. Quella con cui vuoi parlare, fare all'amore. Che vuoi guardare. Scornarti quando sei incazzato. Quella che se c'è qualcuno che ti può capire è lei.

E tra qualche giorno Wilma sarebbe tornata e mi avrebbe cura-to dei mali del mondo che sempre più mi opprimevano. Wilma. La mia Wilma.
 

Qui si narrano i tendenziosi tentativi del genovese Filippo Oliveri, 36 anni suonati, di trovare una degna collocazione nel creato a ridosso del duemila. Impiegato (male) in Federazione Artigiana e stabilmente alle soglie di una crisi di nervi, Filippo pone rimedio all’avverso mondo grazie all’amata Wilma. Ne seguiremo dunque le variopinte imprese nello spazio compreso tra Genova e Pieve Alta, tra spruzzi di mare, vicoli e campi d’ortaggi. Tra Capi indigesti, slanci passionali e ricerche d’identità, perennemente in ballo tra comico e drammatico.
Nel disperato tentativo di sfuggire allo stesso destino di un uccello cui la sorte sembra abbinarlo: il Dodo, ormai estinto da decenni.

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