Sandro Sansò
I giorni del buio

Titolo I giorni del buio
Autore Sandro Sansò
Genere Narrativa - Giallo, Noir, Poliziesco      
Pubblicata il 06/11/2009
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Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Le Vespe  N.  6
ISBN 9788873882497
Pagine 226
Prezzo Libro 14,00 € PayPal

Una giovane donna viene sequestrata in Sardegna. Una storia cruda, violenta, in cui l’autore analizza, ancor prima delle sofferenze della vittima diretta, quelle del marito, che per salvarla dovrà combattere contro più avversari: la spietatezza dei banditi, la legge che gli impedisce di pagare il riscatto, la stessa autorità giudiziaria. Come nei suoi precedenti romanzi, Sandro Sansò riesce a tenere il lettore col fiato sospeso fino all’ultima pagina.

P R I M O C A P I T O L O

Non era abitudine di Flash mancare all’appuntamento. Alle undici schizzava dalla porta finestra del laboratorio e gli si lanciava incontro, saltandogli addosso e uggiolando di felicità nel momento stesso in cui varcava il cancello. Quel giorno però Flash non corse al cancello e nemmeno risuonarono Haydn, Paganini o Bach, che di solito accompagnavano Inga mentre lavorava e che lui già a cento metri da casa poteva udire.
Qualcosa non andava.
Accelerò il passo e, nella manciata di secondi che impiegò a percorrere il vialetto di ghiaia, cercò di farsi un’idea di questo qualcosa. Forse Flash aveva combinato uno dei soliti guai, che lei inevitabilmente tentava di punire, sovente senza successo, con la sua cacciata e il conseguente confinamento sul prato nel retro della casa. Ma prevedendo l’arrivo del padrone, Flash sarebbe riuscito a sfuggire al castigo, accadeva quasi sempre, e allora un rimprovero, lo sbattere della porta, il fruscio della ghiaia smossa dalla sua corsa, insomma un indizio che gli dicesse che tutto era regolare, normale, lui avrebbe dovuto notarlo. Invece niente, nessun segno di vita, la casa sembrava vuota. Sarà uscita Inga? No, glielo avrebbe detto prima e non c’erano all’apparenza motivi perché lo facesse senza avvertirlo. E in questo caso, Flash sarebbe arrivato. Un malore allora, Inga si è sentita male, è svenuta. Ma Flash?
L’eco dei passi nel porticato accentuò il silenzio. Raggiunse la porta finestra socchiusa e tirò a sé il battente.
Quello non era il laboratorio di sua moglie, lo era stato. Adesso era un casino di cavalletti rovesciati, attrezzi sparsi, sculture infrante, colori e creta spiaccicati sul pavimento e sui muri, tende strappate. Segni di una lotta lunga e accanita che urlavano rabbia, violenza, paura, reazione.
Dei nemici, della padrona sparita insieme a loro, e mie, gli rivelò Flash immobile su un fianco, immerso nel proprio sangue sotto il banco di lavoro. Col cranio sfondato, si rese conto quando gli si precipitò accanto.
Impietrito. Flash immobile e Inga sparita. Sparita? Il pensiero della moglie lo raggelò più della vista del cane. No, povero Flash, forse ti sbagli, forse è di sopra, sotto choc, incapace di chiamare aiuto, ma è di sopra, oppure è di sotto, aspetta, vado a vedere e torno subito, torno da te.
Di corsa tutto il piano terra, divorando le scale verso quello superiore, spalancando le porte, rischiando l’osso del collo in quelle del seminterrato, la bocca prosciugata dal terrore di trovarla morta, ammazzata anche lei a bastonate. Flash aveva ragione, non c’era, non era da nessuna parte e nemmeno nel ripostiglio dov’era piombato illudendosi di trovarla legata e imbavagliata. E dalla rimessa era scomparsa anche la Mercedes.
Non era una rapina. Lo aveva sperato mentre si aggirava come un pazzo per la casa, ma intanto non aveva potuto fare a meno di notare che tutto, l’argenteria, i quadri, era al suo posto. E non c’era un cassetto in disordine. Si erano portati via sua moglie, l’avevano sequestrata, ecco che cos’era successo. Tornò nel laboratorio, dove si era senza dubbio ribellata – raccolse da terra il suo orologio, il vetro del quadrante incrinato – era, anzi è, una donna energica, ma alla fine aveva ceduto, era normale, dovevano essere stati almeno in due.
Sapeva, per mestiere, perché stava nell’Isola, perché era già successo chissà quante altre volte, di non poter immaginare altro. Doveva telefonare subito, ma non poteva, perché naturalmente i fili del telefono erano strappati. Maledì la sua avversione per i cellulari e si mise alla ricerca del proprio (ne aveva uno da qualche parte che non usava quasi mai e che sarebbe stato naturalmente scarico) e di quello di Inga, pregando che non si fossero presi anche quelli. Fu una preghiera vana. O era andata così o la concitazione gli impediva di trovarli. <<Fanculo i cellulari>> e da un cassetto della scrivania nello studio arraffò una manciata di carte telefoniche.

 

Bloccò la Panda – sicuramente avevano caricato Inga sulla Mercedes e con quella erano fuggiti, ma la Panda no, era posteggiata fuori, forse non ne sapevano niente o forse non l'avevano nemmeno presa in considerazione – accanto alla prima cabina all’entrata del paese, incurante dello strombazzare dell’auto che lo seguiva e degli insulti del guidatore. Si era accostato senza segnalare ed era sceso, anzi era balzato fuori lasciando la portiera aperta e rischiando in pochi attimi di essere tamponato o investito. Inserì una carta e formò il 113. Due squilli dopo gli rispose una voce femminile.
<<Agente credo che abbiano sequestrato mia moglie – disse subito e l’affanno lo soffocò perché si sentiva pronunciare parole cui si ostinava ancora a non credere –. Hanno ammazzato il cane e se la sono portata via. È successo stamattina, non so a che ora, io non c’ero, e quando sono tornato la casa era a soqquadro, poi ho visto il cane morto e lei era scomparsa…>>. Ansimava.
<<Cerchi di star calmo. È sicuro di quello che sta dicendo?>>. Il tono era professionale, privo di emozione e senza alcuna inflessione.
<<In casa non c’è più, ci sono segni di lotta, la nostra Mercedes, stava nella rimessa, è sparita e il cane è morto, ucciso, forse a bastonate…>>
<<Targa e colore dell'auto per favore>>.
Precipitò nello scoramento. È blu, ma che cazzo di targa ha? Cristo santo, non puoi averla dimenticata proprio ora.
<<La targa>>, lo sollecitò la centralinista, stavolta con impazienza.
Recuperò una frazione di secondo dopo e le sparò a raffica quella maledetta combinazione di lettere e cifre col timore di perderla di nuovo.
<<Ora mi descriva sua moglie e com’era vestita>>
<<Sui vestiti non so darle particolari, sono uscito che era ancora a letto. Forse indossava un camicione grigio, quello che abitualmente usa per lavoro, lungo fino alle caviglie, ma non ne sono sicuro>>
<<Va bene, me la descriva>>
<<Trentacinque anni, un metro e settanta circa, capelli scuri, la mattina li porta a coda di cavallo, occhi molto chiari, color acqua…È, è…come dire, formosa, ecco, insomma è una bella donna. Parla con forte accento straniero, è tedesca>>. Non seppe che altro aggiungere.
<<Resti in linea>>. Alcuni secondi di silenzio, secoli. <<Ho passato la segnalazione ai colleghi del pronto intervento e dell’Antisequestri, saremo da lei fra pochi minuti. Voglio le sue generalità per favore e mi dica anche da dove chiama. Stia calmo – ripeté –, i colleghi la raggiungeranno subito. L’indirizzo esatto per favore>>
<<Abito a Nuras, località Pietra Nera, non c’è numero civico>>.
Un breve silenzio. Stava prendendo nota.
<<La casa non è facile da trovare, è isolata, c’è da percorrere un lungo sterrato, è meglio che li aspetti qui, i suoi colleghi, se fanno la provinciale mi vedono senz’altro, ho una Panda bianca, e ce li accompagno io…no, in casa non c’è nessuno, ci abitiamo solo io e mia moglie… beh, certo che ora è incustodita, voglio dire in questo preciso momento, perché sto parlando da una cabina pubblica, hanno strappato i fili del telefono e quasi certamente si sono portati via anche i cellulari, mio e di mia moglie. No, non da un bar – cominciava a innervosirsi, come non fosse già abbastanza agitato – la cabina è sulla strada, le dicevo appunto che è meglio se li aspetto qui i suoi colleghi, arrivando dal capoluogo è impossibile che non mi vedano>>
<<Lei non si preoccupi e torni subito a casa, ma prima cognome e nome, per favore>>
<<Ha ragione, mi scusi, Andrea Federighi>>
<<Federighi Andrea>>, invertì lei. <<Una raccomandazione, signor Federighi. Almeno per ora, non parli con nessuno di quello che le sta succedendo>>.
Sbatté con rabbia il microfono sulla forcella. Ma come faccio a non parlare con nessuno di quello che mi sta succedendo? Mia moglie è stata rapita e io non ne devo parlare con nessuno? Io devo parlare, magari c’è chi ha visto qualcosa, della gente vicino a casa mia, un'altra auto, che ne so. Accantonò subito la ricerca degli eventuali testimoni e chiamò Sergio, sicuro di non trovarlo, e quando udì Rita e avvertì la sua serena inconsapevolezza non fu in grado di ricominciare.
<<Pronto?>>, insisté lei.
<<Sono Andrea…Hanno rapito Inga>>, singhiozzò ricacciando il pianto in gola.
Stavolta fu Rita a rimanere muta.
<<Andrea, ma che stai dicendo>>, mormorò alla fine e la voce non era più la sua. Non era una domanda, ma una specie di esortazione, <<Dài, non dire sciocchezze, non sono scherzi da fare>>.
<<È così Rita, è maledettamente così, hanno ammazzato Flash e se la sono portata via. Quando ero fuori a cavallo>>, aggiunse a fatica.


La strada verso casa la ripercorse come se a guidare fosse stato un altro.
Sta’ calmo, Inga, lo sai, è una donna forte, ma anche tu, ora, devi essere forte, perché d’ora in poi sarai tu il suo unico sostegno e il suo unico punto, per quanto indiretto, di riferimento. Pagherò quello che vorranno, ma che me la restituiscano viva, se pago non possono, non devono farle del male.
La scena dell’agguato lo aggredì come fosse stato presente.
Due, forse tre, arrivati dalla campagna, impossibile che abbiano fatto la provinciale e attraversato il paese col rischio di farsi notare da qualcuno, che entrano dalla porta della cucina e la sorprendono mentre beve il caffé o prepara da mangiare a Flash, No, sono arrivati mentre stava lavorando, altrimenti Flash l’avresti trovato in cucina o in giardino, Senza dubbio erano armati e l’hanno minacciata, ma lei non si è fatta intimorire, ha lottato, fidando anche sulla reazione del cane, altrimenti non si spiegherebbe il caos nel laboratorio e Flash si è comportato da guardiano, lui che di razza era guardiano solo di pecore, li ha aggrediti a sua volta, ne ha azzannato qualcuno e loro lo hanno colpito, poi hanno cercato di immobilizzare lei, convinti che con una donna non avrebbero avuto grossi problemi, o forse avranno ucciso prima Flash per toglierselo subito dai piedi e lei, durante la lotta, non potrebbe aver strappato la maschera a qualcuno, sono sempre mascherati i rapitori, e averlo visto in faccia, riconoscendolo, magari è del posto?
Chiuse gli occhi e rabbrividì. Basta, per favore basta. Se era andata veramente in questo modo, poteva dire addio a sua moglie, di lì a qualche giorno l’avrebbero ammazzata e l’avrebbero data in pasto ai maiali, tenendosi un dito o un orecchio per spedirglieli e rendere più convincenti le loro pretese, che naturalmente sarebbero continuate, lei morta ma sempre utile ostaggio, fino a quando l’ultimo centesimo del riscatto non fosse stato pagato.
Piombò nella disperazione.
Da giornalista si era occupato di mille casi come questo o simili a questo, di disgrazie personali, di drammi sociali, di guerre e catastrofi planetarie o quasi. E aveva continuato da scrittore. Ma ora non era più il narratore, era il testimone diretto, il protagonista e la vittima presente, ché quella vera, rapita, era sua moglie. La paura e lo smarrimento che aveva visto negli occhi di altre vittime, di cui aveva presuntuosamente scritto senza sapere niente, immaginando, inventando il loro stato d'animo, adesso erano suoi e la convinzione che non avrebbe potuto condividerli con nessuno gli si impose brutale. Mai come in quel momento si rese conto di amare Inga. Ci si rende conto di amare veramente qualcuno quando ci viene d’improvviso strappato. Dalla morte o dai rapitori. Dall’aldilà non si torna, da un sequestro si può. Alla morte prima o poi ci si rassegna, a un rapimento no, perché la speranza di rivedere il proprio caro vivo non si spegne mai, ed è un bene che sia così, perché questa speranza è l’unica forza a mantenere in vita sequestrato e familiari. Ma è una speranza torturante.
Il fruscìo cupo dei pneumatici sulla strada sterrata e il miagolio lontano delle sirene bitonali sulla provinciale lo riportarono a se stesso. Fermò con la certezza che la polvere sollevata dall’auto avrebbe attirato l’attenzione delle pattuglie. L’urlo delle gomme che mordevano l’asfalto per le brusche sterzate e il successivo, repentino passaggio, un ruggito soffocato, sulla terra battuta gli confermarono che era stato avvistato.
La prima a raggiungerlo fu un’Alfetta civile col lampeggiante in funzione, che bloccò derapando in un vortice di terriccio e ghiaia e rischiando di sbattergli contro. Accanto all’autista, un tipo in giacca blu e cravatta in tono, tarchiato, tutto capelli, baffi e sopracciglia, al quale in altra occasione avrebbe consegnato il portafoglio senza fiatare. Poi arrivarono in rapida successione due auto e due fuoristrada biancazzurri, con le sirene in progressivo calando, anch’essi con i lampeggianti e zeppi di uomini in divisa e in borghese.
<<Dove?>>, gli chiese l’ipertricotico squadrandolo. Doveva essere un capo. Gli indicò la casa nella calura tremolante della piana, un chilometro più avanti. L’Alfetta ripartì a razzo, le altre le si avventarono appresso e lui si accodò incurante del pietrisco che grandinava sul cofano e sul parabrezza. Bloccarono davanti al cancello, gli uomini si catapultarono dai mezzi e si precipitarono in casa, mentre il capo lo attese nell’ombra del porticato.
<<Mureddu!>>, chiamò appena lo vide.
Alle sue spalle sbucò una donna magra, jeans, faccia dura e capigliatura a zazzera, una valigetta in mano. Sarebbe stata comunque un’agente anche senza l’automatica che le spuntava al fianco sotto quella specie di sahariana dai colori sgargianti. Dietro di lei, nel rettangolo della porta finestra, comparivano a tratti gli uomini che ispezionavano il pianterreno. Le voci e lo scalpiccio che provenivano dal piano superiore gli dissero che avevano già preso possesso di casa sua.
<<Sono il vicequestore Umberto Sanna, sezione antisequestri – si confermò il capo con un marcato accento isolano porgendogli la mano – Signor Federighi, adesso ce ne andiamo in un posto tranquillo dove lei ci racconterà come sono andate le cose e dove l’ispettore Mureddu – gliela presentò e lui strinse una mano minuta ma troppo energica – potrà stendere il verbale. Prima di tutto, però, ho bisogno di qualche foto di sua moglie, meglio una fototessera, ma vanno bene anche istantanee, che sia riconoscibile insomma, e di qualche suo indumento, preferibilmente indossato di recente, lo faremo annusare ai cani. Le foto le duplicheremo e le distribuiremo alle pattuglie, alle questure e ai carabinieri>>
<<Le tengo nello studio, andiamo lì, potremo parlare, poi le procurerò gli indumenti>>
<<Allora ci faccia strada>>. Sanna lo prese con mano leggera per un braccio e lo accompagnò attraverso il laboratorio, entrambi zigzagando fra gli agenti e fra tutto ciò che, immaginò lui, potesse essere di interesse per la Scientifica.
<<Possiamo metterci qui>>, disse sgombrando la scrivania. <<La roba è di sopra. Devo prendere qualcosa di particolare?>>, chiese e nello stesso tempo avvertì l’umiliante ovvietà della domanda. Secondo te è meglio un cappotto o una sottoveste?
<<Se è possibile biancheria intima, calze, sottovesti>>, fece l’ispettore Mureddu – legge anche nel pensiero – con l’evidente intenzione di fargli notare quanto fosse scontata la risposta: il contatto diretto con la pelle evidenzia la traccia olfattiva, non lo sapevi? Lo sapevo, sì, ma non sono nelle condizioni ottimali, è lo choc, per un attimo ho perfino dimenticato la targa della Mercedes. Comunque incassò e salì subito di sopra, anche per sottrarsi al suo sguardo che gli parve ironico. Ironico? Non essere prevenuto, ti sembra che un poliziotto, un investigatore, manifesti ironia nei confronti del marito di una sequestrata? No, però…Possibile che non capisca?
Scese con un sacchetto di plastica che l’altra prese e posò a terra. Mentre toglieva dalla cornice un ritratto della moglie, l’ispettore si sedette, aprì la valigetta, ne estrasse un computer portatile e lo sistemò sulla scrivania. Poi si accese una sigaretta e, senza pena di nasconderlo, ruotò intorno uno sguardo incuriosito e indagatore, sostando sui quadri, sugli scaffali e sui soprammobili, come volesse non farsi sfuggire niente. Avvolta nel fumo, gli occhi ridotti a due fessure, la pistola al fianco, davanti al computer, aveva perso del tutto la parvenza di femminilità che le era rimasta fino a quel momento. Sarebbe stato del tutto inconcepibile chiamarla <<ispettrice>>. Accanto a lei, anche Sanna osservava, ma con maggior discrezione. Ebbe l’impressione che volessero cominciare proprio dall’esame dell’ambiente per farsi un’idea di chi si accingevano a interrogare.
Questo non è uno dei soliti possidenti di casa nostra, questo viene da fuori, si vede dalla roba di cui si circonda, questo vive alla grande, poltrone in pelle, mobili pregiati, quadri senz’altro d’autore, argenteria. E libri. Chi li ha mai visti tutti ‘sti libri nella casa di un sequestrato? Questo continentale non ha capito niente, non si rende conto che qui da noi ostentare è pericoloso, non sa che la roba in bella mostra è come la merda, attira le mosche. Lo leggeva nelle loro rapide occhiate, che ogni tanto, con noncuranza o malcelata curiosità gli facevano scivolare addosso, per poi scambiarsele, come volessero aiutarsi a incasellare in qualche zona libera della memoria non professionale la sua fisionomia, per darle una collocazione in un luogo e nel tempo, prima di associarla definitivamente a un nome. Avvertì la rabbia montargli dentro. Come si permettono giudizi del genere? Guarda che sei proprio tu il supponente, come ti permetti tu di giudicare solo da uno sguardo?
Aveva sperato di trovare un minimo di sensibilità, ma si rese conto che si stava sbagliando. No, non c’era e nemmeno ci sarebbe stata sintonia col capo dell’Antisequestri e con la sua tirapiedi, anche se era nelle loro mani e dipendeva da loro. Per la prima volta, la consapevolezza della propria notorietà lo inorgoglì e attese con impazienza l’occasione in cui avrebbe dichiarato chi era Andrea Federighi, o meglio Federighi Andrea, come dicevano loro. Sanna avrebbe esclamato: <<Ah, lo scrittore….>>. Non la Mureddu, non era il tipo, non gli avrebbe dato la soddisfazione.
Continuò a rovistare nei cassetti della libreria fino a quando racimolò un numero sufficiente di immagini della moglie, sulle quali evitò di soffermare lo sguardo per non farsi sopraffare dalla commozione e le consegnò al vicequestore in una busta.
<<Gradirei mi fossero restituite>>.
Sanna andò alla porta. <<Qualcuno qui, subito>>, ordinò, ma nessuno si fece vivo. <<Allora c’è qualcuno che si degna di venire o no?>>. Apparve un agente con l’aria di non prendersela troppo. <<Le faccia riprodurre e distribuire – gli disse porgendogli la busta –. Con la massima urgenza, mi raccomando. I cani?>>
<<Sono arrivati, dottore>>
<<E qui ci sono gli indumenti>>.
L’agente prese il sacchetto e sparì. Sanna riprese il suo posto accanto alla scrivania.
<<Per le foto non dubiti – lo rassicurò – le riavrà al più presto. Ah, prima che me ne dimentichi, ho messo posti di blocco su tutte le strade del circondario, altrettanto hanno fatto le altre questure e i carabinieri, e ho disposto per un primo controllo di pregiudicati. Anche se, e lo dico senza alcun imbarazzo, non sappiamo ancora chi cercare, al di là di sua moglie, beninteso>>
<<Non ne avevo il minimo dubbio. Si accomodi anche lei>>, lo invitò indicandogli la poltrona.
L’altro scosse la testa. <<No, Federighi – per la prima volta aveva abolito il <<signor>> (lo aveva riconosciuto anche lui?) – è lei che deve mettersi comodo, anche se capisco che non le sarà facile. Ma cerchi per quanto le è possibile di rilassarsi e di concentrarsi. Le sue dichiarazioni, come può immaginare, sono molto importanti. L’unico in grado di dirci qualcosa di interessante è lei, che ha visto sua moglie per ultimo>>
<<Dottor Sanna, come faccio a rilassarmi? Lei ci riuscirebbe con sua moglie in mano a dei delinquenti?>>. Non aveva voluto essere né scortese, né aggressivo, ma quelle parole, con quel tono, gli erano uscite di bocca quasi suo malgrado. Era ancora l’effetto dello choc. Sanna non fece caso alla sua animosità o finse. <<Come vuole>>, si limitò a dire.
Rimasero in piedi, il vicequestore accanto al subalterno, lui davanti, come a fronteggiarsi e in quel momento ebbe la conferma di quanto aveva appena sentito.
La sua posizione, importante e delicata, rappresentava un altro aspetto della vicenda che stava vivendo in prima persona, che nella professione, passata e presente, non aveva mai valutato nella sua complessità, al di là delle esigenze, che ora riconosceva ipocrite e arbitrarie, imposte dallo scritto. Era l’unico in grado di fornire delucidazioni sulla sequestrata e sugli ultimi attimi della sua libertà. Non solo, era l’unico a poter descrivere esattamente quali erano i rapporti che lo legavano, o – Sanna e Mureddu sospettavano? – lo opponevano alla vittima del sequestro, peraltro tutto da verificare. Loro sapevano solo che era sua moglie, ma non che era la donna con la quale aveva condiviso dieci anni di vita e che amava ancora come il primo giorno, a cui lo legavano un affetto e una profonda e consolidata affinità di sentimenti, di gusti e di scelte. Di questi dieci anni ora avrebbe dovuto rendere conto all’autorità con la precisione di un ragioniere.
<<Possiamo partire?>> L’ispettore annuì, appoggiò la sigaretta sul bordo del posacenere e lesse con voce arrochita la formula predisposta sul video.
<<L’anno 1995, addì 16 giugno, alle ore – diede un’occhiata all’orologio – 12,17, nella sua residenza di Nuras, località eccetera eccetera, è presente davanti a noi ufficiali di pg eccetera eccetera il signor Federighi Andrea, nato a Genova il 1° luglio 1950 – alzò gli occhi su di lui per avere conferma incontrando il suo cenno di assenso – di professione…>>. Lo guardò di nuovo con espressione interrogativa ma non troppo.
<<Scrittore>>
<<…di professione scrittore – sillabò impassibile come fosse già al corrente digitando nello spazio vuoto – che denuncia quanto segue…Sono pronta, dottore>>.
Sanna gli diede un’occhiata di consenso e si accese una sigaretta. <<Proceda pure>>, gli disse.
<<Stamane, verso le 11, sono rientrato dalla passeggiata a cavallo che faccio tutte le mattine (sì, è per questo che ho ancora gli stivali, non era certo fra i miei primi pensieri quello di accogliervi in abiti più adatti, pensava mentre dettava). Solitamente al mio ritorno, il cane mi corre incontro (correva, Flash è morto) per farmi festa, ma oggi non è venuto. La cosa mi ha preoccupato, perché conosceva alla perfezione l’ora del mio arrivo o forse sentiva i miei passi. E poi ho notato altri particolari che mi hanno messo subito sull’avviso, per esempio il silenzio in cui era immersa la casa. Quando lavora mia moglie – a domanda risponde: Goldstein Ingrid, nata a Dortmund il 9 dicembre 1960, di professione scultrice, convivente – ascolta sempre musica. Appena sono entrato, ho visto il laboratorio in grande disordine, con evidenti segni di colluttazione. Contestualmente ho notato il corpo senza vita del nostro cane, di razza border collie (sillabò anche lui), accanto al banco di lavoro. Della scomparsa di mia moglie ho avuto conferma definitiva dopo una rapida ispezione in tutta la casa e nelle sue più immediate pertinenze, che non presentavano segni di effrazioni e comunque di presenze estranee, salvo ovviamente il laboratorio. Poiché la centralina telefonica risultava divelta, l’allarme alla questura l’ho dato da una cabina situata sulla strada provinciale 26 – fu Sanna che gli specificò il numero – che ho raggiunto in auto, non avendo trovato, per la violenta emozione, il mio telefono cellulare né quello di mia moglie, che suppongo siano stati portati via dai malviventi. Poiché dalla mia abitazione in apparenza non manca niente, ho subito dedotto che quello di cui è rimasta vittima mia moglie sia un sequestro di persona a scopo di estorsione, essendo noi di condizioni piuttosto agiate. E la sparizione della Mercedes mi ha suggerito che i sequestratori siano fuggiti con quella, su cui hanno, presumo, caricato mia moglie>>.
<<Non sapevo che abitasse dalle nostre parti>>, lo interruppe con un mezzo sorriso Sanna –. Ho letto qualche suo libro – lui lo ricambiò a sua volta con un sorriso di convenienza –. Non è – aggiunse il vicequestore, stavolta impacciato – il momento migliore per darle il benvenuto nella mia terra, questo…– si sporse oltre l’ispettore e schiacciò il mozzicone nel posacenere, affannandosi a cercare le parole adatte – …lei non può nemmeno immaginare il mio stato d’animo, che poi è quello di tutti i miei concittadini onesti, in presenza di casi del genere. Purtroppo queste cose avvengono solo qui, e se avvengono altrove sono sempre opera di gente dell’Isola, salvo qualche eccezione…>>
Finalmente. <<Bè, non sempre>>
<<…infatti, ho detto salvo rare eccezioni. Spero – disse Sanna alla fine con il sollievo di chi arriva alla conclusione di un discorso che gli pesa – che questa vicenda si concluda in modo positivo per sua moglie e che lei avrà modo di apprezzare il nostro lavoro. Ma – e il tono si era rifatto d’improvviso professionale – non abbiamo ancora finito, mi occorrono i dettagli>>.
Svolgeva il suo lavoro nel miglior modo possibile, il vicequestore Umberto Sanna, e un modo per dimostrarlo era forse quello di far trasparire il meno possibile la partecipazione al suo dramma. Quelle parole suonavano convenzionali. Evidentemente fa parte del mestiere, pensò.
Un agente bussò sullo stipite e si affacciò alla porta. <<Dottore, ci sarebbe un tale che cerca il signor Federighi>>.
<<Non è il momento>>, fece seccato. E appena la porta venne richiusa, si rivolse a lui. <<Sbaglio o le era stato ordinato di non parlare con nessuno?>>, gli chiese con la stessa impazienza.
<<Non mi è sembrato un ordine, tutt’al più era un invito o, se vuole, un suggerimento. Sarà una visita non prevista. D’altra parte abbiamo molti amici mia moglie e io e tutti vengono quando ne hanno voglia, anche senza essere invitati. Così si usa nell’Isola, credo>>.
Non avrebbe avuto nessuna difficoltà a dirgli che aveva telefonato a Sergio, perché era senz’altro lui che ora voleva vederlo, ma non gli piacque il modo e nemmeno quel ricordargli un ordine, che nessuno aveva ancora il diritto di dargli. L’altro socchiuse gli occhi come per controllarsi e glissò anche questa volta.
<<Va bene, torniamo a noi. Innanzi tutto… – lesse il verbale sullo schermo oltre le spalle della Mureddu – …lei ha detto “verso le undici”. Vorrei sapere, possibilmente con maggior precisione, se prima o dopo e perché a quell’ora>>. Lo fermò con un gesto della mano per dar tempo all’ispettore di ripristinare il cursore e quindi gli diede il via.
<<A domanda risponde: Non saprei precisare se prima o dopo le 11, ma comunque intorno a quell’ora, perché la mia passeggiata comincia ogni mattina alle 6 e termina alle 10,30 circa, allorché riporto il mio cavallo a Chessa Salvatore, titolare del maneggio dove lo tengo a pensione insieme a quello di mia moglie. Il maneggio si trova alla periferia del paese, a circa una ventina di minuti di strada da casa mia, strada di campagna che passa sul lato posteriore del giardino, preciso quello dietro la casa, e che percorro a piedi all’andata e al ritorno.
Adr: Ritengo che mia moglie indossi con ogni probabilità una lunga cappa grigia, quella che di solito usa per lavorare e che stamane non ho notato al suo posto, nell’appendiabiti del laboratorio.
Adr: Non sono in grado di ipotizzare l’ora esatta del fatto. Credo che sia successo dopo le otto, in genere mia moglie si alza a quell’ora. Dalle 8 alle 11, potrebbe essere accaduto in ogni momento.
Adr: Preciso che né durante le fasi iniziali e finali della mia passeggiata, né all’andata e al ritorno dal maneggio e nemmeno nei giorni precedenti ho notato nelle vicinanze della mia abitazione auto o persone sconosciute o comunque sospette. Questo dovrebbe valere anche per mia moglie che in caso contrario me ne avrebbe parlato, immagino.
Adr: Preciso che né io né mia moglie abbiamo mai avuto questioni di alcun genere con nessuno, di non avere, per quanto ne sappiamo, nemici e quindi di non aver mai ricevuto minacce, né tantomeno richieste di denaro o di altro.
Adr: Preciso inoltre che la situazione finanziaria mia e di mia moglie, con la quale vige il regime di separazione dei beni, è più che soddisfacente e mi riserverò eventualmente di quantificarla al meglio. Preciso infine che le nostre entrate finanziarie derivano esclusivamente dalle nostre attività>>
<<Lei è sicuro che si tratti di un sequestro?>>.
La domanda lo colpì come una frustata, che finse di non accusare. Ma che cosa crede questo?
Allargò le braccia. <<È l’unica cosa che mi viene in mente. Tutto quel disordine nel laboratorio, i segni di lotta sono inconfondibili mi pare, il cane ammazzato, l'auto sparita e in casa non mi sembra manchi niente. Se poi mi sbaglio, tutto è possibile>>
<<Sì, sì, capisco. Ma, voglio dire, non potrebbe esserci un’altra causa, che so… – Sanna esitò prima di affrontare l'argomento – <<Non potrebbe per esempio trattarsi di una fuga, o se preferisce di un improvviso allontanamento? Volontario, beninteso. Avete litigato recentemente, c’è stato per caso qualche screzio, qualche dissapore? Come sono i rapporti con la signora?>>
<<Allontanamento? Fuga? Ma scusi, non ha visto tutto quel casino nel laboratorio?>>
<<Risponda alla domanda, per favore>>. Tono cortese, ma freddo. Consapevolezza del proprio ruolo o tentativo di rimediare a una gaffe?
<<Comunque, no, niente di tutto questo. E poi mia moglie non fuggirebbe di punto in bianco, nemmeno se avessimo litigato. Lei mi annuncerebbe con calma la sua decisione, che credo sarebbe irrevocabile, e se ne andrebbe con tutta la sua roba. Ma questo non è mai successo. Con lei ho un ottimo rapporto…>>.
E di Felicita? Non gliene parli di Felicita? Che c’entra Felicita? C’entra eccome, non fare domande idiote, Ma è stata una cosa da niente, meno di un mese è durata, Però c’è stata, la cosa, Ma non ha avuto nessuna importanza, è successo chissà quanto tempo fa, Nemmeno tanto, un anno, solo un anno fa, Appunto, che c’entra con quello che sta succedendo? C’entra, perché se tu a Sanna non gliene parli, di te e Felicita, e lui viene a scoprirlo, e lo scoprirà vedrai – lo sai benissimo come sono i poliziotti –, ti rendi conto del casino che scoppia? Ma di quale casino vai parlando, Del casino in cui ti ficchi, non lo capisci? e sì che di esperienza ne dovresti avere, Sanna penserà che gli hai deliberatamente nascosto la storia e allora si sentirà in diritto di sospettare che potresti aver organizzato il sequestro di tua moglie per liberarti di lei e andartene con Felicita, Ma è un’assurdità, quella storia è finita, hai capito?, finita da un anno, Certo che è un’assurdità, certo che la storia è finita, chi lo nega?, ma intanto lui indagherà, verrà sapere e ti interrogherà, ti rinfaccerà il tuo silenzio, farai anche una figura di merda, con le mani nella marmellata ti pescherà e non ti darà più pace, senza contare che vorrà sentire anche lei, Felicita, e non vedo perché lei dovrebbe mettersi a sua volta nei guai negando la vostra relazione, secondo te dovrebbe negarla per la tua bella faccia? Ma quale relazione, un’avventura è stata, lei sapeva che sono sposato e che la nostra avventura non avrebbe avuto seguito, saremo andati a letto si è no quattro volte, nessuno ne è a conoscenza, nemmeno gli amici, se non gliene parlo, a Sanna, lui capirà, è uomo anche lui, la conoscerà la differenza fra un’avventura da niente e una relazione fissa, no? Sei tu che non capisci niente, o meglio fai finta di non capire, Sanna per te non è un uomo, è il poliziotto, il vicequestore Umberto Sanna, capo della squadra antisequestri, che indaga sul rapimento di tua moglie, Fesserie, ti dico, Ti sbagli amico, se non gliene parli te ne pentirai, ma fa’ come cazzo ti pare…
<<Continui>>
Non poté impedirsi di deglutire con uno sforzo. <<…, non abbiamo mai avuto un litigio, se per litigi si intendono violente divergenze, insulti o peggio. No, mai. C’erano (cos’è questo maledetto incappare nel passato, Inga è viva) anzi ci sono, come credo sia normale per tutte le coppie, delle diversità di opinioni, ma riguardano particolari insignificanti, che non ci hanno mai portato allo scontro. Non concepiamo che si possa alzare la voce quando si discute, insomma andiamo d’accordo su tutto, abbiamo gli stessi gusti, ci piace leggere, andare al cinema o a teatro, apprezzo molto le sue sculture, a lei piacciono i miei libri, io sono orgoglioso di lei e credo lei lo sia di me…>>
<<E amici ne avete qui?>>
<<Sì, in paese e altrove. Allevatori, pescatori, professionisti, nella scelta delle nostre frequentazioni non abbiamo mai fatto una questione di cultura, di attività, meno che mai di ceto sociale. Stiamo con persone che ci manifestano simpatia, gente che quando siamo arrivati ci ha accolto con grande calore, qui i sentimenti sono sinceri. E poi abbiamo delle conoscenze, alcune superficiali, altre più profonde, che non sono ancora a livello di amicizia, alcune nel capoluogo o nelle altre città. Anche se non facciamo, come dire, vita di società, cerchiamo di guardarci intorno, ripeto andiamo al cinema, a teatro, alle mostre, visitiamo l’Isola…>>.
Sanna aveva ripreso a fumare e lo ascoltava senza staccargli gli occhi di dosso. Come la Mureddu, nonostante continuasse a battere automaticamente sulla tastiera.
Non credono una parola di quello che dico, glielo leggo negli occhi, fino a quando non hanno la prova contraria questi ragionano sulle convinzioni personali, sul pregiudizio.
<<Lei dunque escluderebbe che nel sequestro possa avere un ruolo qualcuno dei suoi amici o conoscenti?>>
<<Lo escluderei senz’altro – sottolineò l’incertezza con un’espressione di incredulità – ma come faccio a esserne sicuro al cento per cento? Spero di no, ecco. Potrei aver conosciuto a mia insaputa qualcuno che…non so, forse tramite altri potrebbe…>>
<<Potrebbe?>>
<<…Ma no, non credo che rientri fra le persone che conosco>>
Sanna tornò a soffermarsi sul video. <<Va bene – disse poi dopo un lungo silenzio – penso che per ora sia sufficiente. È ovvio che qualsiasi contatto con i sequestratori ce lo comunicherà al momento. Fra poco sarà sentito dal dottor Villaverde, il procuratore della Repubblica. Perciò si tenga a disposizione e lasci sempre detto alla sua segreteria dove va, se ha intenzione di andare da qualche parte. E mi dia retta, si procuri un cellulare. La ringrazio e sappia che non lasceremo nulla di intentato per trovare sua moglie>>
<<È quello che spero>>, disse lui.
La Mureddu stampò tre copie del verbale, gliele fece firmare alla dicitura “Fatto, letto, confermato e sottoscritto”, sopra le sigle del vicequestore e propria e ne lasciò una sulla scrivania. Poi spense il computer, lo ripose nella valigetta, si alzò e col dirigente raggiunse gli uomini nel laboratorio.
Due agenti in tuta grigioverde e anfibi, ciascuno con un pastore tedesco al guinzaglio, comparvero sulla porta. <<Dovremmo portarli in camera da letto e nel bagno della signora. Così individueranno meglio le tracce>>, dissero quasi per scusarsi. Li accompagnò di sopra, poi ridiscesero insieme, prima fino alla soglia del laboratorio, quindi nella rimessa, dove i cani manifestarono maggior agitazione e cominciarono a tirare in direzione della porta. Gli agenti allentarono i guinzagli e li seguirono fuori. Lui rientrò nello studio e fece mente locale.
Conosceva la procedura e sapeva che fino a quando quella del sequestro non fosse confermata, per la polizia rimanevano in piedi altre ipotesi degne di essere approfondite, dalla scomparsa volontaria all’omicidio con occultamento del cadavere, magari suffragato da quella maledetta storia con Felicita. Cacciò con rabbia quel pensiero (e chi è Felicita, nemmeno il cognome mi ricordo), ma si sorprese a sperare che il rapimento venisse constatato al più presto, prima che nella mente degli inquirenti si radicasse il sospetto dell’uxoricidio. Non c’era alcun motivo che potesse giustificarlo, però alla luce di certe vicende giudiziarie di cui si era occupato, al solo immaginarlo si sentì annichilire.
Nel giardino sul retro, i pastori tedeschi abbaiavano. Dalla finestra li vide fiutare all’impazzata, talvolta roteando su se stessi, e trascinarsi appresso i custodi verso il cancello, che oltrepassarono. Ma una volta raggiunta la vasta macchia di eucalipti cinquanta metri più avanti avevano già perso la traccia e guairono delusi. Si alternarono ad annusare intorno con sempre minor foga, finché si acquietarono rassegnati. Uno dei due agenti parlò alla radio portatile e dopo qualche attimo entrambi vennero raggiunti da alcuni colleghi, insieme ai quali esaminarono a lungo il terreno. Là era rimasta l'ultima traccia di sua moglie.
Si ricordò di Sergio e si affacciò all’altra finestra. Era con Rita sul prato, sotto il sole a picco, ma si rese subito conto che non era il caldo torrido ad aver trasformato le espressioni dei loro volti. La loro presenza lo confortò e lo commosse. <<Arrivo>>, disse agitando la mano e scese.
Nel laboratorio, gli uomini della Scientifica, le mani protette da guanti di lattice che impugnavano lenti, spazzolini, contenitori, proseguivano il loro lavoro, il cui solo scopo sembrava essere quello di non toccare nulla che non fosse assolutamente indispensabile, movendosi con esperta leggerezza fra i mobili rovesciati e spostati. Le ricerche avevano dato dei risultati: sul pavimento alcune impronte di suola a carrarmato erano state evidenziate con della polvere bianca e accanto a Flash c’era una busta di plastica con un mazzuolo di legno insanguinato, che riconobbe di sua moglie e con cui probabilmente avevano infierito sul cane. Tremò al pensiero che l’avessero usato per colpire anche lei. Altre buste di reperti (uno scalpello, un panno, alcuni fogli di carta), erano sul banco da lavoro. Fuori, le auto della polizia, alle quali se n’erano aggiunte due dei carabinieri, erano raddoppiate e oltre il cancello, dal lato in cui meglio si poteva sbirciare in casa, s’era già formato un gruppo di gente del paese.
Come intuì che stava per uscire, l’uomo in completo blu e camicia azzurra – lo notò solo in quel momento – interruppe il colloquio con Sanna, attraversò il laboratorio e gli si diresse incontro: <<Federighi?>>. Immaginò che fosse il magistrato. <<Sono il procuratore della Repubblica, devo sentirla>>, gli confermò quello con una pronuncia isolana appena accennata. Era di mezza età e sembrava tenere molto alla sua persona: i capelli candidi e abbondanti, non uno fuori posto, abbronzato ed elegante al punto giusto.
<<Volevo solo salutare degli amici>>
<<Non credo proprio che troverà il tempo. La stavo aspettando per andare nel mio ufficio>>
<<Posso almeno cambiarmi? Non vorrei presentarmi in camicia e stivali>>
<<Sul lavoro non bado alle apparenze. Stavo giusto aspettandola – parve porre un'enfasi particolare nella reiterazione –. Fra un quarto d’ora ci vediamo nel mio ufficio, la accompagnerà il dottor Sanna>>, fu la risposta dell’altro.
Guardò Sergio e Rita e appena la figura del procuratore scomparve dal vano della porta finestra incrociò il loro sguardo, allargando le braccia e scuotendo la testa in gesto di impotenza. Loro contraccambiarono con lo stesso gesto annuendo.
Cinque minuti dopo era sull’Alfa del vicequestore, che sgommò sfrecciando verso la città, preceduta da una staffetta biancazzurra.
Procedevano senza parlare, un agente accanto all’autista, Sanna e lui dietro, l’ululato della sirena copriva solo a tratti quello della battistrada e di altre lontane che si perdevano nella vastità della campagna piatta e assolata. Ogni tanto la radio gracchiava in codici incomprensibili, ma nessuno si dava pena di rispondere.
Amore caro, anche tu quasi certamente sarai su un’auto, la Mercedes o già un altro mezzo, ma non su un sedile posteriore, forse nel bagagliaio, dove caldo e mancanza d’aria ti renderanno il viaggio per chissà dove ben più insopportabile di quanto lo sia il mio, su questa Alfa priva di condizionatore e dai finestrini incomprensibilmente chiusi e bloccati, che si arroventa in misura proporzionale ai chilometri che ingoia. Amore caro, se penso al tuo coraggio, alla tua incredibile capacità di ridimensionare anche le situazioni più negative, di cui tu sola riesci a individuare gli aspetti meno drammatici, mi consolo. Ma che cosa potrai trovare ora che ti aiuti a considerare meno drammatica, meno angosciante la tua, la nostra vicenda? Lo sai dove andrai a finire? Nella migliore delle ipotesi, nella cantina di qualche casa di un paese sperduto o in una capanna sui monti, nella peggiore in una caverna o in un buco sottoterra, ma sempre in un luogo sconosciuto, inaccessibile, e naturalmente incatenata e incappucciata, sarai nutrita con l’indispensabile e non avrai il conforto di una doccia, tu che sei abituata a farne almeno una al giorno, dividerai la tua solitudine con topi, ragni e altri insetti che ti cammineranno sul corpo e fra i capelli. Per chissà quanto non ti struggerai alla ricerca di una forma da dare a un pugno di argilla, per chissà quanto non sentirai i tuoi adorati Haydn, Paganini e Bach, che ti accompagnavano nel tuo lavoro o non parlerai con Flash, ma questo purtroppo non succederà nemmeno quando tornerai, per chissà quanto tempo non avrai notizie mie e io non ne avrò di tue. Anzi, io ne avrò più di quanto tu ne avrai di me e comunque quelle che ti verranno riportate sul mio conto saranno false, quegli infami cercheranno di darti di tuo marito l’immagine peggiore, quella che non puoi conoscere semplicemente perché non esiste, vedrai, ti diranno che sono quello che non intende pagare perché vuole approfittare della situazione per sbarazzarsi di te. Così ti diranno per demolirti il morale e asservirti, ma sono sicuro che non ci riusciranno.
Per la seconda volta un nodo lo strinse alla gola e le lacrime gli velarono gli occhi, ma con uno sforzo riuscì a controllarsi. Sanna teneva lo sguardo incollato alle spalle dell’autista, come se al suo fianco non ci fosse nessuno.
Sentì il bisogno di essere confortato, anche dalla propria stessa voce.
<<Avete trovato qualcosa?>>
<<È un po’ presto>>
<<Intendevo in casa. Se c’era qualche traccia>>
<<Non so ancora niente, devo sentire i miei collaboratori>>
<<Ma ho visto dei sacchetti di plastica, in uno c’era un martello di legno con del sangue>>
<<Non so, non ho visto niente, dei rilievi si occupa la Scientifica, poi mi sapranno dire>>
<<E che farete adesso?>>
<<Come ho già detto, le ricerche sono state avviate, adesso farò il punto con i miei collaboratori>>
<<E Villaverde?>>
<<Il dottor Villaverde? – Sanna pose ostentatamente l’accento sul titolo accademico – Ottimo inquirente, intuitivo e deciso>>. Non poteva certo dirgliene male.
Al di là dell’oggettiva mancanza di argomenti, era evidente che il vicequestore non aveva alcuna intenzione di parlare. E lui era consapevole di quanto fossero prematuri i suoi interrogativi. Ma nessuno, convenne anche, avrebbe potuto negare il suo diritto a chiedere e a essere informato. <<E i sequestratori, quando pensa mi contatteranno? In genere quanto tempo passa dal rapimento alla prima telefonata?>>
Lo sguardo sempre fisso in avanti, Sanna esitò prima di sollevare le sopracciglia e piegare in basso gli angoli della bocca. <<Non c’è mica una regola. Mi sono occupato di sequestri in cui il primo contatto è arrivato due, tre mesi dopo>>, rispose alla fine. Lo sapeva anche lui, la verità è quella che è, ma da un vicequestore avrebbe gradito maggior delicatezza. Ma quale delicatezza, quale tatto ti aspetti? Con vent’anni di cronaca nera alle spalle non hai ancora imparato a conoscere poliziotti e carabinieri? D’improvviso si rese conto che lo attendevano tempi duri anche con loro.
<<La legge – disse – mi blocca i fondi. Senza soldi, come farò a pagare il riscatto?>>.
L’altro scosse la testa. <<Ha detto bene, è la legge>>, si limitò a confermare. Forse stava studiando il modo per eludere la domanda. <<Le trattative saranno lunghe, la avverto, ma vedrà che prima o poi lasceranno delle tracce. Anche loro camminano per terra, come si dice dalle nostre parti>>
<<La ammazzeranno>>
<<Vedrà che tutto andrà bene. Piuttosto, cerchi di mantenere la calma, abbia fiducia nel nostro lavoro e collabori con noi. E segua il mio consiglio. Non si rassegni, non rimanga ad aspettare, nei limiti del possibile non stia a torturarsi. Lei non è di qui, dubito che possa riuscire a capire la nostra mentalità, ma qui ha degli amici. Ebbene, li mandi in giro, soprattutto all’interno dell’Isola, che ascoltino, chiedano notizie, parlino con la gente, vadano nei bar, nelle associazioni ricreative, dovunque. Lì si parla, le novità circolano. E poi che vengano da me i suoi amici, a riferirmi. Non dimentichi che lei sarà il primo tramite fra noi e i rapitori>>. Lui lo ringraziò, ma alla sua domanda Sanna non aveva risposto.
Non può e non vuole risponderti, questa gente la legge, la procedura non le discute, <<si attiene>>, fa parte del ruolo, perciò convinciti che né da lui né da altri caverai qualcosa, Mi sento all’inizio di una china infinita, lunga tutto il tempo che durerà il sequestro, dove precipiterò senza poter trovare l’appiglio di una notizia sull’evolversi delle indagini.
Sempre a sirena spiegata e a velocità sostenuta, le due auto attraversarono il centro, zigzagando fra il traffico e bruciando i semafori rossi, poi decelerarono. Come in un disco che rallenta i giri, l’urlo si affievolì a livello baritonale e cessò mentre svoltavano in una strada angusta sovrastata da un arco in cemento che sfociava in un vasto cortile in acciottolato, pieno di gente.
Fu il suo primo impatto, dall’altra parte della barricata, con la stampa. Non aveva ancora fatto in tempo a scendere, che dieci, venti flash e fari di altrettante telecamere lo accecarono malgrado il sole abbagliante. A quattro ore scarse dalla telefonata al 113 la notizia era già di dominio pubblico. Non si meravigliò, a far bravi i giornalisti sono gli informatori, che se sono trattati bene si distinguono per tempestività. Chi avrà dato la dritta, il capo dell’Antisequestri, la centralinista della questura, l’ispettore o qualcuno degli agenti intervenuti? O qualche impiegato della procura, o lo stesso procuratore? O, ancora, uno dei curiosi che si assiepavano davanti a casa?
La portiera si spalancò appena mise piede a terra, Sanna, l’agente di scorta e l’autista lo circondarono. Quasi sollevandolo, senza dire una parola, si fecero largo a spintoni fra la piccola folla vociante sovrastata da macchine fotografiche, telecamere e microfoni, e lo sospinsero oltre un alto portone a vetri che richiusero immediatamente alle loro spalle, incuranti delle proteste e dei tentativi di seguirli dei giornalisti. Sulle scale incrociarono poche persone che lo guardarono con solidarietà. Al primo piano si fermarono davanti a uno sportello su cui campeggiava la scritta “Procura della Repubblica – Segreteria”. La giovane donna seduta alla scrivania fece un cenno al vicequestore, si alzò, si affacciò all’uscio sul lato opposto della stanza, sostò un attimo sulla soglia poi scomparve e riapparve due secondi dopo da un’altra porta sulla destra. <<Si accomodi signor Federighi>>. Accanto a lui non c’era più nessuno. Entrò.
 

Una giovane donna viene sequestrata in Sardegna. Una storia cruda, violenta, in cui l’autore analizza, ancor prima delle sofferenze della vittima diretta, quelle del marito, che per salvarla dovrà combattere contro più avversari: la spietatezza dei banditi, la legge che gli impedisce di pagare il riscatto, la stessa autorità giudiziaria. Come nei suoi precedenti romanzi, Sandro Sansò riesce a tenere il lettore col fiato sospeso fino all’ultima pagina.

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