Marcellino Dini
La pietra scritta di Senarega

Titolo La pietra scritta di Senarega
Autore Marcellino Dini
Genere Narrativa - Storico      
Pubblicata il 09/11/2009
Visite 8589
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  77
ISBN 9788873882596
Pagine 286
Prezzo Libro 13,00 € PayPal

Una vicenda che coinvolge il lettore fin dalle prime pagine con uno stile letterario agile e ricco di particolari sullo sfondo ambientale in cui si svolge, ma con un impianto storico alterno che ha inizio nella profonda Valbrevenna nel V secolo a.C. per terminare ai nostri giorni, passando attraverso Genua “la porta” del Mediterraneo e la Terra Santa del I e del XII secolo, in un susseguirsi di fatti autentici, romanzati dall’autore. Una graziosa paleologa americana con origini valligiane, un prestante giovane, guida ambientale del Parco ed un misterioso collezionista di reliquie alla ricerca di una testimonianza religiosa, un simulacro della cristianità primitiva custodita a Senarega, uno dei più bei borghi delle Valli dell’Antola. Un “Nomina Sacra” dalla portata mediatica potenzialmente pericolosa, se riposta in mani sbagliate, il ritrovamento della quale interessa il Dipartimento della Difesa degli USA, coinvolge il Vaticano, ma soprattutto è l’obiettivo del terrorismo internazionale. L’esito della contesa lascerà al lettore un importante spunto di riflessione.

È una fortuna, per il nostro territorio, avere a disposizione non solo eccellenti fotografi e Marcellino Dini è fra questi, naturalisti, studiosi e storici di prim'ordine, ma anche uno scrittore così prolifico e fantasioso e tuttavia ben ancorato ad una precisa ricostruzione storica dei fatti, sempre miscelati, con abilità narrativa, all'invenzione romanzesca.
Roberto Costa
Presidente del Parco Regionale dell’Antola
 

Prefazione


Marcellino Dini aveva già dato prova delle sue brillanti capacità letterarie nel recente “Un demone nelle valli dell’Antola”.
In quell’occasione era stato uno slancio di fantasia - l’incontro con il demone - intersecato con alcune delle più radicate leggende delle valli dell’Antola, a determinare un solido impianto narrativo, grazie anche a una precisione quasi certosina dell’Autore per il dettaglio storico e topografico, che può magari sfuggire al lettore “foresto” ma che non lascia indifferente chi conosce a fondo questo lembo di Liguria.
In questo suo nuovo lavoro, Dini va oltre, perché costruisce, attorno al Parco dell’Antola e a una delle sue valli in particolare - la profonda Valbrevenna - non un semplice racconto, ma un vero e proprio romanzo che, se fossi un critico, non esiterei a definire una vera e propria “spy-story”.
Sì, perché va pure spiegato ai lettori che il mio “mestiere” (preferisco definirlo “servizio”) è quello di fare - pro tempore - il Presidente dell’Ente Parco dell’Antola, e di tante cose mi occupo normalmente, salvo che di letteratura e ancor meno di critica letteraria.
Ma Dini - vero demone dell’Antola! - mi ha incastrato con la sua perseverante disponibilità facendomi scivolare in mano un testo che mi ha subito “preso”, accattivante e coinvolgente nella trama e ricco di colpi di scena, ma, ancora una volta, sempre attento ai particolari concreti relativi al nostro territorio e alla sua storia.
C’è anche qui, come nel “Demone”, la “Montagna Fiorita”, come l’Autore con realismo e senso poetico ama definire l’Antola, ma ci sono anche perfetti profili e caratteri di contadini, di uomini d’affari, di agenti segreti e compaiono pure, con naturalezza, personaggi in carne ed ossa come Don Cicci e Giovanni Meriana. Per non parlare della precisione già descritta per il dettaglio geografico: con questo libro in mano, a Senarega si potrebbe entrare a occhi chiusi, così come viene spontaneo alzare lo sguardo lassù verso Chiappa che dall’alto guarda al Castello dei Fieschi.
Le mie ultime resistenze a scrivere queste righe, compito per il quale mi sentivo impreparato, Dini le ha superate inserendo fra i protagonisti (circa i quali non entro più di tanto nei particolari per non privare chi legge della ben ripagata curiosità che il romanzo ispira pagina dopo pagina) un certo Marco Oberti che di mestiere fa la guida naturalistica del Parco dell’Antola. Di fronte a un così importante - quasi ufficiale - coinvolgimento del Parco nella vicenda, non avrei più potuto sottrarmi.
Con legittimo orgoglio, perché Marco Oberti è un tipo in gamba (come si vedrà, non solo sul piano professionale) e la sua figura mi piace, così come quella dell’archeologa Mary Armanino, impegnata in una brillante carriera di studiosa ma anche molto legata alle sue radici, al punto da metterle al primo posto, giunta di fronte a una scelta di vita, nella propria scala di valori.
La dinamica presenza di Oberti nel romanzo dà vita e visibilità al Parco e alle sue attività, offrendo ai lettori di casa nostra un’occasione di approfondimento su geografia, storia, tradizioni e strutture (per esempio il Museo paleontologico di Crocefieschi). Fornisce inoltre, anche ai lettori di altre Regioni, che auguro numerosi, l’immagine di un inedito “set” che molti - a mio avviso - riterranno interessante conoscere meglio e di persona dopo aver letto questo libro: e questo riguarda - eccome - il mio “mestiere”.
E’ una fortuna, per il nostro territorio, avere a disposizione non solo eccellenti fotografi (e Dini è fra questi), naturalisti, studiosi e storici di prim’ordine, ma anche uno scrittore così prolifico e fantasioso e tuttavia ben ancorato a una precisa ricostruzione storica dei fatti, sempre miscelati, con abilità narrativa, all’invenzione romanzesca.
E’ anche con opere come questa, così come con le tesi di laurea, le pubblicazioni scientifiche, le ricerche e gli scavi archeologici, che sono riportate all’onore del mondo le nostre valli dimenticate per decenni, coloro che vi hanno vissuto e lavorato, e i tanti che, come il nonno di Mary, se ne sono andati lontano alla ricerca di un futuro migliore, portando però sempre nel cuore i loro monti.
A Marcellino Dini auguro un pieno successo di pubblico e di critica (quella “vera”, io sono solo un dilettante) per questo suo nuovo lavoro e spero che nella sua mente stia già nascendo il successivo, che mi auguro presto di leggere: ambientato anch’esso, ovviamente, nelle valli dell’Antola.


Roberto Costa
Presidente Ente Parco Regionale Antola


1 - 551 a. C., Valle dei Castori, “Posto dell’Orso”


Senza Sole annusò l’aria. C’era odore di fuoco. Uno strano odore di strinato. Non il solito odore del fuoco del “pago”, l’odore di casa sua, più in basso, lungo il torrente nel cuore della valle, piuttosto l’odore pungente, acido, che precede il temporale.
Senza Sole alzò lo sguardo: nonostante quell’odore, che sembrava un avvertimento, l’aria della sera era tersa. Era il periodo dell’anno in cui il sole raggiunge il massimo del suo arco nel cielo, la natura era al meglio del suo rigoglio e tutta la Valle dei Castori pareva galleggiasse nell’afa. Non c’era una nuvola a turbare l’azzurro del cielo e il sole ancora cocente sopra le foreste a lui ben note, e nemmeno verso la Montagna Fiorita, da dove giungeva sempre il maltempo, portato dai nembi gravidi di ponente.
Il cacciatore trovò insolito, anomalo, troppo strano tutto questo. Si appiattì nell’erba come faceva il gatto del suo campo quando giocava col topo. Addrizzò le orecchie proprio come avrebbe fatto il felino, ma per quanto acuisse i sensi, nulla, tranne l’odorato, faceva presagire il fenomeno nel quale sarebbe rimasto coinvolto e che avrebbe segnato per sempre la sua vita e quelle degli appartenenti alla sua linea di sangue.
Quell’ora tarda che precede la notte era il momento per i predatori della valle di andare a caccia. Anch’egli era solito imitarli e acquattarsi nel bosco in attesa che le prede si rivelassero tra il fogliame e i cespugli. Quella sera era rimasto appostato in una gora, dove il torrente faceva un bel salto spumeggiante prima di perdersi nel fitto della foresta. Un luogo che conosceva bene e che quasi mai l’aveva deluso. Tuttavia qualcosa gli risultava strana: il silenzio. Un inconsueto quanto minaccioso, grave, inspiegabile silenzio. E poi quell’odore. Quello strano odore di bruciato che impregnava l’aria.
Poi lo vide.
Era enorme. Non ne aveva mai visto uno così grande.
Il grosso plantigrado stava dieci passi davanti a lui. Anche l’animale, galvanizzato dal particolare odore di cui l’aria era satura, non sapeva capacitarsi. Era disorientato.
Anche Senza Sole lo era. Quella sera sarebbe stato diverso. Prima di lui suo padre e prima ancora il padre di suo padre cacciava in quella valle e, come loro, si era guadagnato la fama di essere un ottimo cacciatore. Il migliore.
Il suo nome la diceva lunga sulla sua abilità. Tutti nella Valle dei Castori lo rispettavano, anche se trovavano parecchio strano il tipo di caccia che praticava. L’arma, innanzi tutto: una lunga pertica di legno di frassino, flessibile e leggera ma robusta, e micidiale se manovrata da abili mani, sormontata da un’altrettanto lunga punta di bronzo rossiccio.
Un’arma del genere non pareva loro essere molto utile per la caccia nel bosco, dove le possibilità di manovra e di lancio erano limitate dal fogliame e dagli alberi. I cacciatori della Valle dei Castori preferivano l’arco: più maneggevole, più preciso e più idoneo alla caccia in gruppo e, soprattutto, a una distanza sufficientemente sicura dalla preda. Il cacciatore doveva sempre avere l’appoggio del gruppo e almeno una possibilità di fuga; specie quando la preda era l’orso.
Ma Senza Sole cacciava da solo. Al crepuscolo o prima dell’alba, quando gli altri cacciatori, timorosi degli spiriti delle tenebre, restavano ben protetti nei villaggi. Da questa particolarità derivava il nome che il suo clan gli aveva attribuito al raggiungimento dell’età adulta: Senza Sole, appunto.
Senza Sole aveva lo sguardo severo. Alla prima impressione risultava addirittura arcigno, conseguenza di una difficile sopravvivenza in una terra altrettanto severa nella quale, tuttavia, era riuscito a raggiungere la posizione privilegiata, ma di massima responsabilità, di capo del suo clan: il migliore cacciatore. Gli occhi, grandi e vagamente sporgenti sotto le palpebre pesanti calate a mezz’asta, erano della tinta del tizzone, e avevano uno sguardo intenso, penetrante, riflessivo ma rapido e duro tipico del predatore qual era. Aveva la capigliatura bruna, folta, cadente fin sulle spalle, e il viso largo e ben rasato: altro segno di distinzione del rango, insolito per quei tempi nei quali procurarsi una lama sufficientemente affilata era un lusso, che gli conferiva un’aria indiscutibilmente autorevole. Aveva spalle larghe, braccia forti e gambe robuste come tronchi di faggio. Ogni movimento era perfettamente misurato, senza sprechi di energie. Queste caratteristiche gli consentivano di non fallire mai nella caccia all’orso. La sua famiglia beneficiava di almeno una preda dopo ogni sortita di caccia, ponendosi altrettanto in luce tra le altre famiglie della valle. Dall’orso e dagli altri animali della valle dipendevano la loro stessa sopravvivenza e la posizione sociale.
Tutte caratteristiche che lo distinguevano dal resto degli uomini del suo clan e degli altri villaggi della Valle dei Castori.
L’altra caratteristica che distingueva il cacciatore dal resto dei clan della valle era il sito in cui aveva scelto di abitare: a metà della Valle dei Castori, in una radura che egli stesso aveva contribuito a costruire abbattendo gli alberi in prossimità del torrente . Questo piccolo pezzo di terra era diventato coltivabile con molta più facilità che non quelle terrazze a mezza costa all’ingresso della valle, strappate al bosco, dove gli altri clan avevano scelto di stabilirsi. Si contavano più di venti “pagi” nella Valle dei Castori. Tutti a mezza costa, in luoghi considerati più sicuri. Nessuno sul fondovalle. Ma, mentre gli abitanti dei primi avrebbero ogni giorno dovuto percorrere tutta la valle per addentrarsi nel fitto della foresta, laddove la selvaggina era più abbondante, lui doveva percorrere solo pochi tratti oltre il confine del suo “pago” per avere cacciagione in abbondanza. Molti criticavano questa scelta, e anche la sua tecnica di caccia, giudicata troppo ardita, pericolosa; molti altri invece si unirono a lui, e in breve, nella radura in riva al torrente nacque un piccolo ma ben organizzato villaggio, nel quale, all’attività venatoria, si unì ben presto anche quella, se pur limitata data l’asprezza del territorio, dell’agricoltura. Non passò molto che a queste attività, fondamentali per la sopravvivenza in quella valle avara di coltivi, si aggiungesse il commercio. Furono i carovanieri provenienti dalla pianura di settentrione che si dirigevano verso il mare con i loro carichi di terrecotte e altri utensili, che presero l’abitudine di sostare presso il villaggio di Senza Sole, dove trovavano accoglienza, ospitalità e rifugio. I rapporti con i padani insubri, i taurini e i boi s’intensificarono: molte furono le unioni sentimentali e diverse furono le nascite; la popolazione aumentò e il villaggio crebbe, diventando ben presto un luogo di riferimento per tutti. Ben addentro alla vallata, protetto dai monti, immerso nelle foreste ricche di frutti e di selvaggina, bagnato dalle acque fresche e copiose del torrente, divenne un centro di riferimento per tutta la valle, al punto che molto presto gli abitanti degli altri villaggi presero l’abitudine di identificare quel sito con l’appellativo familiare di “La Casa”.
In realtà Senza Sole usava l’arco e anche il giavellotto corto: armi da lui giudicate valide per la caccia al cervo, al cinghiale, al lupo o agli animali più piccoli che, numerosi, popolavano la Valle dei Castori; ma per l’orso era un’altra cosa. Nella Valle dei Castori l’orso poteva costituire una minaccia, ma anche una preziosa risorsa. Senza Sole lo sapeva e lo rispettava, perché lo riteneva sacro: un dono del creatore di tutte le cose. Se gli spiriti della foresta avevano permesso all’orso di vivere lì era anche per il benessere suo e della sua famiglia. Quindi, la lotta doveva essere alla pari: dignitosa per l’uomo, ma anche per l’animale. Senza Sole voleva vederlo negli occhi, sentire il suo afrore ferino e il suo grugnito minaccioso, prima di ucciderlo. Questo era quanto aveva fatto suo padre, suo nonno e il padre di suo nonno.
Ecco perché Senza Sole si era fabbricato un giavellotto più lungo, pesante e robusto degli altri cacciatori. Non doveva essere l’orso ad aggredire Senza Sole, ma Senza Sole a colpire per primo. La tecnica era apparentemente semplice, ma contraddistingueva il grande coraggio del predatore. Senza Sole si cospargeva degli escrementi della preda e attendeva dove questa era solita passare. Il cacciatore sapeva che nel momento in cui la luce del giorno si faceva incerta, l’animale diventava meno guardingo, più audace. Come quella sera. Attendeva pazientemente acquattato tra i cespugli che la fiera fosse a pochi passi, poi si alzava all’improvviso mostrandosi alla belva e incitandola ad attaccare con alte grida di sfida. Sentendosi improvvisamente minacciata, la preda reagiva sempre con violenza e aggrediva il cacciatore, esponendosi alla sua micidiale arma. Allora scattava la trappola. Senza Sole impugnava la lunga asta piantandone a terra la parte terminale e puntando l’altra estremità, irta del bronzo da lui stesso forgiato con cura, verso il petto dell’animale. Dritto al cuore. Il resto veniva da sé. Rapidamente, come la folgore. L’animale, reso cieco dalla sfida con l’uomo, si gettava sul cacciatore senza avere il tempo di rendersi conto della punta letale.
Senza Sole non aveva mai fallito. Ci voleva audacia, certamente; sapeva che guardare negli occhi la preda avrebbe potuto rappresentare una condanna a morte, ma i suoi nervi, la sua pazienza, la sua freddezza, assieme al suo lungo giavellotto, non lo avevano mai tradito. A volte accadeva che, nella caduta, l’asta si rompesse; altre volte l’orso non moriva immediatamente; altre volte ancora non era stato abbastanza lesto, dopo averlo ferito a morte, da evitare di cadere, e veniva momentaneamente seppellito dalla sua stessa preda; altre volte, invece, era il bronzo della lama a spezzarsi contro il costato, prima di raggiungere il cuore. Questo era il rischio che temeva di più, e per due motivi: il primo perché l’orso rimaneva ferito e quindi pericolosissimo; il secondo perché era difficile, nella Valle dei Castori, procurarsi altro minerale per forgiare un’altra punta di lancia.
Senza Sole sapeva che nella valle accanto, la Valle delle Lontre , che aveva due vie d’accesso, alcuni cacciatori in fuga dagli insediamenti della costa e lì rifugiati, avevano saputo dell’esistenza di un metallo grigio, lucente, molto più duro e solido del bronzo; difficile da forgiare ma meraviglioso per farne armi da taglio o punte di freccia, e persino suppellettili utili alla vita quotidiana. Anche nella valle in cui viveva se ne era sentito parlare, di quel metallo così duro con il quale alcune genti arrivate dal mare, chiamate Tirreni, cacciavano e combattevano. Qualche volta lo aveva visto lui stesso. Sui crinali della sua valle c’era un sentiero che gli uomini percorrevano partendo dal mare, carichi di sale, per scambiarlo con altre merci nella grande pianura di settentrione; viceversa, le genti della pianura raggiungevano la costa per vendere le loro terrecotte. Accadeva che questo movimento di genti e di merci trovasse sosta e ristoro presso il suo pago, da dove si poteva scorgere il mare. Senza Sole scambiava le pelli degli animali che abbatteva con il prezioso vasellame necessario alla sua famiglia per la conservazione e la cottura dei cibi, venendo così a conoscenza di usanze e ambienti diversi, e di quel metallo grigio che quegli stranieri chiamavano ferro.
Lasciò i suoi pensieri sul meraviglioso metallo e si concentrò sulla preda. Quel grosso orso sarebbe stato una garanzia di sopravvivenza: carne con cui sfamarsi, grasso per conservare i cibi, per ungere le corde dell’arco e per accendere il lume, e una calda pelliccia per la sua donna e per suo figlio. Il prossimo inverno non avrebbero dovuto patire il freddo. L’inverno, nella Valle dei Castori, era sempre molto lungo.
Senza Sole studiò la preda: un grosso maschio dalla folta pelliccia bruna e dagli artigli micidiali. Poi studiò la distanza e la direzione dell’animale. Di nuovo quell’odore acre. Più forte e acuto di prima. Ma non era l’animale. L’odore proveniva dall’aria, dal cielo. Cercò di ignorarlo concentrandosi nuovamente sulla preda. L’orso caracollava nella sua direzione senza tuttavia averlo ancora avvistato. Lo stratagemma di cospargersi dei suoi escrementi stava funzionando ancora una volta. Senza Sole strinse l’asta finché le nocche delle mani sbiancarono. Sentiva l’adrenalina scorrere veloce nelle vene e il sudore scendergli lungo le tempie. Valutò ancora la distanza e la direzione del plantigrado. Tutto sembrava andare come previsto, come aveva fatto altre volte. Tutto, tranne quell’odore che lo tormentava e rendeva la caccia incerta e l’attesa più angosciante.
Il cacciatore ancora una volta s’impose di ignorarlo. L’orso era giunto ormai a tre passi dal suo nascondiglio. L’odore acre aumentò, divenendo insopportabile; fu allora che anche l’orso ne fu infastidito. Si alzò in tutta la sua statura, scosse l’enorme testone annusando l’aria e bramì lanciando un richiamo nella luce crepuscolare. Era il momento che il cacciatore aspettava. Il torace e la gola dell’animale erano vulnerabili. Senza Sole non seppe mai se la belva fu disorientata dall’odore di cui l’aria all’intorno era pregna o dall’odore dell’uomo, ma sortì fulmineo dal nascondiglio puntando l’asta dell’arma a terra e la temibile punta rossastra verso il petto dell’animale. L’orso non ebbe neppure il tempo di rendersi conto di quanto stava accadendo. Come il cacciatore aveva previsto, reagì d’istinto. Suo malgrado. Gli si gettò addosso con gli artigli protesi e le fauci spalancate. Il seguito accadde così rapidamente che né il cacciatore, né ancor meno la preda, se ne rese conto.
Simile allo schioccare di una frusta, un sibilo attraversò l’aria. Per un attimo, un brevissimo istante, l’orso scomparve dal campo visivo del cacciatore. L’uomo, a sua volta, scomparve dalla furia dell’orso. Il crepuscolo si accese di luce, e un bolide siderale incandescente con una lunga coda di fuoco e fiamme attraversò la valle andandosi a schiantare in mille frammenti roventi contro la montagna, a un tiro di freccia sopra di loro. La terra tremò. Il cacciatore perse l’equilibrio. La lunga asta vibrò nell’aria e ricadde, spezzata, poco più in là, scomparendo tra il fumo color dell’ocra che dappertutto intorno a lui pareva avere origine. La tecnica di caccia di Senza Sole aveva fallito. L’orso ricomparve nel campo visivo del cacciatore, ma solo per un brevissimo istante. Torreggiava ancora su di lui: le fauci spalancate in un urlo ferino e gli artigli protesi pronti a ghermire. Nell’apoteosi dell’esplosione, anzi della serie di esplosioni che tutt’attorno ebbero origine, come se a produrle fosse stata una magia, l’udito esperto del cacciatore notò come l’urlo della bestia avesse cambiato tono: non era più l’urlo ferino, ma il grido disperato di dolore e di terrore di una creatura che muore. L’orso scomparve definitivamente dalla visuale del cacciatore. Al suo posto una lingua di fuoco e un chiarore accecante, immediatamente seguiti da un forte, insopportabile odore di morte. Senza Sole infine capì cosa era successo alla sua battuta di caccia: non avrebbe avuto la pelle dell’orso da portare a casa. Ma neppure l’orso avrebbe avuto la sua. Senza Sole era vivo e questo, per il momento, poteva bastare.
Quel che restava dell’orso, invece, giaceva carbonizzato davanti a lui.
Alla collisione del meteorite si aggiunse la devastazione che la sua frammentazione aveva provocato. Il bosco improvvisamente si accese come se cento mille fulmini vi si fossero abbattuti contemporaneamente. Lapilli arroventati si dispersero ovunque: alcuni generando altri incendi, altri, sfrigolando e fumigando, si spensero nelle acque del torrente. Ogni frammento del meteorite era fuoco nascente che in tempi e sequenze imprevedibili solidificava in grumi di roccia, dapprima color della brace rovente e poi, lentamente più bruni, fino a diventare neri come la notte che si stava riprendendo la scena.
Il cacciatore era vivo. Bruciacchiato e dolente ma sopravvissuto al tremendo fenomeno celeste.
Riavutosi dallo sbigottimento, il cacciatore guardò con terrore e stupore la devastazione che l’impatto di ciò che lui ancora considerava un fulmine, aveva portato in quell’angolo nascosto della Valle dei Castori. La preoccupazione di Senza Sole fu la sorte della sua famiglia: attestata a metà della valle, doveva essere rimasta illesa. Lo era certamente. Il fenomeno celeste si era abbattuto soltanto lì, dov’era appostato lui e dove solitamente gli orsi scendevano per abbeverarsi al torrente, cioè dove la valle si chiudeva e cominciava la foresta che si innalzava fino alla vetta della Montagna Fiorita: il suo territorio di caccia preferito. Il cacciatore provò a rialzarsi, ma allo sbigottimento di quanto era accaduto si aggiunse il dolore che le ferite al contatto con le ceneri infuocate provocavano sulla sua pelle. Si guardò le braccia e poi le gambe ma, se l’orso gli aveva risparmiato gli artigli, il meteorite non gli aveva risparmiato nulla. Non c’era un angolo della sua pelle, non protetta dalla pelliccia di lupo che indossava e che fumigava come un tizzone, che non fosse lacerato e sanguinante. Peggio per l’orso, pensò il cacciatore, che con la sua mole l’aveva protetto dalla prima esplosione. Avrebbe dovuto ricordarsene. D’ora in poi avrebbe chiamato quel luogo “Posto dell’Orso” .
Il cacciatore si allontanò dal luogo dell’impatto per sfuggire alle fiamme che tutt’attorno, con un’arrestabile devastante reazione a catena, cominciarono a sprigionarsi continuando meticolosamente l’opera di distruzione iniziata dal meteorite, e si gettò nell’unico posto dove le lingue di fuoco o i lapilli non l’avrebbero raggiunto: il torrente. Lasciandosi dietro cenere e rovina, procedette di salto in salto nell’acqua, percorrendolo fino a raggiungere l’ansa dov’erano le capanne del suo pago. La sua tribù. La sua casa. Arrivò a notte fonda, stremato e sanguinante ma vivo.

 

Una vicenda che coinvolge il lettore fin dalle prime pagine con uno stile letterario agile e ricco di particolari sullo sfondo ambientale in cui si svolge, ma con un impianto storico alterno che ha inizio nella profonda Valbrevenna nel V secolo a.C. per terminare ai nostri giorni, passando attraverso Genua “la porta” del Mediterraneo e la Terra Santa del I e del XII secolo, in un susseguirsi di fatti autentici, romanzati dall’autore. Una graziosa paleologa americana con origini valligiane, un prestante giovane, guida ambientale del Parco ed un misterioso collezionista di reliquie alla ricerca di una testimonianza religiosa, un simulacro della cristianità primitiva custodita a Senarega, uno dei più bei borghi delle Valli dell’Antola. Un “Nomina Sacra” dalla portata mediatica potenzialmente pericolosa, se riposta in mani sbagliate, il ritrovamento della quale interessa il Dipartimento della Difesa degli USA, coinvolge il Vaticano, ma soprattutto è l’obiettivo del terrorismo internazionale. L’esito della contesa lascerà al lettore un importante spunto di riflessione.

È una fortuna, per il nostro territorio, avere a disposizione non solo eccellenti fotografi e Marcellino Dini è fra questi, naturalisti, studiosi e storici di prim'ordine, ma anche uno scrittore così prolifico e fantasioso e tuttavia ben ancorato ad una precisa ricostruzione storica dei fatti, sempre miscelati, con abilità narrativa, all'invenzione romanzesca.
Roberto Costa
Presidente del Parco Regionale dell’Antola
 

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