Guglielmo Evangelista
Duemila anni di navigazione padana

Titolo Duemila anni di navigazione padana
Autore Guglielmo Evangelista
Genere Narrativa - Memoria del Territorio      
Pubblicata il 08/02/2010
Visite 6565
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Koine´  N.  15
ISBN 978-88-7388-250-3
Pagine 444
Note con alcuni scritti di Monica Martino
Prezzo Libro 24,00 € PayPal

Fiumi, laghi, lagune… tutta l’Italia Settentrionale fra le Alpi, gli Appennini e l’Adriatico è un susseguirsi di paesaggi e di vie d’acqua.
è un ambiente che da sempre ha favorito le comunicazioni e la sua configurazione è stata determinante per la storia e  lo sviluppo della Pianura Padana.
Questo libro vuole accompagnare il lettore attraverso le vicende del passato e del presente delle acque e della navigazione interne:
la Via dell’ambra, i traffici medievali, velieri e piroscafi… senza dimenticare le problematiche attuali legate all’economia moderna e all’inquinamento.

L’ETA' ANTICA

 

PRIMA DI ROMA

 

In principio fu l’acqua.

Infatti fin dalla preistoria, il mondo padano fu un mondo d’acqua: fiumi grandi e piccoli che scorrevano liberi da argini, acquitrini, laghi prealpini, risorgive, continue alluvioni, obbligarono i suoi primi abitanti a fare continuamente i conti con questo elemento che, a seconda delle circostanze, poteva essere un grande amico che favoriva la vita e la prosperità o al contrario un fattore che, anche se non sempre causa di malattie e di morte, era perlomeno infido e da trattare con rispetto.

Non a caso nell’età del bronzo la forma degli insediamenti tipici dell’ampio territorio che oggi comprende il Piemonte, la Lombardia il Veneto e l’Emilia, erano quelli delle palafitte e delle terremare, che univano la necessità di difendersi dalle acque con la comodità di poterle sfruttare al meglio.

In modo particolare va ricordata la civiltà delle terremare.

Questo nome deriva da terre male o da terre mane come chiamavano i contadini le collinette di origine organica sotto le quali si trovavano i resti dei villaggi e quindi, nonostante l’apparenza, non ha origini erudite che richiamino il mare o l’elemento acquatico. Questi popoli dimostrarono di saper costruire con abilità le canalizzazioni artificiali derivate dai fiumi per l’irrigazione dei campi, l’approvvigionamento idrico e la difesa dei villaggi, ciascuno con in genere 200-300 abitanti, che si differenziavano da quelli palafitticoli perché le palificazioni di fondazione non affondavano nell’acqua ma nel terreno asciutto. Questi insediamenti - ne sono stati scavati oltre 200 - erano di forma trapezoidale ed erano circondati da un fossato che era scavalcato da quattro ponti dai quali partivano le due vie principali che, come il cardo e il decumano delle città romane (forse anticipandoli), si incrociavano al centro del villaggio.

In un simile contesto l’inizio della navigazione sui fiumi padani fu certamente contemporaneo all’insediamento dell’uomo nella pianura, dapprima come inevitabile mezzo di spostamento e non molto più tardi di commercio.

Un indizio di come avvenissero intensi traffici fin dal neolitico è dato dalla presenza di grandi quantità di manufatti in selce provenienti dalle cave del vicentino ritrovati in molti insediamenti di tutta la pianura ed anche ben all’interno della zona appenninica, ma sempre in siti che si affacciavano su affluenti del Po, e la logica vuole che questi pesanti carichi di pietre potessero essere trasportati soltanto per via d’acqua e non certo lungo le piste o i sentieri.

Con l’età del bronzo e del ferro si moltiplicano le testimonianze di una gamma di prodotti di importazione sempre più variegati e provenienti da sempre più lontano.

A conferma della frequenza degli spostamenti per via d’acqua, in tutta la pianura padana ci sono i rinvenimenti di piroghe preistoriche avvenuti in tutte le regioni settentrionali, dal Piemonte alla Lombardia al Veneto, tanto lungo le rive dei fiumi che dei laghi. Esse, che probabilmente furono precedute da imbarcazioni di tipo analogo, ma formate da canne, sono ricavate da tronchi d’albero, specialmente  rovere e  castagno (dando indirettamente informazioni sulla paleoflora dell’epoca), scavati internamente. Poiché costituivano un tutto unico, gli archeologi hanno coniato per questo tipo di imbarcazione la definzione di monossile.

In genere sono lunghe sette-otto metri, ma alcune si avvicinano ai venti metri con diametri da 130 a 150 centimetri. Basta fare qualche calcolo per rendersi conto di come ciascuna, una volta superati empiricamente i problemi relativi alla stabilità, potesse essere in grado di trasportare decine e decine di quintali di merci o un rispettabile gruppo di armati, trasformandosi in una nave da guerra.

Le più antiche piroghe ritrovate in Italia risalgono al terzo millennio avanti Cristo, ma questo tipo di natante fu costruito fino ad epoche relativamente recenti e certi eclatanti ritrovamenti sono poi stati sconfessati una volta che è stata effettuata la datazione, così che quella che si credeva una piroga del neolitico altro non era, magari, che il battello di servizio di un custode dei fossi dell’epoca rinascimentale.

A giudicare dal numero di esemplari sopravvissuti, veramente elevato, si deve desumere che la navigazione dovesse essere un fenomeno estremamente diffuso in proporzione al numero degli insediamenti ed alla quantità della popolazione dell’epoca.

Benché la penetrazione delle civiltà che vivevano lungo le coste marittime mediterranee all’interno della pianura padana sia stata piuttosto lenta e tardiva, fin dai tempi della protostoria la valle del Po, almeno nelle sue linee generali, era nota alle popolazioni della Grecia primitiva e una di queste, i Pelasgi, provenienti da Dodona in Epiro, si stabilì in alcuni punti del delta e vi mantenne una primitiva flotta.

Fu però l’ambra a muovere l’interesse ed i commerci dei popoli meridionali ed orientali verso l’entroterra padano, poiché era proprio per di qui che passava una delle vie attraverso le quali, fin dall’età del bronzo, essa giungeva dai paesi del Nord discendendo il Po, che a lungo fu ritenuto in collegamento diretto con la rete fluviale transalpina.

Questa resina fossile facilmente lavorabile, originaria del litorale del Baltico, dove già era nota e raccolta nel neolitico, curiosa per gli insetti e i vegetali incastonati in essa e per le sue elementari proprietà elettriche, attirò dapprima la curiosità e poi l’apprezzamento di molti popoli preistorici del bacino mediterraneo e poi delle civiltà che ad essi succedettero, come gli Egiziani, i Cretesi e i Micenei che ne facevano gioielli, amuleti, oggetti ornamentali.

Plinio il Vecchio, nella sua Historia Naturalis, afferma che l’ambra era impiegata

maxime decoris gratia sed et medicinae

(Sopratutto come ornamento, ma anche per uso medicinale)

 

… ancora millenni dopo un’eco lontanissima di queste parole si riscontra nelle tradizioni del mondo contadino padano, dove le donne avevano una predilezione per i gioielli d’ambra, che erano ritenuti amuleti che propiziavano fortuna e fertilità.

Naturalmente qualche briciola di questo materiale in transito si fermava in Italia, dove ci sono stati ritrovamenti nelle necropoli dell’età del bronzo e del ferro, soprattutto nella zona etrusca della valle padana orientale, dove l’ambra, che vi confluiva dal nord in attesa di prendere la strada del Mediterraneo, probabilmente veniva accumulato e doveva essere abbondantemente disponibile.

In numerosi miti greci sopravvisse un’eco delle prime esplorazioni collegate al traffico d’ambra ed alla ricerca di vie commerciali verso il resto dell’Europa: Fetonte, postosi incautamente alla guida del carro di suo padre Elio (il dio sole) precipitò nel Po; le sue sorelle, le Eliadi, lo piansero tanto disperatamente che, secondo Ovidio, dopo quattro mesi (ma invece, secondo Stazio, immediatamente) Zeus le trasformò in pioppi che, lungo le rive del fiume, piangevano lacrime d’ambra.

Alcune versioni del mito parlano invece di una trasformazione delle Eliadi in pini, un albero che forse è meno “padano” ma che, trasudando resina, rende meglio l’immagine del dono divino dell’ambra all’uomo da parte del Sole, al quale la sostanza era collegata a causa del suo colore.

Anche una delle tante versioni del mito degli Argonauti, proposta da Apollonio Rodio, afferma che, nelle loro peregrinazioni, essi risalirono il Po con la nave Argo, toccando ad un certo punto una località detta Colicaria situata lungo il corso inferiore del fiume e citata come centro importante lungo la via dell’ambra; essa era indicata ancora nell’Itinerarium Antoninii del III secolo dopo Cristo a mezza strada fra Ostiglia e Mantova, e forse è identificabile in un vicus che a quell’epoca sorgeva vicino a Mirandola. Da qui gli Argonauti avrebbero proseguito per un improbabile e immaginoso itinerario fino al Rodano ridiscendendo quindi nel Mediterraneo.

Lo stesso Po venne divinizzato con il nome di Eridano, figlio di Oceano e Teti, anche se l’identificazione con il nostro fiume non è del tutto certa e potrebbe essere stato confuso con il Rodano o con il Reno il cui nome ha la medesima radice, forse di origine semitica; ad ogni modo nel pensiero geografico più antico tutti e tre i fiumi erano ritenuti comunicanti fra loro: come questo si armonizzasse con la catena alpina e con i principi dell’idrologia, bisognerebbe chiederlo agli autori dei libri.

I rapporti fra i navigatori greci e le popolazioni indigene molto spesso dovettero essere conflittuali come pare di capire dal mito, riportato anche da Virgilio e da Properzio, che accenna agli scontri sostenuti da Eracle contro i Liguri quando dovette attraversare i loro territori riportando verso la Grecia la mandria di Gerione nel corso della sua decima fatica.

È comunque certo che dietro alle esplorazioni ed al commercio fluviale, talvolta in simbiosi con essi, vi fosse anche un’intensa attività di pirateria lungo i fiumi, resa particolarmente devastante dall’introduzione delle armi di ferro, che causò la rapida decadenza della civiltà delle terramare e ponendo le premesse per l’insediamento di nuove popolazioni come i Celti e gli Etruschi.

A metà strada fra la mitologia e la geografia, i greci pensavano poi che fossero situate in Adriatico, allo sbocco in mare del Po, le isole Elettridi, così chiamate perché erano il punto di esportazione dell’ambra che, addirittura, si sarebbe trovata in abbondanza allo stato naturale sulle loro spiagge.

La loro esistenza fu già negata in età classica da Strabone, anche se non si può escludere che il mito avesse voluto identificarle con le isolette affioranti nel delta, cioè il punto dove in effetti terminava la via dell’ambra che, arrivata qui dall’Europa del Nord attraverso i valichi alpini e le vie fluviali interne, iniziava il viaggio per mare verso il Mediterraneo Orientale; altre fonti antiche le identificano con le isole Brioni, in Istria, o in quelle più meridionali lungo la Dalmazia anch’esse fronteggianti, benché assai da lontano, il delta padano.

Forse queste ultime ipotesi sono le più attendibili poiché si narra che su di essere sorgessero due statue, una di stagno ed una di bronzo: sarebbe molto più verosimile che svettassero sopra una costa elevata, facilmente visibili e guida per i naviganti piuttosto che trovarsi sul delta a livello dell’acqua e spesso velate dalla foschia.

Una tradizione erudita dei secoli passati identifica le Elettridi con i colli Euganei, anch’essi in qualche modo in posizione “strategica” vicino al delta, adducendo come prova alcuni ritrovamenti di minime quantità di ambra prodottasi localmente, tra l’altro di origine minerale e non vegetale come quella che veniva commerciata.

Alle esplorazioni, come spesso accade, seguì una fase di immigrazioni: una serie di concordi testimonianze di autori greci e latini fanno ascendere le origini della popolazione veneta al popolo degli Heneti, proveniente dall’Asia Minore: si tratta di una fase di storia ancora oscura, priva di documenti scritti ai quali si tentò di supplire, in epoca più tarda, con l’elaborazione di una serie di miti semplicistici, come la leggenda dell’eroe troiano Antenore, cognato di Priamo, che avrebbe raggiunto la valle del Po e fondato Padova, mentre i suoi compagni Aquilio e Cloldio (che tra l’altro sono nomi latini e non greci, segno di una tardiva stesura del racconto) avrebbero fondato Aquileia e Chioggia.

E non da meno volle essere Este che scelse come eroe eponimo il troiano Ateste, compagno di Antenore.

Piuttosto nota è anche la leggenda di Manto, l’indovina figlia di Tiresia che secondo Virgilio venne da Tebe in Italia e fu eponima di Mantova, fondata da Ocno, il figlio che ebbe dal dio Tevere. Dante, nel ventesimo canto dell’Inferno modifica i termini della leggenda, seguendo la tradizione più popolare, attribuendo a Manto la fondazione della città:

e per colei che il luogo prima elesse,

Mantova l’appellar senza altra sorte.

 

Anche le origini delle città di Spina e di Adria erano collegate al ciclo epico troiano, poiché si asseriva che fossero state fondate da Diomede, e perfino Ferrara, nonostante l’accertata fondazione in epoca altomedievale, pretese di prendere il nome da una giovane troiana. Perfino Angera sul lago Maggiore attribuì la sua fondazione ad un Anglo, nipote di Enea.

E per concludere questa rassegna fantastica, va citato l’autorevole Vescovo Sicardo di Cremona, vissuto nell’XII secolo, secondo il quale la città fu fondata dal troiano Brimonio, un altro partecipante al fuggi fuggi generale dopo la distruzione della città assieme alla miriade di compagni, i cui nomi abbiamo già incontrato, e che si sparsero a ventaglio lungo il Po, inoltrandosi all’interno con le loro navi.

Fino ad una molto improbabile prova contraria, si tratta di favole senza consistenza, a volte accettate acriticamente, arricchite e rielaborate nel Medioevo, che non hanno altro merito che quello di evidenziare la prodigiosa fantasia degli autori del passato; in esse, tuttavia, tutti gli indizi convergono su un nocciolo di verità che si può riassumere nella familiarità dei Greci con la frequentazione della pianura padana risalendo i fiumi che sfociavano nell’Alto Adriatico e nel graduale abbandono, da parte di questi territori, di una posizione economicamente e politicamente periferica.

Lasciando le leggende ed affidandoci alle più solide realtà testimoniate dalla ricerca archeologica, va notato che non si può parlare, per quell’epoca, di veri e propri centri portuali: il corso irregolare dei fiumi, soggetto ad alluvioni ed a continui cambiamenti di direzione, rendeva sconsigliabile la creazione di insediamenti permanenti lungo le rive. Per tale ragione le località commerciali sorgevano più arretrate nell’entroterra, dove affluivano le merci sbarcate dalle navi in transito e che venivano scelte, dove era possibile, in posizione strategica, dominante il comunque vicino corso d’acqua.

Con queste caratteristiche sorse l’insediamento a Golasecca, che controllava il corso del Ticino all’uscita dal lago Maggiore, punto di transito dei flussi commerciali fra le Alpi e la pianura, dove si sviluppò una cultura che ebbe il suo momento di massima fioritura nell’ottavo secolo avanti Cristo e che fu centro di vivacissimi traffici non solo con gli Etruschi che, nella loro espansione verso Nord, si erano insediati a Spina, a Felsina (Bologna) e a Mantova, ma anche con popoli ben più distanti, come dimostrano alcuni manufatti che presentano influssi dell’arte egiziana.

Tracce di altri siti protostorici di questo tipo vennero rinvenuti in Piemonte (la cosiddetta civiltà Protogolasecchiana), sulle alture del Mincio, all’uscita del fiume dal lago di Garda e sui depositi alluvionali di Melara e di Castelnovo Bariano nel Polesine.

Lungo i fiumi padani di quell’epoca transitavano stagno, ambra, vino cereali, carne salata, corallo e tutta una serie di manufatti in ceramica. Scarsa importanza aveva il sale - che secoli più tardi sarebbe stata una delle principali voci dei trasporti fluviali - in quanto le popolazioni locali si approvvigionavano di preferenza della salgemma proveniente dalle miniere del territorio che costituisce l’attuale Austria.

Forse alla tipologia classica di insediamento, che voleva che i centri, per sicurezza (non c’erano solo le alluvioni ma anche, come abbiamo visto, i pirati), sorgessero un po’ scostati dai fiumi, faceva eccezione Cremona, sorta vicinissima al Po e dotata di un porto cittadino, che però rappresentava un caso particolare perché poteva sfruttare una leggera elevazione sulla campagna circostante, oggi non più visibile - come indicherebbe la radice del suo nome Krem, di significato abbastanza oscuro e dibattuto e che in qualche modo farebbe riferimento proprio al rialzo sulla pianura.

A proposito di quest’ultima città, uno storico del XVII secolo, Francesco Arisi, afferma anche che a Cremona si era insediata una colonia etrusca proveniente da Populonia. Ammesso che questa testimonianza abbia un fondamento e non sia uno dei tanti sfoggi di erudizione del passato - è ignota la fonte di provenienza della notizia - e considerato che Populonia era una città marittima, questo potrebbe essere un altro esempio di insediamento di marinai e mercanti mediterranei penetrati per via d’acqua all’interno della pianura padana.

In epoca preromana, prima del quinto secolo avanti Cristo e presso il delta del Po, sorsero poi le città di Spina e di Adria, che furono il punto di incontro delle popolazioni venete, greche ed etrusche: nessuna delle due si trovava posizionata esattamente sul fiume o sul mare, ma ad entrambi erano collegate: Spina si affacciava su un ramo secondario del Po detto Spinete e poi Hostium Spineticum mentre Adria sorse su un’isola di una laguna che faceva parte del delta dell’epoca e che allora si trovava a dodici chilometri dal mare; queste città si qualificarono come le cerniere fra la navigazione marittima e quella fluviale, fungendo da centri di smistamento delle merci che lungo i fiumi raggiungevano il retroterra o da questo provenivano. Come è noto l’importanza di Adria, soprattutto dopo la decadenza di Spina, fu tale da contrassegnare con il suo nome il mare Adriatico, come già aveva rilevato Plinio:

 nobili portu oppidi Tuscorum Atriae, a quo Atriaticum

mare ante appellabatur quod nunc Hadriaticum.

(Adria nobile porto degli Etruschi, dalla quale era in origine chiamato Hatriaticum  quello che ora è l’Adriatico)

 

Più a nord e più all’interno di Adria si trovava Este, che aveva un attivo porto affacciato sull’Adige, che a quell’epoca la lambiva, centro principale dei Veneti che aveva assunto caratteristiche urbane fin dal primo millennio avanti Cristo.

In definitiva l’allocazione di questi porti primitivi si può ricondurre, secondo una scelta che si è perpetuata fino ai giorni nostri, a tre siti preferenziali:

-i porti d‘ansa che abbinavano una posizione riparata alla presenza di flussi di traffico provenienti dall’entroterra (Cremona, Piacenza);

-i porti di confluenza che sorsero allo sbocco di un fiume secondario in un altro più grande o di un itinerario lacuale in un emissario o in un immissario (Stationa, Porto d’Adda, Valenza);

-i porti capolinea dove la navigazione fluviale si interrompeva e le correnti di traffico principali proseguivano verso i mercati principali via terra o via mare (Adria, Pavia, Verona, Ravenna).

Alla vigilia della penetrazione romana nei territori a nord del Po, nel 302 avanti Cristo, sulle acque del Brenta le navi di Padova si scontrarono con quelle di Cleonimo, figlio del re di Sparta Cleomene II che, escluso dal trono, si dette a vagabondare per il Mediterraneo cercando di stabilire alleanze con le città della Magna Grecia e di conquistarsi da qualche parte un regno con la forza e il terrore.

Secondo Tito Livio che, essendo padovano, doveva conoscere bene questi avvenimenti i quali probabilmente gli erano stati ripetuti fin da quando era bambino, Cleonimo raggiunse l’alto Adriatico e risalì con le sue navi il Brenta, che i greci chiamavano Medoakos, fino a dove i fondali lo permisero e poi fece proseguire i soldati sulle scialuppe effettuando sbarchi a sorpresa e saccheggiando la regione, finchè non si scontrò con i patavini che, dopo aver annientato le sue avanguardie, attaccarono il grosso della flotta: la sconfitta subita da Cleonimo fu pesante tanto che, salvato solo un quinto delle sue navi, decise di tornare in patria dove proseguì la sua vita avventurosa tornando a Sparta, venendone nuovamente espulso e poi alleandosi con il re dell’Epiro Pirro contro la sua città natale.

I rostri delle navi catturate agli spartani vennero conservati nel tempio di Era (Livio, naturalmente, scrive da romano usando termini latini, ma il tempio era quello dell’antica dea- madre Reitia).

Fu l’ultimo episodio di una serie di continui atti di pirateria che, come abbiamo visto, si protraevano da tempi molto remoti ai danni delle popolazioni stanziate lungo i fiumi dell’Italia settentrionale. Mentre a Padova si festeggiava la vittoria, la protostoria della valle del Po volgeva al termine: infatti dal sud si stava affacciando una nuova civiltà che, se con le popolazioni padane non fu feroce e, anzi, fu apportatrice di benessere e stabilità, fu quanto meno estremamente invadente e autoritaria: quella di Roma.

 

Fiumi, laghi, lagune… tutta l’Italia Settentrionale fra le Alpi, gli Appennini e l’Adriatico è un susseguirsi di paesaggi e di vie d’acqua.
è un ambiente che da sempre ha favorito le comunicazioni e la sua configurazione è stata determinante per la storia e  lo sviluppo della Pianura Padana.
Questo libro vuole accompagnare il lettore attraverso le vicende del passato e del presente delle acque e della navigazione interne:
la Via dell’ambra, i traffici medievali, velieri e piroscafi… senza dimenticare le problematiche attuali legate all’economia moderna e all’inquinamento.

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