Carlo Romano
Da Biamonti

Titolo Da Biamonti
Autore Carlo Romano
Genere Attualità cultura      
Pubblicata il 16/02/2010
Visite 7367
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Spazioautori  N.  1
ISBN 978-88-7388-220-6
Pagine 20
Prezzo Libro 3,00 € PayPal

Francesco Biamonti, intervistato a San Biagio della Cim

Non mi chiedo se ciò avvenga dalle altre parti e come avvenga. Sta di fatto che in Liguria quando ci si incontra, gente di città e villaggi diversi, vien da chiedere - per la molto umana ragione di pretendere rapidamente una qualche confidenza - fin dove arriva o se arriva ancora quel che di comune crediamo avere: «ce ne sono sempre da voi che sanno innalzare muretti a secco belli, durevoli e commoventi?», «la terra da voi è forse troppo argillosa per i carciofi?»

Sono a San Biagio della Cima, nella Liguria occidentale in quella zona che da qualche decennio le serre dei fiori -complici fra l'altro i suggerimenti del papà di Italo Calvino- hanno sacrificato i pini, gli olivi, la macchia a costa. San Biagio è stupendo, arroccato alla montagna, ma, ma tutto su un lato, non si distende dal cocuzzolo come il suo nome lascerebbe intendere.

Con me c'è Gigliola. Con poche parole il bar è dalla nostra parte. Ho solo chiesto se è ancora in uso, o se lo è stato, un termine che nel dialetto sta sia per “allora" che per "dunque". Anche se ormai desueto, come dovunque, lo è e si pronuncia "alantura" come da parti "alantu", "alantu", "lantu".
Incontriamo Francesco Biamonti che è di San Biagio. Ci siamo già conosciuti, ma per migliorare la nostra conoscenza insieme al rituale bicchiere ci vuol offrire la visione di alcuni olivi centenari delle "fasce" che i suoi fratelli curano più di lui. Dalla vigna che mi indica su in alto, mi dice, si vede il mare. Di questo finiremo per parlare. Del Mediterraneo.
Ci diciamo che è imbarazzante, per delle persone anche profondamente radicate in un luogo ma che non hanno alcuna fregola localistica, le quali si ritengono anzi cosmopolite ed internazionaliste benché cronicamente povere di viaggi, parlare della nostra terra come qualcosa di speciale. Gigliola inchioda immediatamente questo, che al massimo giudicheremmo fragilità, all'ipocrisia e a chissà quale antico senso di colpa. L'effetto è quello di una improvvisata psicoterapia. Mi vengono da citare Taine e Worringer concludendo che due prospettive diverse quali le loro alla fine vogliono semplicemente sottolineare una ragionevole influenza del paesaggio sulle persone.

«Non credo alle suddivisioni in base ai luoghi», mi dice Francesco. «Credo comunque che la luce mediterranea, almeno quella della Liguria e quella della Provenza - quella che conosco meglio, voglio dire - facciano si che tutto si stagli in modo più netto, conferendo una pregnanza che sconfina nella metafisica. Penso alla poesia di Montale e a quella di Valery; dove il mare, il vento, gli oggetti diventano le occasioni di una profondissima riflessione morale e filosofica. La meditazione è abbinata alla visione delle cose che circondano colui che guarda».

Questo è Worringer, siamo già a contraddirci, sto per dire.
 
Francesco mi interrompe:

«Credo che una certa verticalità della poesia dei liguri venga dal paesaggio. Come diceva Montale: «avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale siccome i ciottoli che tu volvi mangiati dalla salsedine».

Come il sasso di Sbarbaro che si consuma al sole, aggiungo.

«C'è effettivamente una ricerca della secchezza, della frase precisa e non metaforica - un lavoro al limite dell'autolesionismo - che a qualcuno ha fatto ipotizzare una linea ligure nella poesia italiana. Si affonderebbe in alcune poesie paesistiche di Ceccardo, si proseguirebbe con Sbarbaro e Montale per arrivare a Caproni, cantore dell'entroterra».   

E a Biamonti, dico io, per quanto scriva in prosa.

«Lasciamo perdere. Personalmente trovo omogenei al mio paesaggio, oltre che i suoi poeti, verso i quali l'attenzione penso riesca evidente, sia la luce occitanica di Cezanne che la cosmicità petrosa di Char. Li sento familiari».

A proposito di familiarità osservo che in fondo l'umanità stanziale è ancora giovane e che dunque la familiarità del paesaggio copre anche nell'uomo in pantofole le turbolenze - se mai lo erano - di un non del tutto sopito spirito vagabondo; e non è solo il turismo estensivo, l'esotismo (se ancora è praticabile), il grand tour dei vecchi scrittori a costituirne la prova. Cito la frase di Liberty Valance nel film di Ford:«la mia casa è dove appendo il cappello». Mi sembra, azzardo, lo stesso retaggio delle grandi eresie, dell'utopia, il vedersi con tutti padroni di tutto.

«Riguardo l'ambiente familiare c'è da dire innanzitutto che è casuale. La tentazione al vagabondaggio, che è nei miei libri, è anche ritrovare la capacità d'osservazione, la stessa dovunque. Un luogo comune italiano vede il Ligure avaro, affezionato al proprio paesaggio ma diffidente verso il proprio tessuto sociale. Un disancorato. La sua morale è quella dello straniero .
L'abbiamo detto prima, proviamo imbarazzo a parlare in un certo modo dei luoghi che amiamo, tuttavia li amiamo. La salsedine del Mediterraneo che si posa come la rugiada sul mio orto non mi fa sentire un uomo particolare. L'uomo è l'essere delle lontananze, l'aspirazione è quella a superarsi. Il mio scrittore sarà Montale, ma non più di quanto lo sia Fourier. Gli elementi reali del paesaggio sono i rudimenti di un paesaggio che non vedremo mai. Il nostro mare è bello, ma il mare degli altri lo è ancora di più a pensarlo. Il mare più bello è quello che non vedremo mai».

Gigliola riprende con malizia il tema dell'ipocrisia con una chiarezza che ci fa vacillare. Ci difendiamo dicendo che ogni qualvolta si mette qualcuno di fronte a delle pur innocenti contraddizioni si ottiene, nel discorso, un'effimera vittoria che non sempre aiuta la conoscenza, talvolta la blocca. L'argomentazione tocca anche il fatto che stiamo in luoghi generalmente considerati belli, chi li ha abitati ha un suo ruolo non secondario nella storia:semplicemente non sappiamo viverli bene e un certo tono da "male di vivere" sul quale indugeremmo sarebbe di quella falsità che cela presunzione.

«C'è una lezione storica, comune a tutto il Mediterraneo», dice allora Biamonti, «che è una lezione di pessimismo e di lucidità. Il rivelarsi luminoso del lato eterno delle cose rimanda alla meditazione sulla morte. C'è la gioia della nostra superficie che a un tempo nasconde e svela la sua ombra segreta. Che sia la tragedia greca, che sia Camus, tutto si rivela».

Lo spessore un po’ oracolare di questa frase lascia sospese le repliche. La mia la segno in volto.

La conversazione esaurisce il tema paesistico per dar corso all'inevitabile. Francesco ci racconta di quanto abbia amato Camus, di come sia stato preso dalla letteratura del Sud degli Stati Uniti, in specie da Faulkner, perché senta vicino certo Surrealismo e Julien Gracq in particolare. L'inevitabile sono ovviamente, di nuovo, i poeti liguri ai quali però aggiunge ora i "primitivi toscani" (Tozzi, Pea, Bilenchi).
 «Una scrittura di conoscenza», dice, «non di intrattenimento. Nella mia lettura degli scrittori c'è sempre una declinazione esistenziale. Ciò vale anche per l'avanguardia; quando viene detto «una rosa color parricidio» cerco di ascoltare l'emozione che ha prodotto la frase».

Di alcuni affetti delle persone, Nietzsche diceva fossero "la casistica dell'egoismo". Il paesaggio era fra questi. Scivolare nell'inevitabile, fra gli scrittori e la scrittura, è forse frugare nella "casistica del narcisismo" ma non ne sono del tutto certo. Voglio dire che è ormai difficile stabilire una linea di demarcazione fra egoismo e narcisismo, nemmeno so magari il vero significato delle parole.

Ci congediamo caricando l'automobile di foglie d'eucalipto e di bottiglie del vino di San Biagio, di cui i fratelli Biamonti vanno fieri. Io lo assaggerò appena, sono pressoché astemio.

Nella plaquette è ripreso il testo
apparso sulla rivista “La Mètis”
n. 8, mars 92
“Mediterranée, ruptures”

 

Francesco Biamonti, intervistato a San Biagio della Cim

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