M. Gisella Catuogno
Saudade

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Titolo Saudade
Autore M. Gisella Catuogno
Genere Narrativa - Diario, Epistolare      
Pubblicata il 20/02/2010
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Ho scoperto tardivamente questo termine ma ne sono appropriata con slancio perché avverto che miracolosamente condensa in sette segni, in sette suggestivi fonemi, la matassa imbrogliata del mio animo. Esprime solitudine e io mi sento sola, non perché non abbia amici e familiari intorno, ma per il motivo che il mio sentire appartiene soltanto a me, che può interessare solo parzialmente e temporaneamente un altro, in quanto egli, a sua volta, avrà da gestire il suo personale sentire e avrà cadenze e ritmi propri nel farlo, difficilmente coincidenti con i miei. Esprime nostalgia e io sono nostalgica. Di che? Difficile da dirsi: per sintetizzare al massimo, direi di un finito e di un infinito spaziali e temporali. Cominciamo dal primo, il finito.
Io avverto spesso nostalgia di luoghi nei quali ho vissuto da bambina e da adolescente, una sorta di dolce struggimento per quella spiaggia, quel mare, quel campo di mandorli, quel marciapiede davanti alla scuola, quella pergola, quella casa, quel giardino. La spiaggia era sotto la casa dei nonni, a Cavo: un angolo di paradiso a ridosso del vento di tramontana e baciato dal sole. Vi correvo quando potevo, come da un amico, per respirare il salmastro e l’ebbrezza della libertà.
I mandorli li adoravo quando erano una nuvola di fiori, a febbraio, e interrompevano insieme alle mimose il grigiore del cielo, ma li amavo anche quando regalavano, a noi bambini in gioco, le prime mandorle dal guscio ancora tenero e dal sapore amaro e acidulo. Il marciapiede davanti alla scuola media era quello di Rio Marina, alberato di platani maestosi, e lì sotto, nell’attesa della campanella, fiorivano o morivano amicizie, sbocciavano o si eclissavano i primi inesperti amori.
La pergola ombreggiava d’estate i nostri pasti all’aperto e il giardino era sempre fiorito perché nonna curava rose, gerani, calle, delie, camelie, giacinti, narcisi come fossero figli suoi.
Ma la nostalgia non cattura solo i luoghi, investe anche i tempi: per me, quelli della crescita, della formazione , diciamo fino ai quattordici-quindici anni. Dopo è subentrata l’età adulta, quella della realizzazione del virtuale in fattuale, della responsabilità ma anche del disincanto. Insomma, è solo fino a quel confine anagrafico che ho fantasticato, ho nutrito sogni per il futuro; dopo ho cercato concretamente di realizzarli. Ebbene, la nostalgia lambisce oggi lo stato d’animo di quegli anni. Non so perché. Regressione?
Se dal finito passo all’infinito, il discorso si complica. Come può esserci nostalgia di un’idea concettualmente inafferrabile? Eppure la provo talvolta e per me coincide con uno slancio, una tensione oltre l’hic et nunc, che non riesce a trovare risposte ma che considero preziosa, quando c’è, tanto da rimpiangerla se svanisce.
 
A questa saudade, s’affianca quella per la perdita di chi ho amato e di cui non vedrò più il volto, l’espressione, la corporeità. O di quel che non è stato. O di profumi, gusti, sonorità lontane.
Insomma, questa è la mia saudade…e la vostra?

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