Giuseppina Mancuso
L’Isola dei sogni

Titolo L’Isola dei sogni
La Fabrique
Autore Giuseppina Mancuso
Genere Narrativa      
Pubblicata il 15/03/2010
Visite 8741
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  89
ISBN 978-88-7388-278-7
Pagine 226
Prezzo Libro 11,00 € PayPal

Su un‘isola nel Mar dei Caraibi si dipanano i corsi di molte vite, mentre un uragano si sta pericolosamente avvicinando. Perché Michael Angel, un ex marinaio della “Markoovitz” si trova lì insieme al suo pappagallo Lolli? Jack insegue un miraggio volto a trovare un tesoro sommerso di cui ha fortunosamente rinvenuto una mappa. Perché si fida ciecamente delle sue intuizioni di cui è ben conscio?
Le due gemelle vedranno avverarsi i loro sogni e i loro desideri?
Passioni e speranze. Nella musica che aleggia nell’aria dell’isola altri personaggi, quali Anthony, il barone Frederick von Strotzen, Joddel, Wilhelmina, arrivati sull’isola come rottami portati dalle onde, vi permetteranno di vivere le loro straordinarie avventure.
 

Uno sfolgorante tramonto in technicolor aveva effettuato da qualche ora il suo show quotidiano sulla baia a ferro di cavallo nelle cui acque gettavano le ancore barche a vela di ricchi turisti in cui gomene fiammanti urtavano vetusti barconi pieni di reti rattoppate disposte con cura sulle tolde in legno.
All'interno dei barconi da pesca si vedevano, appese in bella vista, immagini sacre, a protezione dei battelli.
La luna piena, appena velata da qualche nuvola dispettosa di passaggio già svettava sicura nel cielo e incrementava lo spettacolo rispecchiandosi nelle limpide acque, trasparenti come zaffiri del Kashmir, che lasciavano intravedere fondali incontaminati in cui sciami di piccoli pesci nuotavano tranquilli.
E sembrava sorridere, serena, mentre le ondette, accompagnando il pigro dondolio delle barche a vela ormeggiate nell'insenatura lambivano, come una tiepida carezza, la spiaggia di sabbia finissima dai colori dorati.
Il porto era illuminato da lampioncini di carta, appesi ad ogni sartia. Quasi tutti rossi. Retaggio di un'antica tradizione corsara che si perdeva nei secoli i quali, dondolando alla tiepida brezza che quasi sempre spirava sulla baia in quella stagione, sembravano danzare in suo onore. Acquistando, con l'avanzare dell'oscurità, una lucentezza baluginosa.
Più che una baia dava l'impressione di un'illustrazione da favola poiché, oltre alle molte luci che si riflettevano sull'acqua, intorno a lei la Natura aveva profuso a piene mani i suoi ragguardevoli ed insperati doni.
Una vegetazione intensa e lussureggiante grazie a sorgenti sotterranee d'acqua dolce, che formavano piccoli ruscelli e un minuscolo laghetto all'interno dell'isola contornava quella striscia di terra incantata, abbracciando ruvide rocce di forme strane o strampalate, sparse sul terreno a piene mani, come fossero innocui sassolini buttati in giro quasi per gioco.
Palme alte e robuste ne ombreggiavano la lunghezza, rendendola una delle più riposanti insenature dell'isola. E creavano scenari ormai quasi dimenticati di feroci duelli corsari, di agguati sugli oceani, di antichi galeoni stagliati orgogliosamente nel vento, di immensi tesori nascosti.
Le sue rocce, che sembravano posizionate una per una con l'attenta cura e la meticolosa precisione per il dettaglio che ogni sceneggiatore un po' furbo di Hollywood usa per “truccare” al meglio i luoghi del film, incrementavano quella già stupefacente visone.
Nell'angolo destro della baia, un po' in disparte ma sempre molto vicino al porticciolo, dove un piccolo molo in solido legno sembrava essere stato impiantato direttamente sull'acqua, vi era una costruzione in pietra grigia piuttosto curata, che accoglieva ogni sera gli avventori.
Questi, dopo una lunga giornata al sole o di stressante e faticoso lavoro, desideravano ristorarsi, ritrovandosi a chiacchierare in santa pace del più e del meno davanti ad un boccale di birra o ad una bottiglia di rhum. Come fra vecchi amici d'infanzia. Parlando di donne splendide come attrici del cinema conosciute durante il girovagare sui mari o di racconti raccapriccianti di mostri marini.
Il locale era stato per lungo tempo una piccola fabbrica che inscatolava tonni, ristrutturata da un aspirante architetto del luogo il quale, pitturando con vivaci colori le strutture originali, che pendevano dal soffitto come fossero ciminiere rovesciate e posizionando dei minuscoli tavolini allegri e colorati all'esterno, su una piazzuola di ciottoli in pietra, aveva ridato vita e conferito uno “charme” particolare ad un posto di cui nessuno si ricordava più con certezza le origini. Nemmeno gli isolani più vecchi.
Certamente i tubi, che sembravano bucare il soffitto rallegrato da file di mattoni rossi intercalati da vecchie travi in legno, scendendo lunghi e sicuri nello spazio interno “avranno avuto una motivazione”, pensavano i rari clienti che si soffermavano ad osservarli con sguardo più attento. Ma questa si era persa nel tempo.
Fuori dal locale, alla sua sinistra, vicino a due piante di flamboyants ricoperte di meravigliosi fiori rossi, si inerpicava un piccolo sentiero in terra battuta, ben nascosto alla vista.
Quasi un viottolo naturale che procedeva a zig-zag per una ventina di metri, in mezzo ad una pietraia in cui piante grasse basse ed insidiose, dalle spine lunghe come le dita di una mano, facevano da padrone, dirigendosi verso la cima di una collinetta rocciosa ricoperta di soffice erba e di fiorellini azzurri, gialli e rossi piccolissimi, dalla quale si poteva dominare un panorama mozzafiato.
Il sentiero era bloccato da una sottile catenella agganciata al tronco dei possenti flamboyants, poiché il proprietario del locale, la cui insegna di latta, verniciata più volte, indicava il nome “La Fabrique”, non voleva assolutamente che ospiti sgraditi o chiassosi prendessero possesso, anche se temporaneo, del suo personale angolo di paradiso terrestre.
In quel preciso momento un uomo stava seduto, con le gambe incrociate in bilico su una roccia ricoperta di licheni, leggermente appiattita da un lato, quasi a strapiombo sul mare.
Aveva una camicia nera aperta sul petto villloso e un paio di vecchie brache sfilacciate, tagliate sotto al ginocchio. Sembrava una statua, tanto era proteso verso la baia sottostante. Ma i suoi occhi, attenti, mobili e neri come la pece e il suo volitivo mento appuntito ornato da una cortissima barbetta alla corsara, lasciavano trapelare una grande vitalità interiore.
Al riflesso della luna, un piccolo orecchino in oro bianco e diamanti, posizionato sul lobo sinistro dell'orecchio, lanciava bagliori di fuoco e d'acciaio.
L'uomo stava infatti muovendo la testa ritmicamente. Accompagnando, con quel leggero movimento ondulatorio del collo, quasi inconscio, il suono lontano di una canzone caraibica che parlava di amori impossibili e di profonda nostalgia.
Rifletteva. Serrando le mascelle e stringendo le labbra sottili fino a farle sembrare quasi una ferita nel volto scarno.
Nel suo locale, “La Fabrique”, ogni sera arrivavano i clienti che scendevano, pieni di arie, di boria male occultata e di sussiego, da splendide barche a vela.
“Di sicuro”, pensava Michael Angel, “se non fosse per i marinai imbarcati, che ne fanno parte integrante come l'argenteria lussuosa di una casa, queste rimarrebbero a dondolare, tranquille e ben ormeggiate, in altri porti.” Al riparo dai danni che, ne era certo, quei ricchi ma inesperti “lupi di mare” avrebbero provocato con la loro stupidità e la loro noncuranza.
“E questi clienti hanno sempre più pretese!” pensò, in preda allo scoramento di chi ben sa cosa è la vita. Le signore scendevano dalla passerella della barca in abito da sera, come se andassero all'opera, ondeggiando su tacchi altissimi che avrebbero scalfito le tolde perfettamente tirate a cera dai marinai. E si lamentavano in continuazione della sabbia, dei sassetti, della stradina male illuminata che dovevano percorrere per arrivare al suo locale. Anche se si trattava, a tutti gli effetti, di un breve tragitto.
I pescatori, invece, che da quando si era trasferito sull'isola lo avevano accolto come uno di loro, erano accorsi nel suo locale. Proprio perché ancora spoglio e disadorno. Ed erano stati i migliori avventori del mondo.
Si sedevano tranquilli ai tavolini occupando, con i loro corpaccioni abbronzati tutte le sedie disponibili. Con un cenno del capo ordinavano un boccale di birra gelata o una bottiglia di rhum. Poi, silenziosi e pazienti, bevevano la birra alla spina della casa, generosamente monumentale, spazzando via la schiuma con un solo gesto della mano piena di calli e di vecchie ferite.
Alcuni di loro davanti ad una bottiglia di rhum giocavano a carte tutta la sera, guardandosi negli occhi per interpretare correttamente i segnali e, versando ogni tanto l'ambrato liquore in vecchi bicchierini da rosolio scompagnati, emettevano sordi borbottii di soddisfazione e di apprezzamento.
A volte, invece di giocare a carte raccontavano, a chi avesse orecchi per ascoltarli, di pesche sovrabbondanti avvenute in pieno oceano in condizioni disperate o di sirene bellissime e incantatrici che, giuravano, allargando sull'ascoltatore un sorriso radioso, avevano incontrato e amato durante una battuta di pesca notturna particolarmente tranquilla.
O ricordavano avventurosi viaggi intorno alle altre isole sperdute nel vasto oceano, disseminate di pericolosi scogli sommersi, di barriere coralline o di secche infide, in cerca di feroci pescecani, per venderne la dentatura ai rari turisti
Ma tutto questo era finito, improvvisamente, quando l'isola venne pubblicizzata da un giornalista rompiscatole. Si trattava di un “free lance” americano di cui non ricordava neppure il nome, arrivato dalla parte ”civile” del mondo, il quale aveva pubblicato un lungo e dettagliato articolo su “Splendid Nature”, una rivista di viaggi specializzata negli ultimi paradisi incontaminati del pianeta.
L'articolo, corredato da foto spettacolari di luoghi dell'isola che lui non riconosceva neppure, aveva avuto un tale successo che il giornalista aveva continuato a girare il mondo.
Strapagato e alloggiando in lussuosi alberghi a cinque stelle. Mentre lì erano arrivate frotte di turisti che, a quanto asserivano, amavano svisceratamente la natura incontaminata e l'avventura selvaggia ma, quando scendevano a terra, arricciavano il naso di fronte all'unico alberghetto a due piani in legno (grazioso e pulito ma molto spartano) che poteva accoglierli degnamente.
E del suo locale, “La Fabrique” quando, in cerca di avventura vi si recavano, dicevano che “SI!” i cocktails erano buoni anche se un po' primitivi e limitati nella scelta, come poco vari erano i piattini pieni di prelibatezze dell'isola.
Ma non c'era “vita!”. E tutto ciò non era abbastanza “chic” né sufficientemente ”à la page!”.
Si fermavano solo poche ore. Giusto il tempo di dare un'occhiata in giro, riempirli di immondizia e via... per altri lidi.
“Accidenti a loro!” borbottò Michael Angel, scrollando più forte il capo, mentre la luna si muoveva nel cielo.
“Ma non si rendono conto che la natura incontaminata è bella solo quando uno la rispetta e riesce a vederla, assaporandola con gli occhi dell'anima?”
“Che diavolo vogliono da me? Che cosa posso offrir loro di più o di più interessante, oltre al bere e al mangiare, che non stravolga in modo definitivo questa pace meravigliosa...?” disse in tono sommesso, strofinandosi nervosamente le mani dalle lunghe dita robuste.
Da quando era bambino, ricordò, aveva sempre avuto grossi problemi.
Prima i suoi genitori, che erano morti in uno stupido incidente stradale non causato da loro, in una fredda e viscida notte di novembre, lasciandolo nelle mani di un prozio che non vedeva l'ora di liberarsi di quel fardello inutile.
Poi i mille lavori che si era adattato a fare per sopravvivere quando, all'età di undici anni Frankie, un lontano cugino della madre a cui il prozio lo aveva affibbiato, lo aveva spedito, senza farsi troppi scrupoli di coscienza, come mozzo su una vecchia carretta del mare dove Michael Angel aveva appreso molti segreti per riuscire a sfuggire ad un ambiente costantemente ostile.
Infine, dopo qualche anno e molti sacrifici un po' di luce.
All'età di diciott'anni la vecchia “Naruhmaan”, una nave piena di ruggine che trasportava merci varie aveva fatto scalo nel porto di New York e lui, scendendo al Pier 27, in libera uscita, aveva vagato ore ed ore per l'immensa città.
Un po' stordito, all'inizio del suo girovagare senza meta, dai grattaceli, dall'aria contaminata, dallo smog, dalle macchine strombazzanti e dal gran numero di persone indaffarate e distratte che incrociava dap-pertutto, quasi si stesse avventurando in un formicaio.
Finché non si era fermato all'angolo di una stradina buia e sporca, piena di bidoni della spazzatura, con un mendicante che dormiva accovacciato su dei cartoni tra i rifiuti dove, in un baretto pieno di fumo e di grasso di hamburgers a buon mercato, aveva trovato l'Amore!
Quello con la ”A” maiuscola.
Joy era una ragazzina magra e piuttosto alta, con un caschetto di capelli biondo miele che le contornavano, come un'aureola ben lucidata, il capino delicato, e grandi occhi color del mare che in quel preciso istante, dimostrando tutti i suoi quindici anni, sedeva appollaiata, in precario equilibrio, su uno sgabello sgangherato davanti al bancone, sorseggiando, a gambe incrociate, un bicchiere di latte ricoperto da uno spesso strato di cioccolato.
I capelli lucenti si riflettevano, come mille lampi di luce, sul visino dolcemente malizioso e sporco di cacao e gli enormi occhi color turchese, vivi e allegri, sprizzavano scintille di sfida al mondo intero, sotto le sopracciglia chiarissime a forma di ali di gabbiano.
La bocca, notò subito Michael Angel, pur imbrattata, era a forma di cuore.
Indossava una maglietta un po' stinta e un paio di vecchi jeans da uomo, ma era veramente bellissima, pensò col cuore già trafitto.
Quando era entrato, Michael Angel aveva fatto tintinnare la campanella della porta che nel locale indicava un raro cliente e i quattro avventori presenti avevano girato la testa tutti insieme verso di lui, guardandolo con curiosità evidente.
Che ci faceva lì un ragazzino con un giubbotto da marinaio?
Dalle maniche, arrotolate fino al gomito, uscivano però dei bicipiti che sembravano piuttosto promettenti pensò Joy, guardandolo con la coda dell'occhio nella specchiera sulla quale l'offerta del giorno: “Due hamburgers al curry $ 3.5O” spiccava, nonostante lo sporco e l'unto che vi aleggiavano da molte settimane.
Chissà? Forse era lui la risposta alle sue preghiere più segrete.
Joy viveva col padre, un aspirante attore quarantenne perennemente squattrinato e distratto che non l'aveva mai veramente accettata né amata e con una matrigna molto giovane piena di sé e di gin che non vedeva l'ora di cancellarla per sempre dalla sua vita.
Quindi...
Bastarono un timido sorriso da parte di lei e un approccio goffo e maldestro da parte di lui perché la vecchia carretta mercantile chiamata “Naruhmaan”, che navigava senza sosta ovunque la portasse un carico di merce qualsiasi che fosse appena appena decente, venisse immediatamente dimenticata, senza problemi né rimpianti, da entrambe le parti.
Joy e Michael Angel si misero allegramente insieme e dopo nove mesi due bellissime e sane gemelline fecero il loro ingresso nel mondo e nella minuscola soffitta in un angolo sperduto di Brooklyn.
La prima dai capelli neri come l'ala di un corvo e dagli stupefacenti occhioni azzurri della madre fu chiamata Christiana.
La seconda, biondissima come la madre e con gli occhi neri come la pece del papà, Vanessa.
La gioia e la felicità durarono però soltanto pochi anni, in quanto la vita grama e difficile sembrò continuare a mettere i bastoni fra le ruote a tutti e due, affondando i loro desideri più normali e le loro speranze nascoste.
Come fa una pallina da golf che finisce, per un tiro mal fatto, nel più profondo e scuro degli stagni.
Joy, la ragazzina eternamente svagata e Christiana e Vanessa, le bimbette vivaci e piene di vita restarono a New York, mentre Michael Angel ritornò a battere il mare. Arrivando, infine, dopo molte peripezie, alla sua isoletta di sogno.
E lì decise di fermarsi per l'eternità.
Dio permettendo.
 

Su un‘isola nel Mar dei Caraibi si dipanano i corsi di molte vite, mentre un uragano si sta pericolosamente avvicinando. Perché Michael Angel, un ex marinaio della “Markoovitz” si trova lì insieme al suo pappagallo Lolli? Jack insegue un miraggio volto a trovare un tesoro sommerso di cui ha fortunosamente rinvenuto una mappa. Perché si fida ciecamente delle sue intuizioni di cui è ben conscio?
Le due gemelle vedranno avverarsi i loro sogni e i loro desideri?
Passioni e speranze. Nella musica che aleggia nell’aria dell’isola altri personaggi, quali Anthony, il barone Frederick von Strotzen, Joddel, Wilhelmina, arrivati sull’isola come rottami portati dalle onde, vi permetteranno di vivere le loro straordinarie avventure.
 

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