Luigi Romolo Carrino
Interno 13

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Titolo Interno 13
Autore Luigi Romolo Carrino
Genere Racconti Brevi      
Pubblicata il 16/04/2010
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>> Interno 13


 


 


 

Ha gli occhi offesi. Gli occhi sono polvere sulla consolle all’ingresso e sulle chincaglierie d’argento invecchiato, nella minuscola vetrinetta in arte povera. Tutto lo sguardo è accatastato sui vecchi mobili della casa. Pare adoperi gli occhi soltanto per vedersi seduta al centro di un lutto generalizzato, in una paura qualunque, quasi cattiva, vicino alla finestra ma non troppo, mentre le mani farneticano con una ciocca di capelli sfuggita all’assetto preciso della treccia nera.

Ha il corpo atteso, un diapason di cellule folgorate che suona silenzio tutt’intorno all’acqua del rubinetto in cucina che lascia distrattamente aperto quattro volte al giorno.

Ha il corpo effigiato nello specchio e labbra strette da un disappunto ancestrale, il passo veloce è giustiziato dal pavimento dei settantacinque metri quadri che l‘hanno vista nascere, il passo veloce che quasi dice qualcosa di quasi vero e che ha fretta di camminarsi, lasciando aperta la porta della camera da letto e sapendo di averlo fatto apposta.

La sua immagine è una primavera passata senza accorgersene.


 

L’altra ha gli occhi prensili. Gli occhi sono tele filate sulle gocce del lampadario all’ingresso, tele filate sulle maniglie bronzate delle porte, e le orbite somigliano a foglie mascoline. La forma dello sguardo è impressionata dalla poca luce presente nella casa e l’intenzione della vista si afferra ai parati sporchi di tempo con un movimento impercettibile, nelle orbite, che ricorda il dondolio di un abito smesso, di là, nell‘armadio a quattro ante della camera da letto.

Pare adoperi gli occhi per spostare una sedia dal centro della cucina e accostarla a una parete qualsiasi, intimorita dall’odore dei limoni marci che ha appena tirato via dal centrotavola, quasi li sentisse in bocca, come se in qualche modo fosse stata costretta a assaporarli, a impararne la memoria del sapore cambiato.

Ha il corpo spazientito, un grappolo di cellule ammuffite appese all’aria che fibrillano sulla sedia, nel salone, davanti a un fascio di rose rosse. La testa poggia sul collo come un fiore non del tutto reciso, piegato nello stelo, e le mani appese, anch’esse come fiori, fiori sbocciati con furia ma appassiti lentamente, e non gradiscono il contatto con estranei per paura di cambiare il loro colore.

La sua immagine è una primavera inerziale senza estate da venire.


 

Le loro impronte stanno, sulle facce dei genitori in bianco e nero, incorniciate, perfettamente simmetriche, sul comodino. Le loro impronte quotidiane stanno, sono lievi tocchi di niente su niente, polpastrelli vuoti sull’incavo del centrotavola e tra i capelli neri, sulle stoviglie, sulla scopa, sulla maniglia della porta d’ingresso, sul frigorifero, tra i calici chiusi nella cristalliera e tra i vestiti, nell’armadio.

L’impronta della loro esistenza è nelle impronte che lasciano, che giacciono, in verità, indolenti per tutta la casa, ricalcate alla stessa ora e nello stesso modo, ogni giorno.


 

Anna ha gli occhi verdi. Rita ha gli occhi verdi. Le sorelle sono nate nello stesso anno. Una in gennaio, l’altra in dicembre.

Quando non sono nella stessa stanza, si chiamano per sincerarsi della presenza, l’una dell‘altra.

Rita?”

Anna?”

Quando sono nella stessa stanza si rassicurano, l’un l’altra, con lo sguardo. Una fissa l’altra, l’altra abbassa la testa, dopo qualche secondo.

Qualche volta, d’estate, dormono sulla sedia in cucina, per paura che qualcuno possa entrare di nascosto, derubarle, ucciderne solo una.

Qualche volta, d’inverno, dormono una abbracciata all’altra, nell’unico letto matrimoniale della casa.

La mattina, al risveglio, raccolgono in fretta i capelli in una treccia. Una va in camera da letto, l’altra in cucina. Appoggiate, entrambe, con le mani sul vetro, mentre fuori dalla finestra la gente beve alla fontana della piazza, le sorelle aspettano il fioraio.

Poco prima delle dieci, una raggiunge l’altra o viceversa, e una si scusa con l’altra per essere stata così sciocca, così sola, o viceversa. Per la notte appena passata.

Vuoi che ti pettini, Rita?”

Vuoi che ti pettini, Anna?”

Il fioraio è l’unico a poter entrare nella casa delle sorelle, a poterle vedere nella loro casa. Lui bussa puntuale ogni mattina di primavera, d’estate, in autunno e in inverno, bussa alle dieci e consegna due rose galliche, la rosa rossa per eccellenza, un vezzo a cui le sorelle non rinunciano nemmeno per paura. Fanno accomodare il fioraio in cucina e gli offrono un caffè. Parlano di rose rosse e di siccità. Il fioraio finisce il suo caffè e va via.


 

Durante il pomeriggio parlano poco tra loro, solo chiamano i loro nomi, di tanto in tanto.

Anna”.

Rita”.

Nel pomeriggio, con le finestre chiuse, Rita è in camera da letto seduta al centro della stanza. Anna è in cucina addossata alla parete, guarda il centrotavola con i limoni acerbi, di spalle alla finestra.

Intanto, il silenzio.

Intanto, una si tiene a debita distanza dalla finestra in cucina. Si lascia andare alla paura, al tremore che la pioggia del pomeriggio porta con sé mentre batte sui vetri della finestra, necessariamente chiusa.

Intanto, l’altra mantiene un composto riserbo, di spalle alla finestra, in camera da letto. Trattiene a stento la rabbia che la pioggia sbatte sui vetri della finestra, rigorosamente chiusa.

Perché anche le finestre, se lasciate aperte, sono vendicative.


 

Alla fine del pomeriggio raggiungono entrambe il salone. Rita si stende sul divano con gli occhi chiusi e il volto terreo, il ventre un po’ rigonfio e un braccio inerte che penzola. Anna, con una sedia, le si mette accanto piegata in avanti, il viso in grembo, come se cercasse di abbandonarsi a un amore liberatorio, come se cercasse di liberarsi da quell’ abbandono temporaneo dello sguardo di Rita.

È il momento nella giornata in cui stanno insieme di più, se si esclude la notte.

Aspettano il garzone della salumeria che porta la spesa quotidiana. Due etti di mortadella. Due mozzarelle. Tutti i giorni, tranne il sabato, tranne la domenica. Il sabato, il garzone della salumeria, porta due chili di penne. Due barattoli di conserva di pomodoro. Due filoni di pane senza sale. La domenica il garzone non lavora. Il garzone lascia tutto fuori dalla porta.

Questa, considerata la visita quotidiana del fioraio, è l’unica altra cosa che si sa, nel palazzo dove vivono le sorelle, l’unica realtà.

Quando il garzone bussa, Anna solleva la testa dal grembo.

Rita?”

Rita apre gli occhi e porta il braccio sul ventre gonfio.

Anna”.

Anna si alza, va alla porta, apre uno spiraglio, mette fuori una mano e da i soldi al garzone, gli stessi di sempre. Nessuno sa come vivono, chi provvede al loro sostentamento.


 

A vederle insieme, così invase dall’ombra, nel salone, ricordano “Morte della Vergine” del Caravaggio.

Qualcun altro lo aveva già detto. Una volta hanno incontrato un uomo. È successo quando erano più giovani. Erano andate a visitare il “Cimitero degli inglesi“, nel quartiere Testaccio. Rita voleva vedere dove era sepolto John Keats, il suo poeta romantico preferito. Anna non voleva uscire perché il tempo era brutto e perché ogni cosa fuori dalla casa non promette niente di buono.

In tutta la sua vita, questa era stata l’unica richiesta di Rita ad Anna.

Davanti alla tomba di Keats, Rita aveva recitato a memoria due sue poesie. Anna era inorridita dall‘aria e dalla luce, voleva tornarsene a casa subito, perché il tempo era brutto e scuro e già venivano giù gocce grosse e pesanti di pioggia.

Alla fine era piovuto. Si erano riparate sotto la tettoia della fermata dell’autobus, proprio fuori dal cimitero. C’erano nuvoloni neri che coprivano tutto il cielo e la luce era davvero poca, per fortuna.

Rita si era stesa un attimo sulla panchina, con la testa reclinata e gli occhi chiusi. Anna era di fianco, seduta.

Un uomo anziano correndo, coprendosi la testa con il giornale, le aveva raggiunte sotto la pensilina. Le aveva guardate attentamente.

Vi ho già viste”.

Anna si era ricomposta di soprassalto. Rita le si era fatta più vicino e le stringeva il braccio.

La settimana scorsa, al Louvre”, aveva aggiunto. “Avevate gli apostoli intorno, sopraffatti dal dolore”. “Sedute così”, aveva concluso dopo una piccola pausa e un sorriso, “mi avete ricordato un quadro del Caravaggio“.

Rita e Anna si erano prese per mano, avevano guardato la pioggia che scendeva incessante e il rumore sulla pensilina adesso lo sentivano tutto.

Senza dire un saluto, si erano avviate con passo deciso sotto la pioggia. Verso casa. Dove le ombre sono più scure, e le finestre chiuse non restituiscono uomini anziani dal loro silenzio.

In tutta la sua vita, Anna aveva fatto una sola richiesta a Rita, quella di accompagnarla a recuperare il corpo del suo fidanzato alle Fosse Ardeatine, un sergente ucciso nel 1944.

Rita aveva detto di no, moltissimi anni prima.


 

Una mette due piatti in tavola, l’altra taglia due fette di pane. Una mette due bicchieri, due forchette, due coltelli. L’altra versa dell’acqua nei bicchieri, ripartisce uniformemente la mortadella nei piatti, decide quale mozzarella in quale piatto.

La cena. Mai il pranzo.

Certe volte, prima di andare a dormire, legano una cordicella alla maniglia della porta di casa. Una sale sulla sedia e tende la cordicella fino al lampadario dell’ingresso. L’altra regge la sedia e si guarda nello specchio di fianco alla porta.

Se qualcuno tentasse di entrare, riuscirebbero a sentire il tintinnio delle gocce di vetro, si sveglierebbero, semmai qualcuno dovesse entrare.


 

Le sorelle guardiane, una dell‘altra, chiuse al settimo piano, non le vede mai nessuno. Non escono di casa, mai. L’ultima volta che qualcuno le ha viste, è stato nel 1994. Rita e Anna, avvolte nello stesso scialle, avevano attraversato la piazza ed erano andate nella chiesa di fronte, al funerale del loro anziano fioraio. Erano entrate insieme. Si erano avvicinate alla bara del fioraio e vi avevano appoggiato, entrambe, una mano. Quindi, nel silenzio totale, anche l’officiante aveva smesso di parlare, loro avevano girato le spalle ed erano andate via.


 

Le streghe, dicono gli altri inquilini del palazzo. Dicono che Rita apre la porta della camera da letto, a mezzanotte in punto. Dicono che di notte c’è vento in quella casa, vento forte che si sente soffiare per tutto il palazzo, e si intravedono lampi uscire dalla feritoia della porta d‘ingresso. Dicono che Anna ha narici grosse, larghe, per aspirare tutto l’odore di cera e di zolfo e di mirra che i muri della casa spandono come un incensiere. Dicono che Anna odia tutte le donne e urla, di notte, per il suo uomo che non è più tornato dalla guerra. Dicono che Rita, in camera da letto, con la bocca spalancata fagocita tutto il suono nel suo ventre.

Dicono che da un po’ di mesi arriva un cattivo odore, dal loro appartamento.

Dicono che il giovane fioraio non ricorda le loro facce, non ricorda una sola parola di quello che le sorelle dicono, ogni mattina.

Dicono che le sorelle fanno sortilegi. Che si trasformano, di notte, in pipistrelli, in velenosissimi serpenti o in esseri metà donna e metà pesce, che uccidono gatti appena nati. Dicono che a volte le hanno sentite cantare, una musica che fa piangere tutte le donne belle di San Lorenzo addormentate nei loro letti, dicono le donne del palazzo. Dicono che le sorelle streghe invocano ogni notte il destino che avrebbero voluto, un destino siamese fatto di un corpo unico, dicono che le sorelle sono una bestia salita dal mare, una bestia leone alata discesa dal cielo e dicono che le sorelle non pregano Dio e non dormono mai.


 

Una ha gli occhi prensili. Appende lo sguardo come polvere umida sui muri della casa, come fa il tempo che passa.

Una seduta in cucina, toglie un limone marcio dal centrotavola e poi corre fino alla porta dell‘ingresso, per assicurarsi che sia chiusa perfettamente.

Una seduta in salone, con la finestra sbarrata, guarda un fascio di rose rosse. Poi non si stende sul divano, ma corre ai piedi del letto con un bacile pieno d’acqua, uno straccio bianco.

Vuoi che ti pettini?“


 

L’altra ha gli occhi offesi.

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