Margherita Marchese Scelzi
I Vizi Capitali e l´Astinenza

Titolo I Vizi Capitali e l´Astinenza
Autore Margherita Marchese Scelzi
Genere Fotografia      
Pubblicata il 07/05/2010
Visite 12580
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Alogenuri  N.  10
ISBN 978-88-7388-284-8

“Senza il confronto con il vizio non puoi accedere alla Virtù e senza la Virtù non puoi ritenerti un autentico vizioso”. Parola di Margherita Marchese Scelzi.

Le sue fotografie, in successione, riprendono “peccatori” nel loro farsi personaggi del vizio, in un percorso dove allo “spettatore” è chiesto, a patto che lo spettacolo abbia luogo, di prendere parte a una storia in cui gli attori, interpreti delle scene “viziose”, si esprimono fino in fondo, solo se sottoposti a giudizio, con l’indice puntato, o con immedesimazione colpevole o simpatetica o solo indulgente e divertita. È lo “spettatore”, peregrinante nelle fotografie, a ridare vita alle scene, progettate meticolosamente da Margherita, a riconoscere le strade del vizio o solo le scorciatoie di piccoli illeciti grotteschi, o brevi momenti di libero arbitrio contro la pubblica morale, messe in scena per quel che sono o solo di quello che tale appare.

Annamaria D’Ursi

 


Immaginatevi un attimo dopo essere morti, davanti alle porte dorate del paradiso o ai cancelli infuocati dell’inferno, o davanti al vostro dio o davanti alla vostra coscienza, o al vostro ectoplasma, o davanti al nulla del tempo eterno e dello spazio infinito, all’apocalisse, al giudizio universale, o un attimo prima che vi reincarniate in un bruco o in una farfalla.
La vita è conclusa, rien va plus, le jeux soint fait, non una seconda possibilità. Se fosse vero quanto sostiene Bernard de Mandeville: “Non siamo abbastanza viziosi quanto lo si potrebbe essere”, pensarsi proiettati nell’eternità da mediocri è peggio che aver vissuto più o meno una vita intera da mediocri. Ma se fossimo ancora in tempo, ancora non morti, perché non tentare un’esauriente pratica del vizio, meglio tutti nell’ordine, così come li aveva mirabilmente classificati per importanza Tommaso d’Aquino nella Summa Teologica, i vizi capitali:  Superbia, Avarizia, Lussuria, Invidia, Gola, Ira, Accidia. Ne basterebbe uno solo, esplorato a fondo in tutte le sue potenzialità, lungo un percorso progressivo, dall’attimo della caduta nel peccato, fino all’insaziabile fame di replicare il gesto peccaminoso all’infinito, incrementando volta per volta i dettagli licenziosi, degeneri, verso l’irrimediabile depravazione del vizio, così da acquisire la statura per affrontare con supremo coraggio un giudizio definitivo, che non merita compassione, inappellabile e auspicabilmente feroce. Si potrebbe pensare di acquisire analoga statura con la pratica della virtù: il processo non è nemmeno comparabile, poiché la pratica della virtù è meno encomiabile; a differenza dell’esercizio del vizio, l’abitudine alla virtù richiede meno disciplina e meno coraggio, la virtù è in genere vocazionale. Il vizio nasce da un incontro fatale, da un inciampo, da una mancanza, da un difetto che deve essere compensato; e allora richiede fedeltà a se stessi e alla causa, richiede perseveranza, assiduità, dedizione, abnegazione, le virtù insomma, necessarie per realizzare qualsiasi opera che richieda reiterazione e investimenti incrementali. Soprattutto coraggio, il coraggio o almeno la noncuranza di essere sottoposti al giudizio dei moralisti correnti. La strada del vizio è lastricata non di buone, ma di infaticabili intenzioni. Basta una piccola defaillance e si rischia il declassamento a peccatori occasionali, o individui poco raccomandabili, o soggetti
border-line, in una scala in cui, dal confessionale al laico, si passa attraverso i gradi delle sentenze delle varie scuole di psicologia. Cosicché la pratica del vizio richiede l’inclusione di qualche forma di virtù; mentre la pratica della virtù fa si che il virtuoso sia guardato sempre con indulgenza benevola anche quando erompe dai margini della virtù, per via della sua natura umana, che per natura è incline all’errore e allo sviare dal retto cammino. La stessa indulgenza non è pensabile per un vizioso che, se sviasse dal cammino di perdizione, perderebbe credibilità, perché perderebbe ciò che per i moralisti correnti diventa l’unico marchio di riconoscibilità, diverrebbe inqualificabile.


Prendete Achille e la sua Ira, paragonabile mitologicamente solo all’ira di dio. Cosa sarebbe stato Achille senza la sua Ira, incoercibile, smisurata, implacabile? Se la sua Ira, divenuta proverbiale, si fosse placata con un dibattito serrato ma civile, sulla ragionevolezza di condurre una guerra decennale contro Troia da parte degli Atridi,  per ricondurre al talamo originario Elena, avuta in premio da Paride durante una disputa di bellezza tra Era, Atena e Afrodite, Achille avrebbe perso la statura del suo eroismo, impregnato proprio della sua ira, e sarebbe rimasto inqualificabile: un generico sanguinario, innamorato di Patroclo ma senza patos. È  l’uccisione di Patroclo, per mano di Ettore, insieme all’indole di zelante guerriero, ad aver creato la miscela esplosiva della sua Ira. Come poter esprimere un’ira titanica come quella di Achille? La pratica del vizio richiede di essere eroi e richiede tempo, richiede radicalismo nella disposizione dell’animo, richiede una coscienza forte, richiede un’ontologia consistente.

Si potrebbe tentare con il vizio della Gola: mai come oggi è disponibile una quantità così enorme e variegata di cibo, cibi etnici, cibi design, pietanze afrodisiache, finger food, happy hour, orge di sapori ma soprattutto lo chef star televisiva, guru ineffabile che prepara, sotto le telecamere, cibo degno di essere qualificato “divertente”.
Siamo vittime ormai di una cucina eretica, che nega il principio fondamentale del cibo nutrimento e delega la sua funzione a piaceri eleganti, da bon ton, per la soddisfazione del palato più della gola, perdendo la sua funzione erotica, non più connessa al piacere fisico, alla sazietà lussuriosa, alla gola che sovrasta l’intero corpo. L’eresia della gastronomia, in commistione con un salutismo di moda, coniugato alla cura estetica del corpo in linea a tutti i costi, concede cibo ad alto contenuto non di calorie ma di potere socializzante: esso è divertente, intrattiene piacevolmente, è imprevedibile, colto, affascinante preparazione. In tale confusione di argomenti la gola è soggiogata dalla lingua, non per le sue papille gustative ma per la sua capacità di articolare discorsi sul cibo, che trova nelle prescrizioni della cucina sofisticata più il contenersi che il consumare. Allora il vizio della gola ai nostri giorni, per essere praticato correttamente, implica di per sé la sua negazione: la rinuncia. La concentrazione ossessiva sul cibo e il suo potere, il culto che abbiamo inaugurato al dio cibo, prevede la resistenza rituale ad esso. La quintessenza del gourmand è nella pratica della misura.
È ancora la lingua che non ci sorregge più, che non ci consente di chiamare le cose con il proprio nome; è la lingua che truffa e falsifica il gusto delle cose, tale che è lusso desistere dal cibo.

è lusso ricostruire chirurgicamente il corpo, un corpo rifatto per farisei conduttori di escort, non più frequentatori di lupanari, trabordanti di meretrici, circondate dal lusso vero di saper praticare senza ipocriti intellettualismi da accompagnatrici, tutte le meraviglie di un’autentica Lussuria.

Non ci resta che lasciarci rodere dall’Invidia, se solo ne fossimo capaci, lasciare che la nostra anima sia insinuata da quel tarlo indefesso, fino a provare il dolore di esserne rosi fino all’osso. Ma come posso, se mi basta desiderare la Louis Vuitton, che ho visto al braccio di Paris Hilton, mentre passeggia superfotografata in via Veneto, e la ritrovo sulla stessa via Veneto in un negozio di cinesi, contraffatta meglio dell’originale? Mondo meraviglioso che produce i miei stessi desideri e li confeziona a basso contenuto di invidia!

E allora crepi l’Avarizia! Impraticabile anche tale vizio se non nella forma sublimata dell’avarizia del proprio tempo, tempo frettoloso, tempo che manca, avari di quel tempo che, nella prospettiva di una speranza di vita aumentata, è diventato ancora più prezioso.
Nel miraggio di una lunga vecchiaia, dedicata ad “ammazzare il tempo” in una serie di attività improduttive, il mitico leisure time, sono richieste prestazioni fisiche e mentali da performance simil bioniche. Cosicché tutto il tempo dell’età adulta deve essere speso alla cura di sé, in una sorta di training totale, in previsione di una terza età lunga più della prima e della seconda, necessitante di grandi energie. Procrastiniamo la vita, vivendo ogni momento per un autopotenziamento culturista del corpo e della personalità da tronisti: l’imperativo è piacere ed essere prestanti.

Questa volta la lingua è stuprata per accogliere al suo interno nuove semantiche per antiche parole, tristi amplificazioni di significato. Troni, esseri angelici del primo coro nelle sfere celesti, deputati a portare il trono di Dio per il Paradiso, esseri sublimi che trascendono ogni vile inclinazione, soppiantati da tronisti di marca televisiva che con Superbia di seconda mano, riciclata per imitazione e imposta per copione da autori televisivi che ammaestrano individui insignificanti al gioco dello scegliere e del farsi scegliere, mostrando alterigia sprezzante come code di pavone, ricostruite con brandelli di risulta di costumi di scena di fiction e soap opera o di talk show, in sostituzione della vita vera.

Bisogna allora rassegnarsi all’impotenza di un esercizio glorioso del vizio, ma senza la speranza di ristagnare infine in una serena Accidia, la regina dei vizi. Troppo sollecitati da infinite tentazioni a buon mercato, lungi dall’essere nauseati da tutto, dall’essere incapaci di desiderare ulteriormente, inerti e indifferenti, siamo convinti di essere pur sempre protagonisti di una vita piena di sorprese, come i telefonini di ultima generazione, e da veri illuministi continuiamo ad aspirare a prendere parte alle sorti magnifiche e progressive.

Dichiarata l’incapacità a vivere il vizio eroicamente, con pervicace speranza in un destino imperioso, cosa resta? Non resta che l’Astinenza. Astinenza dalla stupidità, Astinenza dal grottesco vivere da soldati valorosi trasformati in porci dagli incantesimi delle maghe Circe. Astinenza dalla logorrea mediatica che trasforma la vita vera in consumo indiscriminato di surrogati di antichi piaceri della carne e dello spirito. Astinenza da beni contraffatti, da cineserie ubique. Astinenza praticata con la stessa volutta di un vizio, ricerca di un piacere ormai perso, piacere intenso, potente, smodato, insaziabile, incontinente nella rinuncia alla oscena stupidità.
Roba per pochi eletti.

Annamaria D’Ursi
 

“Senza il confronto con il vizio non puoi accedere alla Virtù e senza la Virtù non puoi ritenerti un autentico vizioso”. Parola di Margherita Marchese Scelzi.

Le sue fotografie, in successione, riprendono “peccatori” nel loro farsi personaggi del vizio, in un percorso dove allo “spettatore” è chiesto, a patto che lo spettacolo abbia luogo, di prendere parte a una storia in cui gli attori, interpreti delle scene “viziose”, si esprimono fino in fondo, solo se sottoposti a giudizio, con l’indice puntato, o con immedesimazione colpevole o simpatetica o solo indulgente e divertita. È lo “spettatore”, peregrinante nelle fotografie, a ridare vita alle scene, progettate meticolosamente da Margherita, a riconoscere le strade del vizio o solo le scorciatoie di piccoli illeciti grotteschi, o brevi momenti di libero arbitrio contro la pubblica morale, messe in scena per quel che sono o solo di quello che tale appare.

Annamaria D’Ursi

 


Non ci sono commenti presenti.

Pubblica il tuo commento (minimo 5 - massimo 2.000 caratteri)

Qui devi inserire la tua Login!

Nascondi Qui devi inserire la tua password!

Hai dimenticato la password?

Qui devi inserire il tuo nickname!

Qui devi inserire la tua email!

Nascondi Qui devi inserire la tua password!

Hai dimenticato la password? Inserisci il tuo indirizzo email e riceverai i dati di accesso.

Qui devi inserire la tua email!

Ritorna alla login

Chiudi