M. Defilippi, C.e L.Cuccurullo
Mollo tutto e vado in Australia

Titolo Mollo tutto e vado in Australia
Autore M. Defilippi, C.e L.Cuccurullo
Genere Narrativa - Viaggio      
Pubblicata il 09/05/2010
Visite 19914
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  94
ISBN 9788873882879
Pagine 240
Prezzo Libro 11,00 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788893390217
Prezzo eBook 4,99 €
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Una famiglia, con un bambino piccolo, lascia il lavoro, chiude casa per cinque mesi e se ne va dall’altra parte del mondo per un viaggio speciale. È l’avventura di Claudio, Myriam e Lieto, che hanno percorso 23 mila chilometri di Australia con un camper, cambiando stile di vita.
Ad accoglierli una natura incantevole e gli abitanti di una terra con un tempo, uno spazio e una storia per noi europei tutti da scoprire.

1. Prima di partire

 

A. L’idea

 

I. L’estraneo nello specchio

 

Lì di fronte c’è un uomo preoccupato e agitato. Per niente. Cosa ci fa nel tuo bagno, proprio di fronte a te? La tua stessa altezza, ma molto più anziano. Almeno all’apparenza: “Non ho mai avuto quella ruga lì”. Lo sguardo assente, la mente che vaga altrove. Lo osservi, è proprio nel tuo specchio.

Se fai finta di niente, magari andrà via. È solo un’immagine confusa. Tutto passa. Non abbiamo tempo per queste sciocchezze, non si spreca così la giornata con tutte le cose che ci sono da fare.

 Se però lo trovi lì, davanti ai tuoi occhi e ti fa paura, allora è diverso. Uno shock. È un “altro”, al disperato inseguimento di cose inutili e noiose, che appaiono proprio importanti, ma sono assolutamente prive di senso. La banca. “Il conto corrente è da cambiare, troppo caro, ho visto una pubblicità e poi me l’ha detto anche Franco”. I punti del supermercato: “Entro questa settimana, poi scadono, che abbiamo fatto tanta fatica ad accumularli”. Il collega che ti vuole fregare: “L’ho capito quello lì, aspetta che esco per farmi le scarpe, resta in ufficio sempre un po’ più a lungo di me”. La famiglia: “Con mia sorella ci devo parlare, basta con questi ricatti morali, cosa vuol dire spendere così tanto per un regalo alla mamma, cosa pensa di dimostrare?”. Quell’estraneo non sono io. Non ci credo.

Un giorno è successo. Claudio si è guardato allo specchio e ha deciso che bisognava prendersi una lunga pausa. Non cambiare lavoro, famiglia o vita. Solo prendersi una pausa, in un’altra dimensione, altrove, e godersi quello che aveva tra le mani. Poco, ma in realtà tantissimo. Al diavolo i risparmi per comprare una bella macchina, non la solita utilitaria, “la prima della mia vita, a 40 anni me la posso permettere”. Chissenefrega.

La cosa meravigliosamente preoccupante è che anche Myriam, quasi in contemporanea, ha avuto le stesse sensazioni. Così una settimana dopo stavano già pensando, nel buio pesto di una profonda notte invernale, al cosa fare.

Non è necessario superare il limite, andare dall’altra parte dello specchio come Alice nel paese delle meraviglie, per scoprire un mondo diverso, per rendersi conto che “si può fare”. A volte è una decisione razionale, una stalattite che perde una goccia alla volta e forma un disegno bellissimo.

Certo che alcuni elementi ti aiutano a capire se sei andato oltre. Se il tempo mensile impiegato per la pulizia dell’auto supera quello dedicato a giocare con l‘unico figlio che hai avuto la fortuna di avere. O se è una terribile fatica ricordare il nome dell’unico fratello che ti ha regalato tua madre, anche se vive in un altro Paese. Quello che da ragazzini era il compagno ideale di giochi, oltre che il principale nemico nelle battaglie in famiglia per avere un ovetto kinder e un pezzo di attenzione in più dei genitori.

Se hai sfondato la barriera del suono e te ne sei accorto, meglio non aspettare che il tuo orecchio non sia più in grado di ascoltare niente. L’ideale è farlo subito, perché potranno esserci in futuro delle altre chance, ma nella vita non capita mai per due volte la stessa occasione.

Non ci sono obblighi, non ci sono regole. Noi abbiamo fatto un piccolo salto, ad occhi chiusi, dimenticando le norme di buon senso e abbracciandoci tutti. Una famiglia in viaggio. Con la promessa di ritrovarci dopo cinque mesi a vedere che immagine avrebbe proiettato quello specchio.

II. L’idea che avanza

 

L’Australia per molti italiani è un’idea, prima che un luogo fisico. È dall’altra parte del mondo, ma in un Paese occidentale. Un parco naturale di milioni di chilometri quadrati, con una quantità sterminata di animali “strani” e pure di più non ancora classificati, però con città simili alle nostre, magari abitate da gente un pochino meno stressata. È l’altra faccia di noi stessi.

A Claudio è venuto naturale proporlo a Myriam, una sera tornando dal lavoro. Lei ha sorriso, senza dire una parola. È andata nello studio, aperto la sua borsa e mostrato la guida della Lonely planet che aveva appena comprato. Sulla copertina un gigantesco canguro.

Si trattava poi di comunicarlo a Lieto. Come fai a spiegare a un bambino che non ha ancora sei anni che stiamo per partire, che molleremo per tantissimo tempo la casa, la scuola, il lavoro, i nonni, i giochi, il suo paese, per andare a vivere su una scatoletta poco più grande di una macchina, girando come dei matti un continente dove non parlano neanche l’italiano?

Lieto l’ha presa bene, anche se non gli è stata presentata proprio così. Gli abbiamo detto che sarebbe stato con i suoi genitori per un bel po’. Sembrava felice all’idea. “Posso mangiare anche dei dolci?”, ha iniziato ad alzare la posta, come nel suo costume. Poi soprattutto la frase che lo ha spinto a gettarsi verso l’ignoto: “Sarà una cosa da eroi, te la senti?”. Lui ha interiorizzato questo concetto, di eroe, tanto che ogni volta che ne indovina una dice con fierezza: “Sono stato un eroe”. Sì, se la sente di fare l’eroe. Per il resto pochi concetti, sintetici. Che è andato a spiattellare a destra e a manca, prima delle nostre comunicazioni “ufficiali”.

Così che una settimana dopo, al colloquio con la maestra d’asilo durante il quale Claudio avrebbe dovuto spiegare le nostre intenzioni e chiedere qualche consiglio, è arrivato il primo redde rationem: “Il bambino sembra anche più grande della sua età, per me sarebbe pronto per la prima elementare, potrebbe anche anticipare”. Testa alta da padre orgoglioso. Bel lavoro, quando i genitori sanno fare il loro mestiere… “L’unica cosa…”. Ahi. Ora mi dice che ha provato a torturare un suo compagno di classe con l’accendino: “È che ha una fantasia troppo sviluppata”. In che senso? “Non si preoccupi, capita. Talvolta però gli sembra di vivere i sogni che produce la sua mente. Per esempio a lui piacciono gli animali, tanto. La scorsa settimana ho parlato dei canguri e lui ha detto che presto in Australia ci andrà davvero, con i suoi genitori. ‘Per più di cento giorni, andiamo in camper‘. Me l’ha ripetuto con convinzione e ci è tornato su anche il giorno dopo. Lo conosco, non stava scherzando: era davvero convinto che sarebbe successo, inutile contraddirlo. Magari avete parlato di un prossimo viaggio dall’altra parte del mondo e lui ci ha ricamato su. ‘Mio papà ha detto che molla tutto per un po‘, si è stufato. Non vuole più vedere quelle facce al lavoro o andare a parlare con le maestre che dicono sempre le solite cose‘. No, lo so che lei e sua moglie avete stima in me, magari i bambini colgono frammenti di realtà e li amplificano. Non si giustifichi. A proposito, avete deciso cosa fare a settembre? Lo portate ancora a questa scuola o andrete alle elementari?”

Con i nonni è andata meglio. Il papà di Claudio è abituato alle sue stramberie. All’inizio, poi, aveva capito che andavamo in Austria. “Beh, magari poi a Natale vi veniamo a trovare e lo trascorriamo tutti insieme in montagna. Prendete una casa in affitto?”. La mamma si è consolata ricordandosi della sua vicina, che il figlio in Australia ce l’ha per la vita, visto che ha lasciato il Bel Paese ed è andato a vivere a Sydney: “Mi ha detto che è facile telefonare”. Beh, magari quando sei nel deserto del Nullarbor no, però inutile stare a creare stati d’ansia ingiustificati.

Tra i conoscenti facce stupite e preoccupate. Ci ha colpito la frase di una carissima amica: “Capisco prendersi una pausa, ma così tanto è troppo. Potevano bastare un paio di mesi”. Opinioni, da rispettare, utili per rifletterci su. Siamo subito tornati a casa per misurare l’Australia con il metro. Due calcoli e un dubbio: “Cinque mesi non saranno troppo pochi?”.

 

 

B. La programmazione

 

Una delle cose più belle è programmare un viaggio. Accarezzare tutti quei cataloghi di carta patinata che ti danno in agenzia, scoprire che la rivista specializzata in edicola ha un articolo proprio sulla località che hai scelto, saltabeccare in internet nelle ore notturne e chattare con qualcuno che c’è stato, è entusiasta e ti spinge a farlo. Questa volta è diverso. Il viaggio tipo dura tra una e tre, in casi eccezionali quattro, settimane. Non trovi facilmente in rete qualcuno che si è spostato dall’altra parte del mondo, per turismo, per alcuni mesi. Per giunta portandosi in valigia un bambino di nemmeno sei anni. Ricerche affannose, anche nei siti di lingua inglese, francese e tedesca, mettendo insieme le nostre pseudo conoscenze linguistiche.

Non abbiamo trovato nessuno che ha indossato il nostro vestito, però qualche spunto è arrivato. Una mantella di arlecchino, piccole pezze di ogni forma e colore, frammenti di viaggi vissuti con mezzi diversi, in posti dei quali si fatica a ricordare il nome. Il risultato è un quadernone fitto fitto di appunti, nomi, luoghi e suggerimenti. Grazie a tutti.

Come è diverso rispetto a vent’anni fa, ai tempi dell’interail. Avevi in tasca questa tesserina magica, frutto di risparmi e buoni voti a scuola. Il treno andava e quando si fermava non sapevi dove sbarcavi. Le guide turistiche (per chi le leggeva) erano datate e comunque approssimative. Le città solo nomi, scatole vuote da riempire di contenuti.

Quello che non cambia è il contatto con la realtà. Perché, per quanto ti possa preparare, avere conoscenze dettagliate, testimonianze, per quanto tu sia organizzato, il viaggio vissuto da dentro è un’altra cosa. Anche se hai visto cento documentari, imparato a memoria gli appunti di viaggio di decine di viaggiatori, comuni o d’eccezione, trascritto sulla tua agenda brani scelti delle guide turistiche più vendute, quando arrivi sul posto è diverso. Apri gli occhi, ascolti quello che ti succede intorno, percepisci gli odori, assaggi quello che ti offrono, senti sulla tua pelle il vento della novità. È qui il viaggio, il resto sono rimasticature di vita, già predigerite da altri.

Però la preparazione serve, se non altro per decidere dove andare. Questa volta è diverso perché l’itinerario non può che essere approssimativo. Già si fa fatica a programmare due o tre settimane, figuriamoci cinque mesi, con al seguito un bambino piccolo che si può ammalare e farti saltare tutto.

La prima scelta è il mezzo di locomozione. Camper. Una cosa sorprendente, visto che non ci avevamo mai messo piede, che non avevamo neanche una vaga idea di come funzionasse, di cosa dovessimo portarci dietro. Non ti dico la prospettiva di cambiare uno pneumatico: andiamo entrambi nel panico più totale già quando succede in città, alle nostre utilitarie.

A convincerci il viaggio precedente fatto con Lieto, l’anno scorso. In Canada per quindici giorni in giro con la macchina, ogni sera un posto diverso dove dormire. Quando siamo rientrati, Lieto è tornato a scuola e la maestra gli ha chiesto: “Come è stato il viaggio? Cosa ti ha colpito di più?”. Un secondo per pensarci: “Ci sono tanti alberghi”.

Il camper è una casa, magari un po’ piccola, ma sempre una casa. Un punto di riferimento per un bambino che all’improvviso li perde tutti. Una piccola cuccia dove poter tenere i suoi giochi (pochi), dormire nel suo letto (scomodo).

Non pensavamo sarebbe stato davvero possibile fare le valigie. Parti dal concetto che ti devi portare il minimo indispensabile. Già, ma esattamente cos’è in un Paese così diverso dal nostro? Il paralizzante sospetto di tutti era che l’addetta ai bagagli Myriam, mai entrata in un campeggio prima di allora, non riuscisse a organizzare per tempo i bagagli o che li riempisse oltre i limiti consentiti dalle norme dell’aviazione internazionale e magari, cosa ben più grave, dalle dimensioni del camper.

In realtà, le cose sono andate meglio del previsto perché lei si è lasciata guidare da un semplice ma incontrovertibile dato di fatto: là passeremo tanto tempo però avremo poco spazio. Poi, a parte le cose che detta il buon senso (tipo, scarpe aperte ma anche ciabatte di plastica da usarsi eventualmente in doccia, abiti estivi ma senza dimenticare i kwey e un maglioncino a testa) e quelle dettate dal medico (dall’antidiarroico al paracetamolo), devi seguire un po’ istinto e anche soddisfare qualche vezzo. Per esempio, infilare in un borsone una cravatta per Claudio e un paio di décolletés con stiletto per Myriam (che nel deserto di terra rossa non sfoggerai mai ma non si sa mai) e comprare (è stato uno degli ultimi acquisti prima della partenza) una pentola di medie dimensioni per cuocere al vapore. Ovvio che in Australia ne vendono, ma con tutto quello che avevamo da organizzare e comprare  a Sydney (cibo, in particolare, visto che non lo si può portare dall’Italia) non era proprio il caso di mettersi a cercare il pentolame. Quella cuocialvapore si è rivelata provvidenziale.

Il nostro fornello aveva formalmente due fuochi ma era opportuno utilizzarne uno solo perché il secondo era, per così dire, un po’ troppo effervescente e, oltre a minacciare d’incendio la nostra cucina mobile, rendeva impraticabile il lavaggio delle casseruole che si ritrovavano impiastricciate di un nero indelebile. Ebbene con la pentola made in Italy, pardon bought in Italy, riuscivamo in contemporanea a cuocere la pasta e la verdura, poi toglievamo quest’ultima dal cestello o lo usavamo come scolapasta, in un’economia di spazio e di combustibile di cui andavamo fieri. Ora quella pentola sta in una cucina di Melbourne, da amici conosciuti laggiù con cui abbiamo condiviso qualche giorno e parecchie emozioni.

 Abbiamo anche portato con noi un paio di piccole tovaglie: se il camper doveva diventare la nostra casa era bene che ci fosse qualcosa a ricordarci questa aspirazione e a concretizzarla. Non potevano mancare tre diari, uno per ciascuno (bianco, grande e stile organizer per Claudio; in carta riciclata con su dipinto un paesaggio onirico per Myriam; giallo solare con la dedica del suo amico del cuore per Lieto), penne, indirizzi, libri, macchina fotografica, videocamera e, ovviamente, qualche giocattolo (un paio di macchinine, quattro gormiti e il pupazzo di Barbaforte).

 Deciso tutto il “malloppo”, lo abbiamo distribuito così: in tre bagagli, quelli che avremmo tenuto con noi sull’aereo, abbiamo inserito il necessaire per vivere dignitosamente per un paio di giorni dovunque. Negli altri abbiamo sparpagliato vestiti dell’uno e dell’altro, aggeggi per la vita domestica e libri.

L’obiettivo? Limitare i danni. Se anche si fosse smarrito un pezzo, nessuno di noi sarebbe restato senza nulla da mettersi addosso o da leggere. L’inscatolamento è stata un‘impresa: ogni bagaglio veniva pesato da Claudio, in modo da non superare il limite consentito dalla compagnia aerea.

 Se all’andata ce la siamo cavati egregiamente, va detto che al ritorno le cose si sono complicate. Per una strana legge della fisica i vestiti che entrano una volta in un bagaglio, quando li togli e poi provi a rimetterceli (esattamente gli stessi vestiti) non ci stanno più tutti. Cinque mesi d’Australia, poi ti caricano di ricordi. Oltre a quelli affettivi, anche qualche regalino e sacchetti di sabbia raccolta un po’ qui e un po’ là perché continuasse a raccontarci l’Australia una volta rientrati. Tutto lentamente si accumula e ti trovi alla fine del viaggio con troppi bagagli. Così un pezzo della nostra storia ha viaggiato seguendo un altro percorso, via mare, e prendendosela comoda.

 Così, mentre qui in Italia siamo sprofondati nell’inverno, da laggiù, solcando gli oceani, un plico è venuto a portarci ancora il profumo dell’estate agli antipodi. Dentro c’erano i nostri costumi, qualche maglietta e alcuni oggetti di vario tipo. Finché non è rientrata la pila con cui illuminavamo le nostre traversate notturne dei campeggi, Lieto non si è dato pace.

Quanto alle valigie, va detto che siamo anche stati fortunati: non si sono perse e, all’arrivo, abbiamo potuto lasciare in deposito a casa di amici a Sydney i giacconi pesanti che ci sarebbero serviti a Hong Kong e a Milano, al ritorno. Per il resto dimenticanze irreparabili non le abbiamo commesse. D’altronde i peccati veniali si rimediavano facilmente entrando in un qualunque supermercato australiano. Piuttosto abbiamo portato qualcosa di troppo, per esempio vestiti (di lavatrici ne abbiamo incontrate parecchie, tanto che non abbiamo mai dato fondo a tutti i nostri cambi) e il ferro da stiro. L’impressione è che down under dalle lavatrici i panni uscissero meno stropicciati del solito e, soprattutto, in posti come il Nullarbor non c’è - letteralmente - nessuno che nota eventuali pieghe su una t-shirt o un bermuda.

 

 

C. Chiudere la casa

 

Se lasci la tua casa per cinque mesi, non basta staccare il gas, chiudere l’interruttore dell’acqua o mettere una bottiglia intera, rovesciata, nel vaso di fiori. Claudio ha impiegato una settimana per elaborare una lista completa di tutto quello che c’era da fare. La cosa più importante, però, è avere una vicina, il più possibile amica, che almeno una volta la settimana si venga a fare un giro. Giusto per vedere se è saltato un tubo e le stanze si sono completamente allagate o è entrato un ladro di passaggio è ha portato via tutto, mattonelle comprese.

“Certo, vi do uno sguardo volentieri alla casa, ma per quanto state via?”. La risposta ha fatto sgranare gli occhi a Barbara, che però si è ripresa subito, recuperando il suo aplomb. Le abbiamo lasciato cinque pagine di istruzioni, con l’elenco di bollette potenziali in arrivo e un centinaio di euro per gli imprevisti. Tutto molto chiaro e dettagliato, a parte la grafia di Claudio che l’ha obbligata a riscriversi quasi tutto, sotto dettatura.

Per quanto puoi sforzarti di prevedere, comunque, c’è sempre qualcosa che sfugge. Eravamo d’accordo che ci saremmo sentiti una volta ogni due settimane e sistematicamente spuntava qualche problemino. Burocrazia, burocrazia, burocrazia. Ad esempio multe delle quali si chiedeva un immediato pagamento, pur essendo stato già saldato il tutto mesi prima, Quisquilie, sia chiaro, rispetto al fatto che ti si possa allagare la casa, o che bruci in pochi minuti per un corto circuito improvviso. Però tutti questi contrattempi burocratici, ai quali siamo tristemente abituati, danno sempre un senso di irritazione e di angoscia. Certo, se sei a 16mila chilometri di distanza la vivi diversamente, tutto sembra più attenuato, soft. Anche se ancora più assurdo. Capita per esempio di trovarsi in posti tipo il Daly waters, uno stravagante pub in pieno outback alle cui pareti e al cui soffitto è appeso di tutto: reggiseni, magliette, foto, berretti, persino banconote e carte d’identità che la leggenda vuole essere stati dimenticati lì dai visitatori in transito. Esci, cerchi un telefono in zona, chiami casa così tanto per vedere come butta e, soprattutto per sincerarti se aldilà di quel pub e delle città fantasma che la cartina riporta poco oltre, esista ancora quel mondo frenetico e spesso avvinghiato su se stesso che poche settimane fa hai lasciato. E sei subito accontentato: l’istituto di previdenza ti segnala l’assenza del versamento dei contributi nel periodo di maternità, con l’obbligo di chiarire la situazione entro sessanta giorni. Per fortuna entro sera trovi una postazione internet da cui scrivi una mail utile per bloccare la registrazione di un dato fallace.

 

Una famiglia, con un bambino piccolo, lascia il lavoro, chiude casa per cinque mesi e se ne va dall’altra parte del mondo per un viaggio speciale. È l’avventura di Claudio, Myriam e Lieto, che hanno percorso 23 mila chilometri di Australia con un camper, cambiando stile di vita.
Ad accoglierli una natura incantevole e gli abitanti di una terra con un tempo, uno spazio e una storia per noi europei tutti da scoprire.

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