Paolo Cugurra
Pensieri giacobini

Titolo Pensieri giacobini
Autore Paolo Cugurra
Genere Narrativa      
Pubblicata il 08/11/2010
Visite 7956
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  96
ISBN 9788873882961
Pagine 112
Prezzo Libro 10,00 € PayPal
Oggi, i giacobini non godono di buona fama, perché ritenuti assertori di un modello di Stato accentrato, nemico delle comunità intermedie, Stato che sarebbe degenerato con il moltiplicarsi dell'apparato burocratico e, pertanto, diventato lontano dalle istanze locali. Nonostante questo Paolo Cugurra non teme di andare contro corrente, non solo per quanto scrive ma già dal titolo scelto per le sue riflessioni. 
Sono riflessioni che, a mio avviso, si possono coagulare nel concetto: “nella giustizia c'è tutto”; una giustizia intesa nella più ampia accezione di eguaglianza sociale, equità, rispetto delle leggi, imparzialità e condizione per l'esercizio della libertà. 
dalla prefazione di G. B. Varnier
PREFAZIONE
di Giovanni Battista Varnier
 
 
Oggi, i giacobini non godono di buona fama, perché ritenuti assertori di un modello di Stato accentrato, nemico delle comunità intermedie, Stato che sarebbe degenerato con il moltiplicarsi dell'apparato burocratico e, pertanto, diventato lontano dalle istanze locali. Nonostante questo Paolo Cugurra non teme di andare contro corrente, non solo per quanto scrive ma già dal titolo scelto per le sue riflessioni. 
Aiutato, come dice lui, dalla canizie (cioè dalle gioie e dai dolori della vita) “a non cadere nella trappola delle deduzioni facili, agevolate poi da luoghi comuni o superficialità consolidate dalla pura assuefazione”, egli si distacca dalla terraferma della quotidianità e distilla un pensiero che da lungo tempo lo inquieta e forse in qualche passaggio anche lo tormenta. 
Sono riflessioni che, a mio avviso, si possono coagulare nel concetto: “nella giustizia c'è tutto”; una giustizia intesa nella più ampia accezione di eguaglianza sociale, equità, rispetto delle leggi, imparzialità e condizione per l'esercizio della libertà. 
Sulle orme di Erasmo da Rotterdam (iustitia in se virtutem complecitur omnem), la giustizia contiene i sé tutte le virtù, anzi ne è la regina e non è un caso che Cugurra ponga al centro del suo pensiero proprio la giustizia, perché essa è la qualità che più di ogni altra implica l'impegno e talvolta il sofferto impegno, della ragione. Infatti, se si può essere anche caritatevoli e addirittura magnanimi con i propri nemici per un semplice atto di volontà o per un moto immediato dell' animo, per risultare veramente giusti dobbiamo a lungo interrogare e tormentare la ragione e sceverare il giusto dall'ingiusto, affinché la giustizia nei confronti di una parte non diventi ingiustizia per altri e, nel contempo, non si cada nella più grave delle colpe, rappresentata dalla negata giustizia. 
Il nostro Autore è tutt'altro che un materialista e neppure un indifferente nei confronti del fenomeno religioso, ma è pervaso dallo scomodo fascino della ragione e nelle riflessioni ricerca una prova, non per fede (che non sarebbe prova) ma attraverso la ragione per risolvere il quesito del Cristo-Dio e della sua natura divina o umana, appunto la “prova incontestabile”. A tal fine rilegge le narrazioni evangeliche e vorrebbe trovare in esse gli elementi autentici della divinità, ma incontra soltanto un uomo che esprime un pensiero assai elevato (tanto da poter ritenere il cristianesimo come una sorgente benefica di pensiero e la più santa che mai sia comparsa sulla terra), ma pur sempre un pensiero umano. Un pensiero, mi permetto di aggiungere, il cui apice è rappresentato da quel monito che solo chi è senza peccato può scagliare la prima pietra. 
Egli avverte, dunque, l'eccezionalità dell'Uomo di Nazareth e afferma che si può credere nel suo messaggio, ma tale messaggio è da leggersi come quello di un saggio del proprio tempo e di un uomo, il quale, per restare coerente a se stesso non si sottrasse alla morte. 
Tuttavia questo pensiero col tempo subisce una aberrazione, coniugandosi con il dispotismo del potere civile, perché la Chiesa di Roma da Costantino in poi si alleò sempre con il potere terreno e di qui derivò una progressiva involuzione che produsse la sostanziale obliterazione dell'insegnamento cristiano, tanto da considerare il cattolicesimo come la peggiore degenerazione del cristianesimo e da auspicare che venga estirpato dalla Chiesa cattolica il millenario vizio del potere, che costituisce la sua anima politica. 
Sono asserzioni che nel loro nucleo essenziale risultano piuttosto forti, anche perché si potrebbe provare a rovesciare i termini e ampliare lo spettro di indagine, osservando che è il potere di ogni genere, dunque ancor prima dell' era cristiana, che cerca il sostegno della religione per legittimarsi di fronte ai sottoposti, attraverso il rito della sacralità del comando. Si tratta del continuo ripetersi di quel grande inganno per cui Parigi vale bene una messa e ancora oggi, dopo l'11 settembre, le religioni o meglio coloro che dicono di agire in nome di Dio sono tornati protagonisti dei principali conflitti che attraversano la società globale; un inganno, dunque, che si perpetua nel tempo e nelle diverse civiltà. Ma a questo punto dobbiamo chiederci se ciò avvenga per colpa di chi detiene il potere politico o per colpa delle religioni. 
In relazione poi ai legami del mondo religioso con il potere io vedo nella Chiesa una articolazione complessa ma anche equilibrata tra avanguardie e retroguardie tra nova et vetera, tra la componente politica e quella profetica, ma osservando la storia per lunghi periodi, queste componenti non mi sembrano conflittuali o staccate, ma capaci di un gioco di squadra nel quale chi si è spinto avanti ad un certo punto si arresta per dare modo di essere raggiunto. 
Sappiamo che la Chiesa cattolica non attraversa tempi sereni, ma non per questo si può ritenere che le riflessioni di Cugurra si siano accentuate, perché egli non è un anticlericale e non approfitta delle facili contingenze del momento, il suo sguardo è di lungo periodo, mentre la sorte attuale è da imputare a secoli e secoli di commistione del cattolicesimo con il potere. 
Tuttavia in questo quadro di degenerazione ci sono motivi di speranza, come luci che si accendono nel corso dei secoli; il riferimento è alla eccezionalità (e l'espressione eccezionale è usata senza esagerazione retorica) delle qualità umane di personalità come Francesco d'Assisi e di Caterina Fieschi, a cui penso di aggiungere anche un'altra figura, semplice ma cara alla borghesia genovese, quale fu don Luigi Orione. 
Valutando complessivamente il pensiero di Paolo Cugurra non vorrei che apparisse un paradosso l'affermazione che ci troviamo in presenza di riflessioni intrise di un sincero sentimento di religiosità, si potrebbe dire di sacralità nel senso giuridico dell' espressione (come quando la nostra Costituzione parla di sacro dovere del cittadino); di quella religiosità che negli spiriti nobili aleggia al di sopra di ogni appartenenza religiosa. 
Certo egli vorrebbe andare incontro alla fede con la ragione, ma ad un dato punto la ragione si ferma e lo porta ad ipotizzare soltanto il Cristo come grande riformatore religioso e un Dio che forse c'è, ma è lontano. Usando la semplice ragione possiamo arrivare a sostenere l'esistenza di una lunga e ininterrotta linea vitale che ci collega con il nostro Creatore. “Che cosa impedisce allora di pensare che ciò che l'uomo chiama anima altro non sia che lo spirito dell'intera umanità”. 
Ma quello che incontriamo è soprattutto un Dio che non impedisce l'ingiustizia e per tanto, in quanto onnipotente, ha la colpa di omissione per non impedire l'evento dannoso e, in ultima analisi così facendo nega se stesso. A questo proposito ricordo il canto XIX del Paradiso, che ha per oggetto l'imperscrutabilità della giustizia divina, in cui Dante, dopo aver affermato sulla scorta della Scolastica che l'intelletto umano può essere illuminato solo dalla luce serena della rivelazione divina, costruisce l'immagine poetica dell'intelligenza umana che si può addentrare nella giustizia divina come l'occhio umano può penetrare nella profondità del mare, il cui fondo può essere visto dalla riva, mentre in alto mare il fondo ci è nascosto dalla sua stessa profondità, ma se l'occhio umano non può vederlo non per questo si può affermare che non ci sia. 
Per parte mia aggiungo che la conoscenza che avviene con la ragione è destinata a diventare di dominio universale, mentre quella che si ottiene con il sentimento è personale e non trasmissibile e c'è chi ritiene che sia un errore dell'uomo quello di valutare le cose inconoscibili con il metro della sua conoscenza, applicando all'ignoto le regole del noto. 
Infine come spunto di speranza -ne abbiamo tutti tanto bisogno- propongo di richiamare il pensiero del più eterodosso dei grandi dottori della Chiesa: Agostino d'Ippona per il quale la giustizia nei rapporti pubblici e privati è la conformità della coscienza dell'uomo al disegno di Dio e si realizza nel buon governo della cosa pubblica e privata, nell'adempimento scrupoloso del proprio dovere e nell'attribuzione a ciascuno di ciò che gli spetta, partendo dal significato più profondo e interiore.
 
PREMESSA STORICA
 
Discorso di Robespierre alla Convenzione, il 18 fiorile (7 maggio 1794).
“Che avvi di comune fra preti e Dio?
I preti sono, rapporto alla morale, ciò che i ciarlatani sono, rapporto alla medicina.
Oh! Quanto il Dio della natura è diverso dal Dio dei preti! Io non conosco niente di più simile all’ateismo che le pratiche religiose da essi stabilite.
Per troppo sfigurare l’Ente supremo, l’hanno annichilito per quanto da essi dipendeva: ne han fatto ora un globo di fuoco, ora un bue, ora un albore, ora un uomo, ora un re.
I preti hanno creato un dio a loro immagine; l’han fatto geloso, capriccioso, avido, crudele, implacabile; essi l’han fatto come un tempo i prefetti di palazzo trattarono i discendenti di Clodoveo per regnare in suo nome e mettersi in suo luogo; l’hanno relegato nel cielo come in una reggia e non l’hanno chiamato sulla terra se non per dimandare a lor profitto le decime, gli onori, i piaceri ed il potere.
Il vero tempio dell’Ente Supremo è l’universo; nel suo culto la virtù; le sue feste, l’allegria di un gran popolo riunito sotto i suoi occhi per maggiormente strigner i nodi dell’universale fratellanza e per presentargli l’omaggio di tanti cuori sensibili e puri”.
Presentò infine il decreto seguente che fu approvato per acclamazione:
art. 1. Il popolo francese riconosce l’esistenza dell’Ente Supremo e l’immortalità dell’anima.
2°. Riconosce che il culto più degno dell’Ente Supremo è la pratica dei “doveri dell’uomo.
Fu ordinata una festa solenne per 2° pratile ed affidatane l’esecuzione a David. È d’uopo aggiungere che nel decreto fu nuovamente proclamata la libertà dei culti.(A.Thiers - Storia della Rivoluzione francese, vol. II° Lugano. C. Storm e Armiens 1838 - versione italiana fatta per cura degli editori, pagg. 42-43).Louis de Saint-Just (dai Frammenti sulle Istituzione Repubblicane).
 
Ottavo frammento: Istituzioni morali.
Il popolo francese riconosce l’Essere Supremo e l’immortalità dell’anima.I primi giorni dei mesi sono consacrati all’Eterno.Tutti i culti sono egualmente permessi e protetti.I templi pubblici sono aperti a tutti i culti.Il popolo francese consacra la sua ricchezza e suoi figli all’Eterno.L’anima immortale di coloro che sono morti per la patria, di coloro che furono buoni cittadini, che hanno amato il padre e la madre e non li hanno mai abbandonati, è in seno all’Eterno.L’inno all’Eterno viene cantato dal popolo ogni mattina nei templi, e tutte le feste pubbliche iniziano con esso. Sesto frammento: istituzioni civili (Saint-Just)Degli affetti.Colui che dice di non credere all’amicizia viene bandito.
Ogni uomo di ventun anni è tenuto a dichiarare nel tempio quali sono i suoi amici e questa dichiarazione deve essere rinnovata ogni anno.Gli amici vanno messi l’uno accanto all’altro nei combattimenti.Coloro che sono stati amici tutta la vita sono rinchiusi nella stessa tomba.Gli amici porteranno il lutto l’uno dell’altro.Se un uomo commette un delitto, i suoi amici vengono banditi.Se un uomo non ha amici viene bandito.Gli ingrati verranno banditi.Chi ingannerà una fanciulla, sarà bandito.
 
Oggi, i giacobini non godono di buona fama, perché ritenuti assertori di un modello di Stato accentrato, nemico delle comunità intermedie, Stato che sarebbe degenerato con il moltiplicarsi dell'apparato burocratico e, pertanto, diventato lontano dalle istanze locali. Nonostante questo Paolo Cugurra non teme di andare contro corrente, non solo per quanto scrive ma già dal titolo scelto per le sue riflessioni. 
Sono riflessioni che, a mio avviso, si possono coagulare nel concetto: “nella giustizia c'è tutto”; una giustizia intesa nella più ampia accezione di eguaglianza sociale, equità, rispetto delle leggi, imparzialità e condizione per l'esercizio della libertà. 
dalla prefazione di G. B. Varnier

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