Giorgio Ansaldo
CRUCIVERBA

Titolo CRUCIVERBA
Autore Giorgio Ansaldo
Genere Narrativa      
Pubblicata il 09/11/2010
Visite 10369
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  102
ISBN 9788873882725
Pagine 254
Prezzo Libro 12,00 € PayPal

 "Non ti scoraggiare la felicità può essere dietro l'angolo” così gli amici spesso consolano chi si sente solo, chi ha perso un grande amore, chi pensa che la vita non gli possa più offrire nulla di buono. In questa fase di passaggio, che tutti noi qualche volta abbiamo provato, si dibattono i quattro personaggi del romanzo, distanti geograficamente, ma accomunati da uno stesso stato d'animo, da uno stesso destino.

Il loro percorso, dopo avventure erotiche sbagliate e momenti di rabbia e di sconforto, li porterà ad addentare ancora la dolcezza della vita. 
Susan, Ugo, Gunther e Olivier, forse, troveranno la loro giusta collocazione nell'enigmatico cruciverba delle loro esistenze.

1 ORIZZONTALE Susan

 

Newquay.

Esiste in Cornovaglia un angolo d’America. Si tratta della poco conosciuta cittadina di Newquay.

Poco conosciuta nel mondo, ma molto amata, come meta di vacanza, dagli inglesi stessi.

Raggiungibile in auto percorrendo strade secondarie di campagna.

Raggiungibile in ferrovia con un unico treno: quello locale che sferraglia sulla monorotaia tra boschi incantati, di un verde intenso, il colore che solo in Inghilterra assume la vegetazione lavata e sciacquata dalle pioggerelle quotidiane. Il trenino si incunea, piuttosto lento, tra gli alberi e, quando la rotaia di tanto in tanto, si biforca per pochi metri, il convoglio si ferma per lasciar passare il suo gemello, di ritorno dalla cittadina di mare, la cui stazioncina è piccola, costituita da due sole rotaie, che hanno la loro fine contro l’esiguo marciapiede del basso edificio.

 

A Newquay era diretta quella mattina Susan Frisell. Ci andava per qualcosa di importante: raggiungere il proprio fidanzato. La sorella Sharon le consigliava di indossare jeans e maglietta, la madre un capo più femminile. Le due valigie furono aperte e chiuse più volte, finché la scelta cadde su maglietta rosa e gonna a fiori morbida, sportiva sì, ma femminile.

Era importante per Susan vestirsi in maniera azzeccata poiché lei, di suo, era abbastanza carina, ma piuttosto scialba, incolore, e se sbagliava la tonalità o la foggia dei suoi abiti, rischiava di apparire se non brutta, assai insignificante. Viceversa, a volte, bastava un vestitino ad hoc per sembrare davvero graziosa…’oh what a nice girl!’ Così diceva la vecchia vicina di casa quando la vedeva uscire al mattino diretta al lavoro.

Le Frisell salutarono Susan dai vetri del bovindo, intasato di begonie e ficus benjamin, mentre saliva sul mastodontico taxi nero che da CandemTown l’avrebbe portata, destreggiandosi nel traffico del mattino londinese, fino alla Victoria Station.

 

Sul treno rapido Londra-Plymouth Susan non ebbe problemi. Passò il tempo a leggere le notizie un po’ maliziose di ‘The Sun’, ben sapendo che non tutte rispecchiavano la verità assoluta.

A Plymouth, dovette cambiare mezzo ferroviario e salire sul corto e quasi deserto trenino per Newquay. Fu a bordo di esso, che durante una delle molteplici soste, fu colta da un senso odioso di malessere, quasi paura di qualcosa, quasi panico. Forse l’essere sola nel vagone, forse i fitti boschi, unica visuale possibile dai finestrini, forse quel senso di inadeguatezza che a volte la coglieva pensando al suo rapporto con Tommy, un ragazzo di bellezza di gran lunga superiore all’aspetto di lei, forse le sue troppe insicurezze riguardo al futuro.

“Devo imparare a godermi il presente e smetterla di prevedere un futuro che comunque non può essere predetto” cercò di convincersi Susan e guardò con sollievo verso la radura che si apriva dopo tanti boschi ad annunciare la sua meta.

 

Susan vide subito Tommy Bird sullo sterrato assolato davanti alla stazione di Newquay.

Le paure si sciolsero, il respiro tornò regolare: finalmente anche per lei erano iniziate le vacanze.

Tommy l’aveva preceduta di una settimana nella località balneare e si era fatto ben ben coccolare dalla propria madre, da sempre padrona e regina della magione dei Bird a Newquay. Mrs. Bird ci era proprio nata lì e non si era mai allontanata dalla grande casa di legno bianco affacciata sul dirupo della scogliera.

Tommy era atletico ed accogliente, giocava a rugby d’inverno e praticava surf d’estate. Susan, come sempre, si sentì un fragile passerotto, stritolata dai suoi bicipiti abbronzati. Il ragazzo la baciò a lungo sulla bocca e poi la depose, quasi lei fosse senza gravità, sul sellino posteriore della sua Honda 850, sistemò le valigie con dei lacci elastici ed inforcò la moto con decisione quasi prepotente, partendo a freccia tra due onde di terriccio e polvere.

Costeggiarono spiagge sabbiose, battute dal vento atlantico, punteggiate da piccoli gazebo di paglia.

Sulle alte onde, sciami di surfisti biondi: quella mattina mancava solo Tommy Bird.

Susan si sentiva sicura quando era abbracciata a Tommy sulla moto e percepiva il vento che le schiaffeggiava piacevolmente le caviglie. Strinse il corpo del marmoreo fidanzato.

Sì, Tommy Bird era suo. Tutto suo da cinque anni e forse quell’estate si sarebbe parlato di matrimonio. Standogli vicino i dubbi parevano un po’ assopiti.

Ora la moto correva in mezzo alla brughiera dell’altipiano, da una parte prati verdi un po’ brulli pieni di arbusti di erica fiorita, dall’altra l’inquietante vuoto del dirupo sul mare, proprio come nel cuore della ragazza: da una parte la gioia di un’intensa storia d’amore, dall’altra le tante paure legate ad essa. Ecco apparire la casa bianca. Sulla porta i genitori di Tommy che sorridevano doverosamente all’arrivo della futura nuora.

Nel cuore di Susan, vedendo il viso duro di Mrs. Bird, un brivido d’infelicità.

 

 


2 VERTICALE Ugo

 

Roma.

Il ritmo ripetitivo e sensuale del brano soul di Marvin Gaye risuonava a basso volume, data l’ora, nel bagno di Ugo. L’acqua della doccia scivolava via dai suoi corti ricci neri, giù sul naso dritto ed importante, quasi fossero impermeabili, poi colava giù dal mento fin sui pettorali duri e perfetti, formando una cascatella birichina sugli addominali scolpiti e si biforcava sul pube a solleticare le cosce sode di chi ha giocato per anni a calcetto, saltellava sulle ginocchia ed andava a baciare le dita dei piedi.

Ugo si spugnava le ascelle, il pube e le natiche con meticolosa cura. Ora il corpo da gladiatore romano usciva trionfalmente dal getto caldo per tuffarsi in un ampio accappatoio blu. Il mento quadrato e le guance tirate venivano cosparse di bianca schiuma da barba che contrastava fortemente con la carnagione abbronzata. Il rasoio correva sicuro sulle gote e sul collo. I suoi profondi occhi scuri trapanavano lo specchio per evitare qualsiasi imprecisione.

Ancora una sciacquata al viso, qualche schiaffetto di dopobarba al lime e il prodigio era fatto: usciva nudo dal bagno lo statuario Adone come sbucato, in un lontano passato, dalle più antiche terme romane.

Questo era Ugo Franci, un ottimo esemplare di virile romanità. Piaceva a tutti, o quasi, meno che alla moglie, o meglio all’ex-moglie. Quando il pensiero dell’uomo correva a lei e al loro figlio di nove anni, gli pareva come se una mano gli strizzasse forte il pomo d’Adamo. Doveva deglutire alcune volte, prima di tornare alla normalità, ed emettere un lungo respiro per contrastare quella brutta impressione.

 

Adesso il trentacinquenne stava chiudendo ad uno ad uno i bottoni di madreperla della sua camicia bianca, occultando per necessità il petto cosparso discretamente di scuro pelo.

“Accidenti, questa camicia traspare.” Constatò Ugo e sostituì la leggera camicia di popeline con una di Oxford, tessuto ben più compatto. La cravatta fu annodata con maestria e con pochi abili tocchi.

La giacca blu di taglio sartoriale fu infilata al volo: cominciava ad essere tardi. Le scarpe nere con le stringhe furono annodate però con cura: non amava trovarle slacciate mentre lavorava. Una spruzzata di austera colonia sul collo, un fazzoletto pulito nella tasca.

Il rituale del mattino era giunto al termine. Afferrò il casco con maschia sicurezza e poco dopo il perfettissimo sfrecciava sulle strade romane a bordo della sua Kawasaki.

Montesacro, Nomentana, Parioli: la casa del ministro G. era la sua meta.

Il guerriero sapeva cavalcare il suo destriero con incredibile perizia. Nessuno, vedendolo, avrebbe potuto immaginare che il suo animo era esacerbato da dolore e delusione ed il suo unico stato mentale grondava infelicità.

 

 


3 ORIZZONTALE Gunther

 

Berna

L’antica strada principale di Berna ha forse una caratteristica unica al mondo: gli esercizi commerciali sono situati su due piani. I locali superiori si affacciano in maniera convenzionale sotto i vecchi, caratteristici portici. Lì la gente passeggia, curiosa nei negozi, si siede ai tavolini delle golose pasticcerie. All’esterno dei portico, proprio sulla strada, si aprono invece dei portali piuttosto inclinati, tramite i quali, scendendo pochi gradini, si accede ad altri negozi sottostanti per lo più molto caratteristici: erboristerie, magazzini di oggettistica etnica, librerie di testi antichi, piccoli empori di vintage, baretti votati alla vita notturna dove si ascolta jazz e musica alternativa.

 

Gunther Gessler aveva passato in uno di questi club la notte appena trascorsa, poiché il jazz era la sua passione, ma, dopo poche ore di sonno, ora stava recandosi al lavoro in un’agenzia di traduzioni sita al primo piano di un’antica casa della via.

Quella mattina aveva un colloquio importante: forse, finalmente, gli veniva affidato un lavoro di traduzione davvero prestigioso. Si sentiva però debole ed intontito, probabilmente non avrebbe dovuto star fuori fino a tardi, la sera prima, ma al ‘Cotton club’ cantava Sondra Bauer, una delle cantanti jazz tedesche sue preferite. Dalle songs di Kurt Weill al repertorio di Billie Holiday, Sondra si era esibita generosamente in un concerto dove i bis non finivano mai: sarebbe stato davvero un peccato andarsene via prima della conclusione.

Gunther agguantò in una pasticceria un trancio di strudel ed ordinò un caffè ben zuccherato: sicuramente lo zucchero lo avrebbe un po’ rinvigorito, anche se per la dieta non era l’ideale.

Certo, sapeva di essere soprappeso. Tra le birre di notte nei ‘jazz club’ e i dolci di giorno, la sua pancetta pelosa era lievitata ed i suoi coscioni riempivano i jeans quasi a strapparli.

Eppure Ursula, la sua migliore amica, continuava ad affermare che anche così era un uomo molto sexy e che, se lui avesse voluto, molte sue conoscenti lo avrebbero impalmato assai volentieri. Lei stessa, a volte, sembrava corteggiarlo, pizzicandolo sulla pancia o sul sederone oppure sbaciucchiandolo sulla barba irsuta.

Gunther era molto pigro, la sua casa era spesso sporca e maltenuta, ma lui ci stava bene. Ciabattava in mutande dalla camera da letto al suo studio dove lavorava, sbocconcellando tutto ciò che gli capitava a tiro e spesso al mattino evitava di farsi la doccia… intanto, magari, quel giorno non avrebbe incontrato nessuno. Curiosamente invece le donne parevano affascinate da quella casa trucida, forse mosse dalla voglia di accudirlo e di migliorare la qualità della sua vita.

Ursula, a volte, piombava da lui con qualche amica il sabato sera o la domenica pomeriggio, di solito si trattava di sue colleghe, parrucchiere come lei. Gunther le subiva volentieri, ma diventava taciturno e si chiudeva in se stesso. Da un certo punto di vista si trattava di timidezza, ma da un altro di una strana forma di arroganza: nessuna di esse, compresa Ursula, gli piaceva abbastanza da pensare di volerla scopare. Forse l’essere così esigente gli veniva dal fatto di essere superdotato.

Sapeva di possedere un pene molto, molto al di sopra della media e verso questo stupefacente membro nutriva un’adorazione totale. Si masturbava lungamente pensando ad una donna ideale, una che si meritasse davvero il suo gioiello, ma spesso questa immagine era confusa. Passava in rassegna le amiche di Ursula, le immaginava nude ed in posizioni molto provocanti e sconce, ma poi sorprendentemente le bocciava e, per eiaculare, spostava la sua attenzione solo e semplicemente sulla grossezza del suo stesso pene.

Questo gli piaceva molto, questo lo faceva venire immediatamente.

 

L’importante editrice Lili Seidelman, discutendo del prestigioso lavoro affidato a Gunther, notò le briciole di strudel sulle labbra e sulla barba del traduttore, notò la macchia di caffè sulla camicia ed inevitabilmente il suo sguardo vagò ancora sull’uomo alla ricerca di qualche imperfezione.

Frau Seidelman, scendendo con lo sguardo sotto la cintura, non potè fare a meno di notare che il caffè sbrodolato aveva macchiato anche i pantaloni, ma notò altresì che sotto quei pantaloni doveva esserci qualcosa di molto, molto grosso, il leggero tessuto mostrava la forma palesemente, anche perché Gunther abitualmente, allo scopo di non perder tempo a lavarle, non portava quasi mai mutande.

Anche la dottoressa Seidelman, come tutte, si sarebbe concessa immediatamente, anche lì negli uffici, a quell’uomo trasandato dal magnetismo irresistibile, ma ovviamente, dandosi un contegno, si limitò a consegnare il materiale di lavoro all’esperto traduttore.

Per Gunther si trattava del primo incarico davvero grosso della sua carriera: la traduzione dall’inglese di tutti i racconti di Daphne du Maurier. Lui era specializzato in letteratura inglese, ma, fino ad allora, la scrittrice non era stata tra i suoi autori preferiti.

“Forse approfondendo la conoscenza, l’amerò di più.” Pensò Gunther.

L’uomo notò che il seno prosperoso di frau Seidelman, ampiamente scoperto dall’abitino scollato, ebbe un fremito mentre si davano la mano nell’accomiatarsi.

Giunto a casa, Gunther posò la documentazione sulla scrivania a fianco del computer, poi andò in bagno e si masturbò in piedi spruzzando nel lavabo ed immaginando di farlo sulle tette bianche della sua nuova datrice di lavoro.

Alzando gli occhi, scorse nello specchio involontariamente, per un attimo infinitesimale, la sua propria espressione del viso, un’espressione che esprimeva un solo sentimento: infelicità.

 "Non ti scoraggiare la felicità può essere dietro l'angolo” così gli amici spesso consolano chi si sente solo, chi ha perso un grande amore, chi pensa che la vita non gli possa più offrire nulla di buono. In questa fase di passaggio, che tutti noi qualche volta abbiamo provato, si dibattono i quattro personaggi del romanzo, distanti geograficamente, ma accomunati da uno stesso stato d'animo, da uno stesso destino.

Il loro percorso, dopo avventure erotiche sbagliate e momenti di rabbia e di sconforto, li porterà ad addentare ancora la dolcezza della vita. 
Susan, Ugo, Gunther e Olivier, forse, troveranno la loro giusta collocazione nell'enigmatico cruciverba delle loro esistenze.

Non ci sono commenti presenti.

Pubblica il tuo commento (minimo 5 - massimo 2.000 caratteri)

Qui devi inserire la tua Login!

Nascondi Qui devi inserire la tua password!

Hai dimenticato la password?

Qui devi inserire il tuo nickname!

Qui devi inserire la tua email!

Nascondi Qui devi inserire la tua password!

Hai dimenticato la password? Inserisci il tuo indirizzo email e riceverai i dati di accesso.

Qui devi inserire la tua email!

Ritorna alla login

Chiudi