Ugo Brusaporco
Chiacchiere da Osteria

Titolo Chiacchiere da Osteria
Autore Ugo Brusaporco
Genere Parole in Libertà      
Pubblicata il 09/11/2010
Visite 7941
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  108
ISBN 978-88-7388-306-7
Pagine 92
Prezzo Libro 10,00 € PayPal

"Chiacchiere da osteria" non è un romanzo, è un viaggio nel mondo dell’autore. È un documentario sul presente e la memoria. Il tentativo di allontanarsi dalla logica ottocentesca dello scrivere a soggetto, per un’idea pura dello scrivere per essere letto, regalando al lettore la curiosità del leggere, senza il bavaglio di una trama. 

Così come succede nella vita, dove si colgono le diverse “chiacchiere” ovunque le persone si incontrano, in un ufficio, su un mezzo di trasporto pubblico, all’entrata o all’uscita di uno spettacolo… anche all’osteria. 
E le osterie, soprattutto nel Veneto di oggi, sono ben diverse da quelle fumose e maschiliste di ieri, sono luoghi dove le età, i sessi e i ceti sociali si mescolano, dove si beve vino e si racconta la vita mentre si vive.
 

 

[...]

L’oste ha portato il vino e i panini.

Io verso il vino e addento un pezzo di pane, Riccardo mi guarda. Non mi sento in colpa! Gli dico, è un film che dovevamo fare, sei tu ad avere avuto paura, insisto.

Riccardo, cambia espressione, ora si sente lui in colpa, ma non ha colpe: ora ha famiglia, e la coscienza di averla.

É così rara la coscienza di aver scelto di avere una famiglia, di far crescere sereni i figli perdendo i tuoi sogni, modificandoli come devono fare gli adulti.

Voglio bene a Riccardo per la sua onestà, per il suo senso del dovere, per la sua capacità di essere etico, sempre. “Etico”, mi ricordo una notte passata a Bellinzona, sotto un mucchio di foglie morte con Danilo e Petra. Guardavamo il cielo e non c’erano stelle in quella notte di fine novembre nascosta dalle nuvole.

E c’era freddo, ma non sotto una coltre di foglie. Parlavamo di vita e di cinema, e Danilo, grande documentarista, ci spiegava che vita e cinema non sono due cose diverse, che la vita, la propria vita, condiziona il cinema proprio perché il cinema deve essere “etico”, deve essere frutto di un’idea etica, perché il cinema è espressione dell’uomo, è comunicazione, è lavoro, prima di essere un prodotto.

Dimenticare questo e fare cinema per fare cinema non è etico, non è umano.

Petra, che fa la scenografa e i costumi, quella notte gli spiegò che, dal suo punto di vista, non era amorale lavorare al cinema e guadagnare i soldi. Poi, aggiunse che era vero, che le mancava l’eticità del fare cinema. Il sapere che non è un lavoro fine a se stesso girare un film, che uno lo avrebbe visto, il film, e che avrebbe pensato. Anche un film stupido ti fa pensare.

Oh Petra!

Com’è difficile dire di quello che dovrebbe essere e dire dell’amore e del lavoro, per fortuna c’è la notte e ci sono le foglie e le nuvole sulla testa e c’è il vento che ci fa prurito muovendo le foglie.

Riccardo mi sta guardando, aspetta che gli parli, ma non so cosa dire.

L’ho conosciuto tanti anni fa, già allora aveva pochi capelli e il volto triste, anche quando vinceva premi internazionali con i suoi documentari.

A che serve fare i documentari? È un lavoro etico fare il documentarista.

Danilo ultimamente sta filmando un lungo sciopero ed è inquieto perché non vuole tradire gli operai, la loro storia, la loro lotta.

Quando l’ho conosciuto, Riccardo, aveva un’altra idea d’amore e altri sogni.

Ma cosa si fa all’Osteria, si sa solo sognare?

C’era Dimitri, già, Dimitri che andava all’osteria per sognare.

E anche Nicola sognava un’osteria in osteria. Nicola è morto, me lo hanno ricordato l’altra notte.

Si è schiantato una sera d’estate contro un palo, lungo la strada. Tornava dal lavoro ed era contento, aveva una bella famiglia, aveva comprato un nuovo locale, mi aveva invitato all’inaugurazione. Lui però all’inaugurazione, non c’era. Era già morto, e il funerale era stato strano, eravamo un po’ di italiani e poi tanti balcanici, il rito era ortodosso, tanti piangevano, qualcuno beveva.

Non avrei più giocato con lui. Non mi avrebbe più preso in giro per il mio cognome, per la mia paura dei funghi, per l’aceto che detesto, per i sogni che non ho mai negato.

Sono strane le storie delle osterie, e a chi muore resta sempre un angolo nelle sue osterie.

E i pensieri corrono, continuano a correre … e Riccardo non è Dimitri né Nicola.

Riccardo è vivo, è un mio amico, sincero, come il futuro che abbiamo sognato. Quel futuro che non esiste, e lui non nega la realtà del nostro essere falliti, in ogni modo.

Insieme dovevamo cambiare il mondo, non ne abbiamo avuto il tempo né la forza, o forse abbiamo perso tempo a rincorrere piccoli sogni, a provare a dare un significato al nostro quotidiano vivere.

Tra poco sarà Natale, ancora una volta, e mi inginocchierò in chiesa sapendo, ben sapendo, che Dio non c’è.

Fermiamoci, ora, a pensare alla notte.

Riccardo mi guarda e piange, non c’è futuro per chi non lo conosce.

Stanca la pioggia continua a cadere straripando dai tombini, cancellando le esche per i topi che allegramente percorrono indisturbati il buio.

Ci sarà ancora un sogno nel cimitero visitato da Dante e nelle sue obbrobriose uscite all’Eterno? O dovrò accontentarmi del lezzo dei cadaveri stesi ad aspettare la fine di incubi terreni nascosti al futuro?

Tu, che futuro hai, Riccardo?

Basta! Fatemi dormire … Solo … dormire.

Tu, che futuro hai, Riccardo?

A cosa servono le immagini dei tuoi film, a dire che cosa? Troppo pesante è il tuo silenzio per trattenere il pianto. Già, piango e non avremo domani per asciugare le nostre lacrime. Viaggio … continuo viaggio … Seduto davanti a me Riccardo non vuole fermarmi.

Il vino è finito, le pagine sono sul tavolo, coperte di briciole, unico resto di saporiti panini.

Non c’è niente di meglio che un panino con la “bondola” e un bicchiere di vino, magari del valpolicella giovane, chiedo a Riccardo se mi accompagna in Valpolicella, gli spiego di Tiziano e del vino giovane.

Lui mi risponde che è venuto a parlare del film, che Franco vuole vederci, che dobbiamo girarlo e che i soldi forse si trovano.

Un film sull’handicap, sulla poliomelite, mi ricordo a scuola, uno, di un’altra classe, anche lui aveva la poliomelite e ci veniva a vedere mentre giocavamo a pallone.

Mi ha visto giocare poco, non ero un campione e non mi piaceva l’odore degli spogliatoi, quell’odore di creme muscolari che si scioglievano malamente sotto fumose docce.

E ora un film da fare.

Era stato difficile far capire a Franco, che aveva scritto un libro autobiografico, corretto e stilisticamente pulito, che per rendere il suo incubo malato era meglio pensare a un film meno pulito e corretto.

Riccardo aveva capito che Franco aveva l’idea un qualcosa di simile a uno di quei sceneggiati tv da prima serata domenicale ed era d’accordo con me che non sarebbe servito a nulla, che sarebbe diventata una storia pietosa e difficilmente digeribile. Franco, invece, non era d’accordo con noi, voleva un racconto lineare, voleva il rispetto del proprio scritto, della propria vita. Voleva veder chiaro quello che aveva sofferto, ma si è lasciato convincere. Pensava fosse l’unica maniera per fissare sullo schermo un po’ di se stesso.

Gli incontri tra noi erano andati avanti fino a primavera inoltrata, poi l’estate. Avevamo avuto tutti altro da fare e allora … la storia del film si era arenata. Ma Franco e Riccardo, per motivi diversi, ci tengono ancora a fare il film. Io … “Riccardo, non ho tempo”. Lui mi guarda e sorride, poi mi dice: “Tu non hai mai tempo”.

L’oste ci sta guardando, forse gli serve il tavolo.

Che cosa farai Riccardo?

Aspetto che tu mi chiami, intanto, domani avrò un colloquio per un posto di lavoro. Non ci crederai ma è un lavoro completamente lontano dal cinema. È vero, non ci credo, e allora, guardandoti andare, non resisto e ti urlo: Domani andremo a prendere il valpolicella nuovo.

L’informale coro dell’osteria non aspetta un minuto per urlare all’unisono: Veniamo anche noi.

Non verrà nessuno, né Riccardo né io abbiamo voglia di andarci, è che è Natale. E i cento giorni sono passati.

Per chi non la conosce bene, Verona è la città di Giulietta e Romeo, dell’Arena, l’anfiteatro romano, che dopo il mille fu usato per bruciare gli eretici catari, prima di diventare per i veronesi, dopo un terremoto, una facile cava di pietra per costruire case e chiese. Crollerebbero molti edifici se a qualcuno saltasse in mente di recuperare l’anfiteatro alla sua forma originale, con le pietre originali. Lo stesso l’Arena ospitò per decenni le prostitute, prima di spettacoli di arte varia e di una consacrazione nel 1913 a “tempio della lirica”. Un “tempio” di cui oggi restano le effimere rovine, meno attraenti delle antiche pietre.

Nei primi anni dieci del XX secolo fu usata come sala cinematografica, la prima, forse, dove la chiesa fece sospendere le proiezioni perché i film erano troppo osé. Eretici, prostitute, censure, sono temi ricorrenti in una città dove si celebrano i fasti austriaci, si combatte l’illuminismo napoleonico, si celebrano le messe in latino il giorno della Liberazione, si sopporta, come fosse ineludibile, l’odio dell’estrema destra che uccide, dai delitti di Ludwig  agli assassini di Nicola Tommasoli.  Qui si nascosero le armi di Gladio, si applaudì il fantoccio di un nero impiccato allo stadio, e si continua a coltivare l’odio nazista con il beneplacito silenzioso di alcuni poteri economici, politici e religiosi. Poteri tutti troppo intenti a fare i propri interessi per pensare al bene di una società imbarbarita.

Per il resto le prostitute sono bandite, come gli zingari, o come chiunque cerchi di opporsi alla subcultura del “diverso”, quella che in nome della sicurezza ha portato nella città soldati a pattugliare il niente, mentre nelle strade ti uccidono e tentano di ucciderti perché non sei fascista e mentre nelle famiglie, donne e bambini sono violentati e uccisi, in nome di una cultura machista e misoginamente cattolica che è vanto di politici e poteri forti.

Va bene così Danilo?

Sono abbastanza etico come documentarista?

Qualcuno può dire che non sono morale, ma di certo nessuno può negare il mio essere etico.

Questioni di lana caprina dirai, ma non è vero: la morale è una condizione dettata da un presupposto spirituale, religioso, l’etica è assolutamente laica.

Perché ho detto di questa sitibonda città?

Stavo provando a spiegare all’oste perché ero arrabbiato, non si può vivere, senza capire almeno dove si prova a vivere.

Suona il telefono, è Renzo, ha ricevuto la mia e mail, vorrebbe parlarmi, spiegarmi. So quello che vuole dire, ma ora non ho voglia di fermarmi a discutere, soprattutto al telefono, dei nostri opposti sentimenti. Ora fa capolino alla porta dell’Osteria Dimitri, si affaccia, sa che non può entrare, troppe volte la sua follia alcolica ha violato questo luogo, e non sa se la “condanna” è passata.

Saluto Renzo, gli fisso un appuntamento cui non andrò, almeno per ora, esco dall’Osteria, Dimitri mi aspetta. Non abbiamo molto da dirci, una volta mi chiese di scrivergli la presentazione di un suo libro di poesie, non so neppure se l’ha pubblicato. Non ci salutiamo neppure, abbiamo troppa fretta di non parlarci. E cosa possiamo dirci, noi, colmi del nostro io, incapaci di sopportare anche una piccola critica al nostro crederci poeti.

Il telefonino suona, Antonio dalla Spagna, da un fisso, lui non ha il portatile, mi rimprovera, come sempre, per essermi piegato alla servitù del moderno modo di sperperare i soldi e di dimenticarmi di quella antica forma di comunicazione personale che è l’incontrarsi. Mi rimprovera di spendere quattrocento euro di telefonate invece di prendere per molti meno soldi un aereo e andarlo a trovare.

Come posso dimenticare “Dal visibile all’invisibile” il video del grande vegliardo Manoel de Oliveira, con il mio grande amico Leon, che ha aperto Venezia 2008? Come posso dimenticare la geniale scena in cui De Oliveira mette uno di fronte all’altro, nella bolgia della grande città, due amici che si ritrovano, ed entrambi, che, continuamente interrotti dal telefonino, per parlarsi, per confrontarsi, alitandosi in faccia, non trovano di meglio che comunicare attraverso il telefonino? É il destino dell’uomo il rinunciare al suo essere parte dell’umano sentire? Il prendere in mano il telefonino per dire della sconfitta sovraumana cui si destina? Quanto conta il rispondere a chi è al telefono “ti chiamo tra cinque minuti” e il dirlo di fronte all’amico che ti vuole abbracciare?

Lo stesso sono disattento e Antonio insiste per un ultimo dell’anno da passare insieme.

Insieme con chi?

Antonio, tu sei uno dei miei quattro migliori amici. Non dimenticare che sei stato mio testimone di nozze. È inutile il tuo dire che è casualità! Che non sapevi! Forse, dopo “non sapevi”, proprio per quanto abbiamo bevuto. Quanto abbiamo bevuto, non lo so neppure io, ma penso né più né meno del solito, ovvero più di tanto. E ora cosa scrivo, che sono ubriaco ancora? Vorrei avere il coraggio di sfidare il mondo, il coraggio del protagonista di “Al dio sconosciuto” di John Steinbeck, quello di dissanguarmi per dare vita alla terra, per dare un senso alla vita, per dare un futuro ai miei figli. Vorrei morire, per non essere sconfitto, morire, solo morire, magari. Joseph Wayne il protagonista del romanzo si presentava così: Io non ho né fortuna né sfortuna. Non ho cognizione di bene o di male. Mi è negato anche il vero senso della differenza che c'è tra piacere e dolore. Tutte le cose sono una, e tutte sono parte di me.

Per anni ho pensato di essere così anch’io, ma non mi è mai bastato.

Carlo ha deciso di riportare a casa sua madre. Quelli dell’ufficio della CGIL, dove era andato per regolare la badante che ha assunto per accudirla, lo hanno trattato come fosse un marziano: non avevano mai visto uno che si riportava a casa la vecchia madre, togliendola da un comodo ospizio, dove non disturbava e non avrebbe disturbato nessuno.

Ho preso in giro Carlo, per la storia della badante: lui, comunista, che diventava datore di lavoro, ma ero emozionato per la sua caparbietà nel voler riportare a casa sua madre, nel volerla viva in città e non chiusa in una casa di riposo.

Certo, quella delle badanti è una traiettoria strana in questa società, un po’ come gli asili nido, simboli entrambi della fine dell’idea di famiglia. Simboli più forti dei divorzi, delle convivenze.

Non ho voglia di mitizzare la famiglia. Non che questo mito, diventato vessillo di borghesi e integralisti, non mi appartenga, mi appartiene, da sempre e in modo anche violento, ma non lo amo.

Vengo da una piccola famiglia, frutto di due numerose famiglie vicentine, distanti l’una dall’altra anni luce. Quella di mia madre era una famiglia patriarcale, ricordo mio nonno, alto, ritto, severo, il sapiente padrone. L’unico a fargli perdere il suo naturale sguardo di comando era mio padre, così dirompente da entrare nella ordinata e pulita famiglia di mia madre senza neppure un paio di mutande per cambiarsi. Lui, mio padre, si era ritrovato capofamiglia a diciannove anni con poco meno di una decina di fratelli da curare. Due o tre di loro, qualche volta a turno o, più spesso, insieme, crescevano in un orfanatrofio e una di loro era malata dalla nascita di quelle malattie da cui non si guarisce e che non ti costringono a morire in fretta.

Mio padre faceva spanciare dalle risate il mio materno nonno, con grande dispiacere di mia nonna, che quell’uomo aveva sempre rispettato e obbedito, in una simbiosi serena segnata dal dolore di una giovane figlia morta troppo presto.

Anche mio padre aveva perso, troppo presto, un fratello, erano entrambi bimbetti, giocavano, lui era finito in una vasca, annegando per la disperazione dei suoi genitori. Loro un padre e una madre che troppo presto lo inseguirono nella tomba.

Il bisnonno di mia madre era morto ammazzato, alla maniera pascoliana: tornava a casa sul suo calesse quando qualcuno gli sparò. Il cavallo lo portò a casa cadavere, ma nella stalla non sussurrò alcun nome.

Mia madre ricorda che comunque un nome sospetto corse in quel paese del vicentino in cui vivevano, e che il presunto assassino si chiamava: Giovanni. Così fece un certo scalpore, tra i parenti di mia madre, quando decisi di chiamare uno dei miei gemelli: Giovanni. Nessuno da allora aveva osato dare a suo figlio quel nome. Mio nonno, il più legato alla vicenda, era già morto, e anche mia nonna, quando nacque Giovanni.

Quello che mi resta di loro è la memoria della grande corte della casa, le stalle delle mucche e dei cavalli, i sacchi di sale grosso e rosso, di cui erano golosi, e le montagne di legna, accatastate verso il muro della grande falegnameria, che mi servivano per sentirmi intrepido scalatore. Mio nonno vendeva legname. Il paese era sulla strada che scendeva dalla montagna per andare verso i centri della pianura, e lui, con il carretto, percorse quella strada per decenni, anche durante la guerra, sfidando anche i nazisti che davano la caccia a quei partigiani, cui lui portava piccoli aiuti, nascosti nel carro tra la legna. Aveva combattuto la Grande Guerra, era orgoglioso di aver fatto l’infermiere e di aver aiutato centinaia di feriti. Era stato decorato, ma non amava la guerra, era contento di essere sopravvissuto. Di lui ricordo il suo amore per il “Corriere della sera” e per un aperitivo, un distillato di genziana mescolato con il chinotto, che beveva al bar, la domenica dopo la messa, a un banco fumoso che non c’è più.

Del tempo passato in quella grande casa, mi resta in mente il giorno in cui, un mio zio, mi disse che forse mia madre, che era in ospedale per una grave operazione, sarebbe morta. Avevo cinque anni, camminavo sul bordo del letamaio, il gioco era non caderci dentro, in quel momento desiderai di nascondermi tra la merda, poi, guardai le montagne vicine e la campagna, e mi giurai di non amarle più. E, ancora oggi, odio la montagna e la campagna, perché mi rattristano, anche se mia madre non morì.

La famiglia di mio padre mi interessò meno. Era una situazione che non capivo: un gruppo di ragazzi e ragazze cresciuti da soli. Amavano vivere e vivevano come se cercassero di vendicarsi di una vita che li aveva subito traditi, togliendo loro i genitori.

Quando crebbero e si trovarono a dividere la magra eredità di una casa e di qualche campo, spuntarono allegramente i fucili, mio nonno paterno viveva di caccia e di pesca, erano tutti cacciatori a parte mio padre.

Lo vidi piangere dopo essere stato minacciato dalla canna di un fucile, si sentiva tradito, di più, sentiva di aver tradito i suoi genitori, di non aver fatto diventar adulti i suoi fratelli.

Era lui, l’unico a ricordare bene la loro madre, ad avere il colore di una famiglia, quando lei a trentanove anni moriva. I miei zii avevano avuto un’altra vita, qualcuno era emigrato, altri hanno provato a viverla in quei posti.

Mia madre non ha grandi ricordi di quel periodo, appena sposata, si era trovata in casa di mio padre, tra ragazzi e ragazze che crescevano indipendenti e mio nonno, che sarebbe morto poco dopo, che si trovava a camminare in un mondo che non lo interessava più dopo la morte di mia nonna.

Di questo nonno ricordo di averlo incontrato una volta, era il giorno dei morti, c’era molto freddo e il suo cappotto di lana pungente mi graffiava. Piangevo tra le sue braccia.

Oggi è Natale, non che la cosa mi interessi particolarmente, ma mi trovo sempre costretto a fare i conti con questa barbara festa. Devo pensare all’albero, e ogni anno mi costa sempre di più trasportarlo per cinque stretti piani di scale, già pensando a come portarlo giù. Poi c’è il presepio, da cui cerco di restare alla larga, salvo poi trovarmi immischiato sul problema del muschio vero. Ci sono anche le solite conversazioni: dove vai in vacanza? e l’ultimo dell’anno cosa fai? E poi, ancora, i regali e i soldi che volano inutilmente perché non puoi dimenticare questo o l’altra.

Da anni ho risolto, in parte, il problema, scrivendo una piccola storia e poi distribuendola ad amici e conoscenti. I primi anni studiavo anche il tipo di carta su cui stamparla e le illustrazioni con cui accompagnarla, negli ultimi anni ho ristretto tutto alla semplice storia fotocopiata, più per pigrizia, che per risparmiare. Da qualche tempo poi, qualcuno la mette in rete e la cosa mi stupisce perché quello che scrivo è intimo, piccolo, non amplificabile. La storia di quest’anno, più di altre, non era proprio adatta a essere distribuita a tutti, anzi, qualcuno leggendola ne è restato angosciato, anche perché, mi piace che queste storie si leghino all’attualità, dicano qualcosa di vero, non mi piace che siano storie consolatorie, e, di solito, non sono per bambini.

Quest’anno, l’attualità da cui ho preso spunto, è la discussione sul destino di una giovane donna, in coma irreversibile da anni, il cui il padre ha chiesto alla giustizia, ottenendola, la grazia di sospenderle gli alimenti forzati. Grazia ottenuta con tutti i canoni della legge, ma subito ostacolata dall’opposizione ufficiale e determinata di Chiesa e Governo, la prima in utopica e dogmatica difesa della vita, il secondo in cerca dei voti cattolici, alla faccia di uno Stato che la Costituzione dichiara laico.

Lo stesso, la piccola storia che ho scritto ha avuto il suo particolare successo in giro per le osterie, dove in molti hanno riconosciuto anche un personaggio del racconto. 

 

"Chiacchiere da osteria" non è un romanzo, è un viaggio nel mondo dell’autore. È un documentario sul presente e la memoria. Il tentativo di allontanarsi dalla logica ottocentesca dello scrivere a soggetto, per un’idea pura dello scrivere per essere letto, regalando al lettore la curiosità del leggere, senza il bavaglio di una trama. 

Così come succede nella vita, dove si colgono le diverse “chiacchiere” ovunque le persone si incontrano, in un ufficio, su un mezzo di trasporto pubblico, all’entrata o all’uscita di uno spettacolo… anche all’osteria. 
E le osterie, soprattutto nel Veneto di oggi, sono ben diverse da quelle fumose e maschiliste di ieri, sono luoghi dove le età, i sessi e i ceti sociali si mescolano, dove si beve vino e si racconta la vita mentre si vive.
 

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