Giovanni Barlocco
Illegittimo sospetto

Titolo Illegittimo sospetto
Autore Giovanni Barlocco
Genere Narrativa - Giallo, Noir, Poliziesco      
Pubblicata il 09/11/2010
Visite 10217
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Le Vespe  N.  7
ISBN 9788873883098
Pagine 242
Prezzo Libro 14,00 € PayPal

 Renzo Parodi è un ispettore capo.

È cresciuto nei vicoli, allevato con amore dai suoi genitori che hanno avuto il coraggio di volerlo, e da Don Erminio, prete leggendario. È genovese dalla punta dei piedi fino alla punta dei capelli. Non rinuncerebbe a una battuta, preferibilmente l’ultima, per tutto l’oro del mondo; questo è uno dei motivi che gli assegnano il soprannome di Faccia Di Bronzo.
Dietro la sua lingua, perfino troppo sciolta, si nasconde però una sensibilità diversa.
Quella sensibilità che gli permette di venire a capo di una vicenda complicata, di omicidi mostrati e omicidi nascosti, vedendo cose che altri non riescono a vedere, annebbiati da pregiudizi e luoghi comuni.
La sua faccia di bronzo è un parafulmine per l’ottusità, ma anche un’arma contro di essa, che gli serve a riconoscerla e combatterla, con il sorriso sulle labbra, e, quasi sempre, a sconfiggerla. 

Uno strattone violento lo spostò e gli fece quasi perdere la presa.

L’aveva provocato lui.

Le sue braccia non rispondevano con precisione; ogni movimento era amplificato rispetto agli ordini che il suo cervello tentava di impartire.

C’era un rumore di fondo.

Vedeva male.

Lui cercava di pulire gli occhi da qualcosa che gli offuscava la vista, sbattendo le palpebre e sollevandole il più possibile, ma avvertiva sensazioni confuse di buio e di luce.

La strada gli veniva incontro, veloce, sgorgando da una breve luminescenza confusa; forse era quello che gli dava la nausea.

Eppure, nonostante l’abbondante salivazione e il disagio fisico, un torpore pesante avrebbe anestetizzato ogni percezione di pericolo, se non fosse stato per quell’imperativo a correre che non ricordava nemmeno più da dove provenisse e che manteneva il suo piede schiacciato sull’acceleratore.

L’auto sbandò nuovamente quando lui la raddrizzò con un’azione troppo brusca.

Si passò una mano sulla faccia, tentando di recuperare concentrazione.

Il suo cervello non era in grado di coordinare la serie di trasmissioni automatiche necessarie alla guida.

Se registrava il bisogno di sterzare, l’impulso conseguente non riusciva a comandare bene il tempo e l’ampiezza dello spostamento; il sistema operativo era sempre un po’ in anticipo o un po’ in ritardo, non dosava il movimento delle mani, né arrivava a ridurre simultaneamente la pressione del piede sul pedale o a scegliere il momento giusto per manovrare il freno, la frizione e la leva del cambio.

Lui aveva la sensazione di essere su una zattera ingovernabile, nel mare in tempesta.

La strada divenne più stretta.

Quando il guidatore si avvide dell’ombra lattiginosa di un’auto parcheggiata che gli si avventava addosso, oltre il parabrezza, una nuova azione maldestra sul volante fece imbarcare la vettura, lanciata a centoquaranta all’ora.

Lo scarto provocò un lungo gemito delle gomme e proiettò la macchina verso la corsia opposta.

Ci fu un controsterzo che innescò il testacoda.

Lui avvertì dove la corsa sarebbe finita; i fari illuminarono una rientranza sulla sinistra che ospitava tre panchine; appese alle panchine, c’erano gambe nude, convulse nel tentativo di fuga e, sopra queste, gli occhi sbarrati della gioventù in pantaloni corti e gonne leggere, strappata bruscamente all’interesse verso i coni gelati e le chiacchiere di quella dolce notte di prima Estate.

Non sarebbero riusciti a scappare.

Lui ricordava quel punto.

La spiaggia di ciottoli e gli scogli si trovavano dalla parte opposta, venti metri sotto.

Sterzò ancora, istintivamente, bruscamente.

La macchina si allontanò di colpo, piroettando un’altra volta su se stessa, e invase nuovamente il lato a mare della carreggiata.

I fotogrammi impazzirono.

Lui colse un lampo di luce che si impennava, avvertì il rumore di un urto, come un tuono metallico e lontano. Il vetro sbiancò in un reticolo venoso e si bagnò di una pioggia rossa.

I ragazzi delle panchine, terrorizzati, videro che la macchina, dopo aver disintegrato il motorino, continuava la sua corsa sghemba e lamentosa, fino a abbattere cinque paletti che impedivano il parcheggio sul marciapiede, dall’altra parte della strada; fino a svellere un pezzo di ringhiera, con uno stridìo di lamiere torte.

Poi l’auto si fermò, raschiando il marciapiede di pancia.

Una ruota continuava a girare, penzolando nel vuoto,

Non fecero in tempo ad attraversare, a portare soccorso.

Un’altra lama di luce sezionò il grigio dell’asfalto, un’altra automobile scura piombò sul luogo dell’incidente a tutta velocità. Rallentò appena, quando il pilota scalò una marcia, imballando il motore, poi accelerò nuovamente finché le pupille scarlatte dei suoi fanali posteriori sparirono nel buio oltre la curva.

Lui non aveva allacciato la cintura; fu l’air bag a salvargli la vita.

Aveva male a una spalla e al collo, e il ginocchio destro aveva urtato contro qualcosa e sanguinava, ma riuscì lo stesso ad uscire dal riquadro del finestrino.

C’era gente, intorno, e in mezzo alla strada ingombra di rottami e di un fagotto.

Alcune mani lo afferrarono e lo sostennero.

Cercò di parlare, ma non riconobbe le parole che gli uscivano dalle labbra, e rise perché avevano un suono buffo.

Fece un passo e vomitò.

Girò sui tacchi e si allontanò, zoppicando, da tutte quelle persone.

Gli girava la testa.

“Che cazzo ridi? Dove credi di andare? Hai ammazzato un ragazzino! Stai fermo!”

Qualcuno lo aveva afferrato per un braccio e gli aveva gridato qualcosa, vicino all’orecchio.

“ È ubriaco! Puzza di alcool a un chilometro, questo rumeno bastardo!”

Altre grida.

Altri rumori.

Colpi.

Svenne.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


MERCOLEDÌ

 

“Stammi a sentire, negro di merda, se non mi dici subito quello che sai, io ti faccio tornare nella giungla a calci in culo, non avrai neanche bisogno dell’aeroplano.”

“Tu sei un razzista. Io voglio il mio avvocato.”

“No che non è un razzista. -disse Renzo Parodi, entrando- Il fatto che ti abbia chiamato negro di merda non è una prova.”

Tirò a sé una sedia e si accomodò vicino al fermato, con le dita incrociate sul piano del tavolo, poi lanciò un’occhiata a Marotta, che era ammutolito e faceva l’indifferente.

Anche l’altra metà dell’interrogatorio tacque, stupefatta.

“Vedi, -proseguì il nuovo interlocutore- pure tu potresti dire di lui che è un bianco di merda, e nemmeno in questo caso il razzismo c’entrerebbe.

Il punto è non focalizzarsi sulla parola negro o bianco.

Il punto è focalizzarsi sulla merda.

E siamo almeno in due, qui dentro, ad essere convinti che tu sia molto più merda di lui.

Incidentalmente, tu sei anche nero.

Ma ti assicuro che questo è un aspetto secondario della faccenda.

Se ti avesse chiamato uomo di merda, il mio collega non avrebbe sbagliato quasi niente, a parte quella piccola caduta di stile su giungla, aerei e calci nel culo.

O preferisci pensare che anch’io sia razzista?”

Kobe scosse il capo.

“Bene.

Allora vediamo di ricapitolare.

Tu sei un uomo di merda perché spacci ai ragazzini, e sei un uomo di merda perché sei immischiato nel giro della prostituzione minorile delle bambine che qualcuno che conosci fa arrivare dall’Africa e dai paesi dell’Est.

Non sprecare tempo a negare.

Abbiamo prove e riscontri, Kobe, ti teniamo d’occhio da un pezzo.

Possiamo metterti in galera e renderti la vita molto difficile, sarebbe già una bella soddisfazione.

Ti offriamo l’opportunità di un po’ di benevolenza, se ci racconti qualcosa di interessante, altrimenti siamo già contenti così.

Sta a te decidere, ma non metterci troppo.

Io torno tra dieci minuti, negro di merda.”

L’ispettore capo Parodi si alzò e smorzò con un’altra occhiata il sorriso che stava cominciando ad increspare le labbra di Marotta.

Marotto, no stemmo a esagerâ.” Lo ammonì, prima di abbandonare la stanza.

Marotto significa malato, in Genovese; al di là dell’assonanza, i suoi spiritosi colleghi lo trovavano un soprannome perfetto per un bestione alto quasi due metri, dal fisico indistruttibile, che pareva scolpito nel granito.

Il poliziotto grosso si rivolse nuovamente a Kobe: “Allora? Cosa hai da dire?”

Lo spacciatore spostò su di lui lo sguardo, rimasto fisso sulla porta chiusa.

“Che cazzo ci fa uno sbirro nero a Genova?”

 

Renzo Parodi ridacchiò tra sé.

L’espressione sulla faccia di quel tipo era stata impagabile.

Di sicuro non si aspettava di imbattersi in un ispettore capo più nero di lui, in quel posto di polizia.

Altri avevano ormai imparato a conoscerlo, a Busalla, nell’entroterra, dove aveva lavorato fino a sei mesi prima, ma qui, nel commissariato di Pré, lui era ancora una novità.

Eppure ci viveva, in quel quartiere, praticamente dalla nascita.

Per essere precisi, da quando, trentuno anni prima, Riccardo Parodi, suo padre dalla pelle chiara, lo aveva strappato, neonato, a morte certa, in un angolo puzzolente di Lagos.

Lorenzo aveva ascoltato quella storia mille volte; i vecchi amici di Riccardo, vincolati allo stesso segreto, l’avevano integrata con particolari che suo padre aveva modestamente tralasciato, fino a renderla così completa che all’ispettore pareva di avere un ricordo definito delle proprie origini.

 “Renzo, come va di là?”

Non aveva fatto in tempo neanche ad aprire il dossier posato sulla scrivania, che Marlowe l’aveva chiamato nel suo ufficio.

Marlowe era, ovviamente, solo il soprannome del commissario Elpidio Trevisan, il quale del famoso detective aveva soprattutto quel certo aspetto stropicciato che lo distingueva; dalla barba, mai completamente rasata, ai vestiti, costantemente stazzonati.

In commissariato si malignava addirittura che li comprasse già così, dato che, pur avendolo notato in diverse occasioni con un certo numero di abiti diversi, nessuno dei suoi collaboratori avrebbe mai potuto affermare di avergli visto indossare un abito nuovo.

Anche la sigaretta perennemente accesa contribuiva, per la sua parte, al personaggio.

Le analogie si fermavano lì.

Trevisan aveva sessanta anni, una certa tendenza alla pinguedine e alla calvizie, e nessuna femmina fatale veniva mai ad affidargli casi intricati.

“Kobe non ha ancora detto una parola, non si capisce se è un osso duro o se ha paura. Dobbiamo convincerlo che è meglio per lui se ci racconta qualcosa.” Rispose l’ispettore Parodi.

“Bene.- Marlowe si fece un tiro di Marlboro, espirò e proseguì-  È successo un casino, stanotte, bisognerebbe dare una mano ai colleghi di Nervi.”

“Nervi, commissario? Perché?”

“C’è stato un incidente d’auto, verso le due, in via Murcarolo; un ubriaco, pare di nazionalità rumena, su una vettura rubata, ha investito un motorino e si è fermato in bilico sopra la spiaggetta.

Ha centrato un diciassettenne che ora è a San Martino in gravi condizioni.”

“Accidenti.”

“È andata ancora bene così.

Sull’altro lato della strada c’è uno slargo con due o tre panchine, erano piene di ragazzini; all’ultimo quel tizio è riuscito a evitarli, altrimenti poteva fare una strage.”

“Scusi, commissario, ma cosa c’entriamo noi con un incidente d’auto a Nervi?”

“L’investitore è al San Martino anche lui, in fin di vita.

In realtà è uscito dalla macchina apparentemente incolume, ma ha subito un tentativo di linciaggio.

Pare che ci fosse un’altra vettura in gara con la sua, che si è dileguata.”

Parodi strinse le labbra, prima di rispondere: “Una gran brutta grana. Ma noi…”

“Noi dovremmo indagare su quell’uomo. Aveva in tasca poche cose: un documento d’identità rumeno, intestato a Stefan Capraru, un paio di biglietti dell’autobus timbrati, venti euro e spiccioli, sigarette, e un accendino di plastica con sopra la pubblicità di un artigiano edile: Ditta Canu Costruzioni e Ristrutturazioni.

La sede è qui vicino, in via Delle Fontane.

Magari era un loro manovale, dovresti fare un salto là.

I nostri colleghi hanno già il loro da fare a acchiappare quelli coinvolti nel pestaggio e a cercare l’altra macchina, non riescono a occuparsene, sono a ranghi ridotti.

Del resto, sulla comunità rumena dovremmo essere meglio informati noi dei rivieraschi.

Quando Marotta ha finito con lo spacciatore, fatti dare una mano da lui, conosce abbastanza bene i posti di ritrovo e alcune figure, diciamo così, “di spicco” della comunità.

Si tratta solo di raccogliere quante più notizie ci è possibile per l’identificazione, poi passate tutto al commissariato di Nervi.”

“D’accordo, commissario.

Posso averli?”

Il dottor Trevisan mise di nuovo in una bustina trasparente gli oggetti che aveva sparso sulla scrivania ed estrasse dal cassetto alcune fotografie plastificate.

“Qui hai le riproduzioni: la foto tessera ingrandita, la carta d’identità rumena, i biglietti e l’accendino.

Ascolta Parodi: -riprese il commissario- il documento sembra autentico, ma non mi convince.”

“Perché?”

“Non è che se ne trovano spesso di documenti d’identità addosso a individui che vengono dall’est, rubano macchine e si schiantano ubriachi.

Se ci fossero sopra i suoi veri dati, ne sarei molto sorpreso.

Cercate di accertare quello che potete su di lui, ma non rompetevi la testa.

Sapere chi è servirà eventualmente per il processo, se ci arriva; giusto per vedere se ha precedenti.

Quello che è successo è fin troppo chiaro.

E, d’altra parte, non credo che riuscireste a scoprire proprietà sufficienti a garantire un risarcimento alla famiglia della vittima.”

“D’accordo, commissario, chiamo Marotta e se mescemmo.”

“Come dici?”

Se mescemmo, ci muoviamo.”

Il commissario fece una smorfia che gli increspò la faccia in una specie di sorriso da cui usciva il fumo.

A Renzo ricordò una spaccatura del terreno che aveva visto, durante una gita scolastica a Pozzuoli.

Una spaccatura che parlava. Buffo.

Marlowe, in quel momento, somigliava a Mordiroccia.

“Abbi pazienza, Parodi, io sono veneto, sto qui da trent’anni, ho sposato una genovese e vado poco oltre il belìn e le trenette al pesto. Uno come te, che parla in dialetto, mi mette allegria.”

Voscià non è il solo. Chiamo Marotta e andiamo.”

Renzo si congedò mentre dalla spaccatura allargata sulla faccia di Trevisan usciva sempre più fumo.

 Renzo Parodi è un ispettore capo.

È cresciuto nei vicoli, allevato con amore dai suoi genitori che hanno avuto il coraggio di volerlo, e da Don Erminio, prete leggendario. È genovese dalla punta dei piedi fino alla punta dei capelli. Non rinuncerebbe a una battuta, preferibilmente l’ultima, per tutto l’oro del mondo; questo è uno dei motivi che gli assegnano il soprannome di Faccia Di Bronzo.
Dietro la sua lingua, perfino troppo sciolta, si nasconde però una sensibilità diversa.
Quella sensibilità che gli permette di venire a capo di una vicenda complicata, di omicidi mostrati e omicidi nascosti, vedendo cose che altri non riescono a vedere, annebbiati da pregiudizi e luoghi comuni.
La sua faccia di bronzo è un parafulmine per l’ottusità, ma anche un’arma contro di essa, che gli serve a riconoscerla e combatterla, con il sorriso sulle labbra, e, quasi sempre, a sconfiggerla. 

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