M. Gisella Catuogno
Chiare, fresche, dolci acque

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Titolo Chiare, fresche, dolci acque
Autore M. Gisella Catuogno
Genere Articolo - Critica, Opinione      
Pubblicata il 25/11/2010
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Certo sarebbe utopistico sognare, come faceva Francesco Petrarca, la verginità di un luogo come Valchiusa, in Provenza, intorno al 1350; e la purezza delle acque incontaminate del fiume Sorga dove Laura pose le belle membra e sulle cui rive il Poeta sperava di poter essere sepolto, un giorno, per suscitare in lei, almeno da morto, la pietà e l’amore che gli aveva negato in vita.
Oggi nessun nostro fiume possiede probabilmente quella purezza né nessuna altra sorgente.
Eppure tra la totale incontaminatezza e la completa impurità ci dovrebbe essere una via di mezzo e dovrebbe essere normale aspettarsi, aprendo il rubinetto, di poter avere un’acqua sicura da bere e da usare in cucina, da lavarsi e da farci il bagno a un neonato. L’acqua è vita, lo sappiamo: è un’equazione che impariamo da piccoli, è un binomio che consideriamo inscindibile. La vita stessa è nata dall’acqua e senz’acqua non si vive: un corpo si disidrata in poco tempo, può fare a meno del cibo, non dell’acqua. Ad essa associamo non solo la vita materiale, ma anche quella spirituale: il battesimo si fa con l’acqua e un passo molto bello della Gerusalemme liberata del Tasso narra di Tancredi che per battezzare Clorinda morente va a riempire il suo elmo in un fiume vicino e con quell’acqua bagna la fronte della donna amata.
Insomma, nella nostra quotidianità e nel nostro immaginario essa è protagonista.
Deve essere questo il motivo per cui l’altra mattina, 22 novembre, ascoltando la mattina presto la trasmissione radiofonica Istruzioni per l’uso condotta da Emanuela Falcetti, sono rimasta colpita da questa notizia, data in apertura: 128 comuni italiani erogano attualmente un’acqua non potabile in quanto contenente percentuali troppo elevate di arsenico e di altre sostanze tossiche, come il boro, la cui presenza nelle falde acquifere è dovuta alla natura dei suoli. La Comunità Europea, che per anni ha concesso deroghe al rispetto di questi standard, per permettere ai comuni di mettersi in regola, ora ha detto basta, altrimenti chiuderà i rubinetti. Perché l’arsenico è cancerogeno e teratogeno, come ha sostenuto fermamente il prof. Cognetti, dell’Istituto Tumori Regina Elena di Roma, collegato per telefono alla trasmissione.
Per curiosità e con una certa apprensione sono andata a guardarmi la lista nera delle località italiane ancora fuori norma e il sottile sospetto si è tramutato in realtà. Nei 16 comuni toscani (nel Lazio ce ne sono 90) sono compresi tutti e 8 i comuni elbani! E poi Piombino, Cecina, Campiglia…tutta la Val di Cornia da cui ci viene l’acqua della condotta sottomarina. Ho provato rabbia e dolore. Perché fino a quel momento non avevo saputo, non ero stata informata. Perché a fronte di migliaia di comuni messisi a norma in questi anni, proprio quelli della nostra zona non l’hanno fatto. Perché se avevo comprato, come quasi tutti, purtroppo, acqua minerale, era solo perché non mi piaceva il sapore di quella del rubinetto, non perché sospettassi che non era potabile. Perché l’acqua dell’acquedotto la paghiamo carissima e in più dobbiamo riempirci i carrelli dell’altra, quella minerale, a sua volta poco sicura per le contaminazioni della plastica. Insomma mi sono sentita presa in giro. Oggi ho letto su Elbareport le rassicuranti dichiarazioni dei responsabili politici della Regione Toscana che pare abbiano cominciato a darsi da fare per mettersi in regola. Mi chiedo: ma non si poteva far prima?
E poi: è legittimo tacere per non suscitare allarmismo quando i motivi d’allarme ci sono? E ancora: se non fosse intervenuta la Comunità Europea a stoppare i comuni inadempienti, quando si sarebbe cominciato a fare qualcosa? 
 
 
MGC                                                              
 

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