M. Gisella Catuogno
Ricordiamoci quella domenica

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Titolo Ricordiamoci quella domenica
Autore M. Gisella Catuogno
Genere Articolo - Critica, Opinione      
Pubblicata il 27/02/2011
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 Il bianco delle sciarpe e il giallo delle mimose spiccavano come colori dominanti, domenica 13 febbraio, in 230 piazze italiane: da Roma a Udine; da Alba a Padova; da Cosenza a Cagliari; da Palermo a Ischia e all’Isola d’Elba.

Irresistibilmente richiamate, dopo tanti anni –decenni-, dalla necessità non più prorogabile, di costruire un argine al dilagare dell’immoralità e dell’indecenza, un milione di donne italiane hanno affrettato il pranzo domenicale, si sono vestite come per una festa, senza dimenticare però un particolare bianco, il non-colore di questi anni, il segno del lutto presso le civiltà asiatiche, e sono scese in piazza da sole o con amiche e colleghe o con figli e compagni di vita. Alcune, le più giovani, le più disinvolte, le più coraggiosamente gioiose, si sono anche tinte la faccia: su una guancia “Io lavoro”, sull’altra “Tu Ruby”; altre hanno aperto l’ombrello, anche se splendeva un generoso sole di febbraio, per ripararsi dal “fango”che piove da certi Palazzi; qualcuna ha messo un cartello alla propria cagnetta con su scritto “Anch’io sono indignata”. E poi, grappoli di palloncini rosa, fischietti, rami di profumatissima mimosa ovunque, anticipo di un prossimo indimenticabile 8 marzo. E ancora parrucche , cappelli, maschere del potere –dopotutto, siamo o non siamo a carnevale?-

E negli angoli più riparati, controllati da volenterose maestrine, bambini armati di matite e pennarelli, tutti insieme, a colorare immensi fogli bianchi d’arcobaleno.

L’altra metà del cielo comprendeva ragazze, madri di famiglia, single, donne mature e anziane; casalinghe, professioniste, lavoratrici part-time, precarie, disoccupate: di sinistra, di centro, di destra; laiche, cattoliche, agnostiche, religiose. Tutte unite da un anelito comune: esserci, dimostrare che non ne possono più, che sono arcistufe dei soliti offensivi stereotipi su di loro, che vogliono essere considerate PERSONE, corpo e spirito, intelligenza e emozioni, sangue e anima, non carne fresca, meglio quasi-bambina, da esibire su gigantografie cittadine, copertine di magazine o settimanali impegnati, televisioni commerciali o culturali. Hanno detto BASTA allo scempio che della loro dignità e serietà opera una classe politica inadeguata alla complessità dei tempi e corrotta nelle sue intime fibre, che non premia il merito ma l’avvenenza spesso volgare e la disponibilità ai compromessi più biechi; che non valorizza la loro incommensurabile attività nel sociale: di madri che crescono i figli senza l’aiuto di strutture adeguate o di compagni attenti, conciliando con funamboliche acrobazie gli impegni di famiglia con quelli di lavoro; di figlie di vecchi genitori da accudire da sole o, nei casi più fortunati, con il prezioso contributo di badanti, anche loro donne (e straniere).

Uno stato sociale che in Italia si regge sulle donne la cui opera, invece, nel Bel Paese, è negletta, minimizzata, ritenuta norma.

Ma il carico spesso è troppo duro da sopportare: così tante giovani sono costrette a scegliere tra maternità e lavoro con la conseguenza che, dei Paese dell’Unione Europea, solo Malta è dopo di noi per livello d’occupazione femminile. Oppure, scelta ancora più dolorosa e lacerante, si rinuncia alla maternità; e infatti l’Italia ha un tasso di natalità tra i più bassi al mondo, triste segno di sfiducia nel futuro e nel proprio Stato.

Le donne del 13 febbraio, quasi incredule d’essere così tante e così determinate, si sono guardate, annusate, abbracciate, hanno capito di essere una forza immensa, finora polverizzata in una miriade di case, uffici, strade, supermarket: ognuna chiusa nel proprio problema, come il corpo nel cappotto invernale, in una solitudine tutt’al più condivisa con qualche amica, ma sempre frustante e impotente. E’ bastato un invito, quando l’ennesima goccia ha fatto traboccare il vaso già pieno degli scandali del Capo del Governo, dei suoi festini a luce rosse, del coinvolgimento di una minorenne immigrata, di un giro di soldi e di prostituzione da far impallidire esperte maitresse di bordelli. Con l’aggravante del tentativo di depistare attraverso la concussione, facendosi beffe degli Italiani e della loro intelligenza.

E l’invito offerto dalle più coraggiose, tra cui la regista Francesca Comencini, suonava bellissimo, sembrava un  verso di poesia: Se non ora, quando?, dal titolo di un libro di un grande, il Primo Levi di Se questo è un uomo.

Se non ora quando è il momento di rialzare la testa, di andare a schiena dritta, di urlare al mondo che le donne italiane non sono le donne di Berlusconi? Se non ora quando gridare che non ci stanno e considerano stupro approfittarsi della miseria materiale e morale di un’adolescente marocchina e di tante altre simili a lei, abbagliate dai lustrini della società del benessere, disposte a tutto pur di avere il ben di dio che vedono reclamizzato ovunque o di far parte del circo mediatico televisivo? E che per ottenerlo sopportano persino di condividere la loro fresca intimità con un vecchio signore straricco coetaneo dei loro nonni?

Se non ora quando ricordarci delle conquiste femminili, delle lotte che sono costate, delle esagerazioni che inevitabilmente vi si sono accompagnate, come qualche stelo d’erba infestante si unisce a fiori che si colgono in giardino?

E’ stato l’inizio di un tam-tam quell’invito: alcuni giornali hanno cominciato a raccogliere firme e in poche settimane quei nomi erano centomila!

Come il lievito nella farina la protesta e l’indignazione montava nei cuori e nei cervelli di ciascuna. Fino alla festa della protesta: sì, una festa, perché non c’era odio, ma gioia e commozione per l’armonia ritrovata, per l’orgoglio di essere DONNE, né perbene né permale solo donne e poterlo dire a voce ferma.

Non c’era astio ma la necessità di un minuto e mezzo di silenzio, a ricordare le disgrazie delle donne italiane e la tragedia immensa, nel mondo,  delle mutilazioni genitali femminili e delle bambine vittime degli aborti selettivi, a causa dei quali mancano oggi all’appello centinaia di milioni di ragazze in tutta la Terra. 

Non c’era voglia di vendetta ma desiderio di una società diversa, fondata sui veri valori: il rispetto della persona, uomo o donna che sia e quello delle età più vulnerabili e sacre, come l’infanzia e l’adolescenza; la moralità privata e pubblica, perché anche dalle alte sfere deve giungere alle giovani generazioni un modello di comportamento; la legalità, la divisione dei poteri e il riconoscimento della Carta Costituzionale come stella polare del buon funzionamento delle istituzioni; il lavoro e la selezione della classe dirigente fondati sulle capacità e sul merito; l’accoglienza degli immigrati come occasione di crescita e arricchimento reciproco.

Tutto questo e altro ancora c’era nelle piazze domenica scorsa, tra cui il desiderio di un’immagine diversa del nostro Paese all’estero: e il riscatto forse è cominciato da quelle sciarpe bianche, da quei rametti di mimosa agitati nel tepore di un pomeriggio di mezzo inverno.

Maria Gisella Catuogno

 

(per Flannery.it)

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