Giancarlo Muià
Non chiamarmi gagiò

Titolo Non chiamarmi gagiò
Venticinque anni tra rom e sinti
Autore Giancarlo Muià
Genere Attualità cultura      
Pubblicata il 03/03/2011
Visite 8592
Collana Spazioautori  N.  104
ISBN 978-88-7388-318-0
Pagine 138
Prezzo Libro 10,00 € PayPal
Non chiamarmi gagiò narra la storia di un’amicizia. L’autore, proprio perché amico di sinti e rom, prova a guidare il lettore alla scoperta di un mondo vicino eppure così lontano, di persone tanto simili a noi eppure così estranee. Lo fa con il garbo di chi non vuole svendere alla curiosità frettolosa una realtà complessa e un’esperienza variegata come quella di rom e sinti, con l’innegabile simpatia per persone che ha imparato a conoscere ed apprezzare in anni di frequentazione assidua delle loro famiglie, nelle difficoltà quotidiane come nelle feste e nei drammi, nei campi-sosta e nei tanti non-luoghi dove essi continuano a sopravvivere.
Conoscerli e voler loro bene non significa mitizzarli, comprendere i loro problemi non vuol dire dimenticare quelli che essi creano, aiutarli non significa considerarli degli eterni mendicanti. Diventare loro amico è davvero non sentirsi più chiamare gagiò. Gagiò e zingaro sono due termini che si respingono, tra essi vi è un abisso scavato nei secoli dalle diffidenze reciproche, dai furti e dagli sgomberi, dalle paure e dalle persecuzioni. Non basta un po’ di buona volontà di un singolo, non serve credersi migliori di altri, magari antirazzisti ed alternativi per colmare quell’abisso.
è l’esperienza dell’autore e della Comunità di Sant’Egidio: serve umiltà per non smettere di capire, serve non essere da soli per non arrendersi di fronte alle difficoltà, serve confrontarsi con chi condivide quest’esperienza per non credersi esperti, serve sostegno per continuare ad essere fedeli nel tempo.
è impegnativo, magari faticoso, ma è bello per noi e per loro giungere a chiamarsi solo per nome.
Luciano Rosasco - Comunità di Sant’Egidio

In lingua romani lo sterminio degli zingari è chiamato con due termini. Uno è Barò Porrajmos il “Grande Divoramento”. L’altro è Samudaripen, in senso letterale “la morte di tutti”, “annientamento”.

Una ricerca tematica sul web, con criterio Porrajmos, restituisce (alla data in cui scrivo 14/9/2010) 19.100 risultati. La maggior parte delle pagine sono scritte in lingua italiana, la restante parte in lingua inglese. 

Il criterio Samudaripen rende 22.900 contatti. In questo caso le pagine sono scritte prevalentemente in francese. Seguono nell’ordine la lingua inglese e quindi quella italiana. 

L’idioma francese (ipotizzo) prevale laddove la persecuzione abbia dipanato i suoi nefasti effetti nei confronti delle popolazioni sinte, della Francia e della Penisola Iberica, o comunque, dell’Europa occidentale. 

Quello che mi colpisce però è la scarsità dei risultati pervenuti in lingua tedesca. Eppure, ne sono certo, ho adottato il criterio “tutte le lingue” congiuntamente a “tutti i Paesi”. 

Dunque, attraverso la funzione ricerca avanzata, ho impostato un criterio mono - linguistico: francese, inglese, italiano e tedesco. 

Con il criterio di ricerca “lingua tedesca” per il termine Porrajmos sono comparsi 752 risultati, superiori ai 460 suggeriti dal criterio “lingua francese”. Ma molto inferiori ai 10.600 restituiti in lingua italiana e ai 3.560 resi in lingua inglese.

Per il termine Samudaripen le pagine in tedesco sono appena 297; in inglese 3.000; in italiano 2.780; in francese ben 17.100 (la stragrande maggioranza).

Questa semplice ricerca mi suggerisce una deduzione (spero non semplicistica): che la Germania, il primo artefice dello sterminio delle popolazioni zingare, abbia fatto meno di altri Paesi i conti con il proprio passato, relegando nell’oblio il genocidio di sinti e rom. In alternativa si potrebbe ipotizzare che la maggior parte delle persone (tra queste presumo che molte siano rom e sinti) che si propone di ricostruire la Memoria viva al di fuori dello spazio germanofono. Questa seconda ipotesi, potrebbe essere anche associata all’eredità della carneficina operata durante la Seconda guerra mondiale, che ha comportato la quasi totale eliminazione fisica degli zingari in Germania e Austria. Laddove mancano i testimoni o i loro discendenti, risulta più difficile l’indagine storiografica e documentale. 

Questa è la prima constatazione. 

Vado alla seconda. Le espressioni Porrajmos e Samudaripen sono poco conosciute e usate da un ristretto numero di persone. Manca, nel linguaggio comune, una denominazione (come ad esempio quella ebraica di Shoah) che identifichi il genocidio di circa mezzo milione di zingari europei. Non è un caso. Al processo di Norimberga ci fu un vero oblio del Porrajmos. Le vittime non furono chiamate neanche a testimoniare. Rom e sinti, nell’Europa del XX secolo, furono uccisi due volte, nei campi di sterminio e nella Memoria.

La prima giornata di commemorazione delle vittime zingare del nazismo si è tenuta a cinquant’anni di distanza dalla fine della guerra, nel 1994, al Museo dell’Olocausto di Washington. 

Nel nostro Paese, che da dieci anni ha istituito il Giorno della memoria”, il primo riconoscimento istituzionale è arrivato il 16 dicembre 2009, in occasione del 71° anniversario della promulgazione delle leggi razziali nell’Italia fascista. In tale occasione una rappresentanza di studiosi, rom e sinti, sono stati ricevuti alla Camera dei Deputati.  Studi, filmati e testimonianze hanno illustrato il sistema di internamento durante il Ventennio. Tema ancora da indagare a fondo. Non mi risulta che l’evento, pur significativo, abbia avuto spazio nei notiziari televisivi in prima serata. 

A causa dell’oblio i numeri del genocidio sono approssimati. Le stime vanno dalle duecentomila alle cinquecentomila persone eliminate. Alcuni dicono siano di più altri di meno. 

«Si è calcolato che alcune regioni dell’Europa centrale siano state completamente “deziganizzate” e che altre abbiano subito un calo fino all’80% dei suoi membri». 

A rom e sinti fu negato ogni sorta di risarcimento perché non fu riconosciuta la motivazione razziale dello sterminio. Essi furono «perseguitati sotto il regime nazista, non già per motivi razziali, bensì per i loro precedenti asociali e delinquenziali». 

 

La conoscenza del genocidio mi ha avvicinato al mondo di rom e sinti, è anche un’esperienza autobiografica. Credo sia importante oggi, e lo sarà in futuro, elaborare un nuovo sistema di relazioni a partire proprio dal tema della Memoria. Definendo con tale termine il punto di incontro tra ricostruzione storica e obiettivi educativi, per giungere ad una vera e propria “pedagogia della memoria”, quale chiave di lettura e apertura al campo di indagine.  

Verosimilmente, la memoria del Porrajmos potrebbe rappresentare uno dei criteri interpretativi col quale ricostruire 

Non chiamarmi gagiò narra la storia di un’amicizia. L’autore, proprio perché amico di sinti e rom, prova a guidare il lettore alla scoperta di un mondo vicino eppure così lontano, di persone tanto simili a noi eppure così estranee. Lo fa con il garbo di chi non vuole svendere alla curiosità frettolosa una realtà complessa e un’esperienza variegata come quella di rom e sinti, con l’innegabile simpatia per persone che ha imparato a conoscere ed apprezzare in anni di frequentazione assidua delle loro famiglie, nelle difficoltà quotidiane come nelle feste e nei drammi, nei campi-sosta e nei tanti non-luoghi dove essi continuano a sopravvivere.
Conoscerli e voler loro bene non significa mitizzarli, comprendere i loro problemi non vuol dire dimenticare quelli che essi creano, aiutarli non significa considerarli degli eterni mendicanti. Diventare loro amico è davvero non sentirsi più chiamare gagiò. Gagiò e zingaro sono due termini che si respingono, tra essi vi è un abisso scavato nei secoli dalle diffidenze reciproche, dai furti e dagli sgomberi, dalle paure e dalle persecuzioni. Non basta un po’ di buona volontà di un singolo, non serve credersi migliori di altri, magari antirazzisti ed alternativi per colmare quell’abisso.
è l’esperienza dell’autore e della Comunità di Sant’Egidio: serve umiltà per non smettere di capire, serve non essere da soli per non arrendersi di fronte alle difficoltà, serve confrontarsi con chi condivide quest’esperienza per non credersi esperti, serve sostegno per continuare ad essere fedeli nel tempo.
è impegnativo, magari faticoso, ma è bello per noi e per loro giungere a chiamarsi solo per nome.
Luciano Rosasco - Comunità di Sant’Egidio

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