Maddalena Leali
La bottiglia di Coty

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Titolo La bottiglia di Coty
Autore Maddalena Leali
Genere Narrativa      
Pubblicata il 14/03/2011
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Ida aveva sposato Angelo per un fattore di convenienza. La  convenienza, ovviamente, era di Angelo, buon sarto da uomo, diplomato alla Casa degli Artigianelli di Padre Piamarta, fatto che gli aveva evitato quella vita da emarginato che gli sarebbe toccata per via della disabilità nell’andatura, sua afflizione sin dalla nascita. Angelo era nato nel Quattordici, giovanotto durante il Ventennio della scultorea bellezza ariana, quindi, lui, semplicemente, zoppo. Lo stesso dicasi per Ida, bella e formosa ragazza padovana, ottima pantalonaia, compagna ideale per un sarto, resa ancor più ideale da un difetto alla gamba sinistra, più grossa e più corta della destra; niente di trascendentale, per carità, ma ciò le conferiva un caracollante modo di incedere, meritevole dell’appellativo di zoppettona. Ida e Angelo, entrambi zoppi, coppia perfetta e solidale.

Non fu mai una bella vita, quella di Ida: eppure era dotata di una certa classe, di buon gusto e fantasia nel vestire, creatività che investiva tutta nel cucire deliziosi abitini per le donne piccole e grandi della sua numerosa famiglia. Ugualmente, condusse una vita tribolata, piena di umiliazioni, grazie soprattutto, al feroce maschilismo di Angelo, diventato suo marito per contratto, un diabolico patto di mutuo soccorso. L’unione non fu allietata dalla nascita di figli, con dolore di Ida, che, forse, avrebbe saputo amare qualcuno che si facesse amare.

Invece, nulla: una vita arida, solitaria, senza una casa propria: solo una grande enorme casa, sotto l’egida della grande madre, la suocera. C’era soltanto un posto suo, intimamente suo: la camera da letto, non perché vi trascorresse folli momenti di passione con Angelo, ma perché nessuno poteva entrare nella camera da letto degli altri, in quella famiglia.

In camera sua, Ida aveva un bellissimo comò, manufatto di un raffinato mobiliere veneto. Sul ripiano, ricoperto da una striscia di bianco lino ricamata a mano, stavano una Maria Bambina, dono di sua madre per le nozze, un cofanetto portagioie di legno di rosa e argento e una grande bottiglia di profumo francese, con essenze di assoluto pregio. Ogni tanto, Ida ne trasferiva piccole quantità nel nebulizzatore e, nelle occasioni importanti, vaporizzava da lontano capelli e vestiti, creando intorno a sé quello che lei chiamava “odore da signora”.

Il profumo durò trent’anni o forse più: alla fine, aveva assunto il colore di un buon cognac invecchiato, lasciando, dopo la definitiva evaporazione, negli angoli della bottiglia Baccarat a forma di parallelepipedo, tracce quasi solide di ambra e mirra.

Ida non aveva mai permesso a nessuno di toccare il profumo: a volte si metteva  lì, appoggiata con il gomito al ripiano del comò, il mento nell’incavo della mano, e pensava. Nessun pensiero definito, concluso. Lasciava correre le immagini  e i ricordi senza porre  né freni né confini, la porta della stanza chiusa, chiusi fuori rumori e ingerenze.

Giunta alla soglia dei sessant’anni, Ida aveva prosciugato ogni energia vitale mentre il suo profumo svaporava le proprie essenze. Prese, dunque, la splendida bottiglia, la lavò accuratamente, ad eccezione del tappo, che conservava tracce del delizioso Coty, la riempì per metà di sabbia e terriccio e  spolverò verso l’interno, sfregando pollice e indice, alcuni semi di ruta.

Non era certamente l’ambiente adatto, la camera da letto sempre in penombra, ma la ruta germinò e crebbe. Ida, nei suoi momenti di meditazione sognante, guardava la ruta e annusava il tappo. Forse fu allora, con la ruta, che germinò anche la sua sana follia, quieta dolce follia. 

Che non rimase inerte.

Un giorno di Luglio, un caldo afoso Luglio, nel primo pomeriggio di quel caldo afoso giorno di Luglio, nel momento dell’ intima solitaria trasognanza di Ida, Angelo entrò nella stanza, spalancando con furia la porta.

“Moglie! Ti sto chiamando da un’ora. “.

“Che cosa vuoi? Che ti lavi i piedi? Che ti infili le calze? Che ti allacci le scarpe?”.

La voce di Ida era monocorde, bassa, gelida, lo sguardo fisso sulla bottiglia, il naso incollato sul tappo.

“Vuoi che ti lavi i calzini, le mutande, che ti svuoti il vaso da notte? Perché non t’arrangi, brutto zoppo, stronzo schiavista?”.

Angelo, appoggiandosi al nodoso bastone, le si avvicinò.

“Ma che cavolo…? Sei diventata matta?”.

Sollevò il bastone e colpì con forza e di traverso la bottiglia, che cadde sul pavimento di graniglia di marmo e si spezzò in due parti. Sabbia, terriccio e germogli di ruta si sparpagliarono persino sotto il letto. Ida non mosse un solo muscolo del viso: si chinò, raccolse la mezza bottiglia dalla parte del collo e, tiratasi su, menò un gran fendente verso il marito. Angelo si portò le mani alla gola cercando di trattenere il sangue che zampillava dalla carotide recisa, mentre il bastone cadeva a terra. Lentamente, l’uomo si afflosciò accanto al bastone e, gorgogliando, esalò l’ultimo respiro.

Ida, tenendo il tappo Baccarat incollato al naso,  guardò il marito, si accovacciò, allungò un braccio e, con la punta delle dita, lo scosse lievemente, quindi si tirò su diritta, lo scavalcò, si girò e, guardandolo di nuovo, canticchiò “…e davanti a lui tremava tutta Roma. O dolci baci, o languide carezze…!”.

 

                                                                                                                                           Maddalena Leali

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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