Alberto Caminiti
La Guerra Italo – Turca 1911 - 1912 (Guerra di Libia)

Titolo La Guerra Italo – Turca 1911 - 1912 (Guerra di Libia)
Autore Alberto Caminiti
Genere Storia      
Pubblicata il 30/03/2011
Visite 13344
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Koine´  N.  18
ISBN 978-88-7388-329-6
Pagine 284
Prezzo Libro 19,50 € PayPal

Quasi un secolo fa l’Italia combatté a due passi dal proprio territorio una guerra coloniale e la vinse. Se chiedete ad uno studente o ad un passante che cosa conosca della medesima, molto probabilmente vi dirà che fu una campagna militare preparata con grande cura, per cui in pochi mesi occupammo le due grandi regioni della Libia, la Tripolitania e la Cirenaica, strappandole alla Turchia. Forse vi soggiungerà di rammentarsi che all'epoca tutti cantavano la canzone: “Tripoli bel suol d'amore”. Nessuno comunque ricorderà i veri motivi che portarono l’Italietta a compiere un passo di tale portata politica da contribuire in buona parte al successivo sfascio dell'Impero ottomano.

In effetti la guerra italo-turca del 1911-1912 (nota come “guerra di Libia”) è rimasta scolpita nell'immaginario collettivo degli italiani come un momento felicemente riuscito, un’impresa da tutti voluta e che - in definitiva - riportò il piccolo Regno d’Italia nel consesso delle grandi potenze europee. Le cose però non si svolsero proprio in questo senso e dal punto di vista politico e sociale ebbero nella penisola un impatto ben più articolato e complesso.

La guerra di Libia, quindi, incise profondamente sul percorso storico del popolo italiano …

 

Capitolo 1° LE CAUSE CHE CONDUSSERO ALLA GUERRA

 

Spulciando fra l'immensa letteratura relativa al conflitto italo-turco, si possono trovare elencate centinaia di motivazioni che portarono il Regno d’Italia in guerra con l’Impero ottomano. Alcune sono addirittura inconsistenti o non pertinenti; riporteremo qui soltanto quelle che sono ormai unanimemente ritenute le vere cause del conflitto, in quanto storicamente provate ed accettate.

Né peraltro è possibile, come dire, farne una graduatoria (di responsabilità, s'intende) in quanto non è ricostruibile il peso col quale all'epoca esse incisero. Le tratteremo quindi secondo un semplice criterio espositivo.

 

IL NAZIONALISMO

Sul finire del 1800 e sull'esempio della corrente di pensiero che per prima fu esposta in Francia da Maurice Barrés (1898), nacquero un po' dovunque dei movimenti politici che assunsero la denominazione di “nazionalismo” in quanto ponevano al centro di ogni interesse la “Nazione” quale entità politica suprema. Chiaramente tali movimenti esasperarono il normale concetto di “patria”, che è giusto e legittimo se mantenuto nei limiti normali. Diventa negativo e pericoloso quando si trasforma nell'idea che la propria nazione sia l'unica che debba emergere fra tutte senza trovare ostacoli.

Così proponeva il Barrés che voleva affermare la grandezza della Francia identificandola con la grande borghesia francese; per cui rifiutava i socialisti, gli ebrei (scelti da sempre come capro espiatorio), l'internazionalismo e - in campo economico - lo stesso libero scambio.

Consequenziali: l’alleanza con la casta militare, la convinzione che l'espansione territoriale fosse legittima anche a danno dei popoli asiatici ed africani, l'esaltazione della razza, e l'imperialismo a tutti i costi.

Non dimentichiamo che gli storici sono tutti concordi nell'attribuire al nazionalismo la successiva nascita del fascismo e del nazional-socialismo tedesco. Il germe passò subito in Italia e nacque un nazionalismo italiano che fece capo ad Enrico Corradini, sebbene in molti considerino il Crispi come il precursore.

La nascita del movimento può datarsi al 1903 con la fondazione del giornale “Il Regno” profondamente antisocialista e guerrafondaio. Sempre guidato dal Corradini, il movimento seguì queste tappe:

  • - 1908: nascita di altri fogli similari, quali “Il Tricolore” a Torino ed “Il Carroccio” a Roma;
  • - 1910: costituzione dell’Associazione Nazionalista Italiana, in cui confluirono i simpatizzanti ed i vecchi iscritti del gruppo di Corradini. Troviamo nomi, fra essi, di cui si sentirà in seguito parlare molto, come Luigi Federzoni, Roberto Forges Davanzati, Alfredo Rocco e Domenico Oliva.

 

Con linguaggio colorito si magnificava la guerra come “forma inevitabile di lotta per la vita”, si chiedevano governi forti che sviluppassero una politica estera incisiva ed aggressiva, si gridava al riscatto di Lissa, Custoza ed Adua; veniva disprezzato ogni tipo di mediocrità, di pacifismo e di tolleranza.

Progressivamente si passò all'esaltazione del militarismo puro e si finì con l'abbracciare gli interessi del neonato capitalismo industriale che voleva sia trovare nuovi sbocchi alla propria produzione, sia ottenere tutela doganale contro lo sviluppo commerciale straniero.

Il punto principale fu poi che in tutti gli scritti ed articoli, i nazionalisti rivendicavano per l’Italia un posto di pari rango con le maggiori potenze d’Europa. Poiché quel momento politico vedeva la grande espansione coloniale di Gran Bretagna, Francia e Germania, si pretese che anche l’Italia ottenesse una fetta della grande torta della spartizione dell’Africa, allora in corso.

Pur se è a questo punto che s'innesta la questione tripolina, dobbiamo fare un passo indietro recandoci, temporalmente, nella sala-parto del colonialismo mondiale, ossia a Berlino dove si svolse il Congresso del 1878 (conduceva le danze: Bismarck). Qui si spartirono interi continenti e mentre le grandi potenze europee fecero la parte del leone, si dimenticarono della piccola Italia.

Veramente un piccolo sussulto di compassione i ministri degli Esteri lo ebbero. E quando quello inglese pose il problema: e se l’Italia avesse reagito chiedendo anch'essa qualcosa? E nei libri di storia rimase incisa per sempre la stupefacente risposta di quello francese: “Bene, allora noi le diremo di prendersi Tripoli!” 

Come si vede, l’appuntamento fra noi e la Libia era stato già fissato; ovviamente senza che nessuno si preoccupasse di avvertire i tripolini. Dal punto di vista diplomatico, quella che era una vaga promessa divenne un preciso accordo (segreto, s'intende) che Francia ed Italia stipularono il 4 ottobre 1901: la Francia avrebbe avuto mano libera nel Marocco in cambio della futura occupazione italiana della Libia. Successivi patti italo-britannici ed italo-austriaci (1902) e perfino italo-russi (1909) garantirono questa nostra opzione privilegiata sulla regione nordafricana dello Impero ottomano.

Era così che andavano a quel tempo le cose, quando interi continenti, ancora con immense superfici da esplorare, venivano suddivisi a tavolino, si decidevano i futuri destini di lontane popolazioni nonché si stabilivano astrusi confini con un righello ed una penna. Andate a riguardare le geometriche suddivisioni degli Stati africani, allora semplici possedimenti coloniali. 

Torniamo ora al nazionalismo ed al suo capo carismatico Enrico Corradini. Egli non aveva mai cessato di “predicare” la necessità di occupare la Libia, additandola come libera da ipoteche e pronta e matura da cogliere. Come per tutti i momenti storici più importanti, ad un certo punto scattano determinate condizioni favorevoli affinché un dato programma imbocchi la via pratica della realizzazione.

I nazionalisti colsero l’“attimo fuggente” opportuno e fondarono il 1° marzo 1911 un altro giornale espressamente destinato a spingere l'opinione pubblica italiana verso l'impresa libica. Nacque così il settimanale “Idea Nazionale” e si mobilitarono le migliori penne di quel partito (Gualtiero Castellini in testa). Venne lanciata una veemente campagna di mobilitazione generale affinché il governo effettuasse la conquista della colonia libica, presentata agli italiani come la “Terra promessa”, un eden che ci spettava di diritto in quanto tutti gli altri Stati europei si erano già accaparrati imperi giganteschi; un territorio ricco di minerali, fosfati soprattutto, alberi da frutta e della gomma, con sterminate distese d'acqua sotto la sabbia (sic!).

Gli italiani si potevano arricchire, gli emigranti non dovevano più partire per le Americhe, e via di seguito. Pian piano tante altre testate si accodarono, di più autorevole influenza, come il “Corriere della sera”, “La Stampa”, “La Tribuna”, ed il gioco fu fatto. Il popolo italiano si convinse che la Libia ci spettasse per diritto divino, che era lì a due passi indifesa e che ci avrebbe colmato di doni e raccolti. Fu così che “la grande proletaria” (parole di Giovanni Pascoli, sì, il poeta, proprio lui!) si mise in marcia.... In pratica si verificò quella tragica ipotesi storica che vede una minoranza dinamica sopraffare il popolo inerte. Ne avremo ulteriore esempio con l'interventismo della prima guerra mondiale.

 

IL GOVERNO GIOLITTI

Naturalmente occorreva un Gabinetto che favorisse l'impresa. Era andato da poco al governo (per la quarta volta) Giovanni Giolitti che, da abile politico qual era, intraprese all'interno un'azione riformista che gli assicurò l'appoggio dei lavoratori, mentre - appoggiandosi al suo ministro degli Esteri Antonio di San Giuliano - scelse, per indirizzo di politica estera, di favorire l'espansionismo coloniale, in cui accortamente convogliò le virulente tendenze dei nazionalisti.

Chiariamo questo importante concetto della politica coloniale di Giolitti. Questi, per le proprie personali convinzioni liberali, non dava grande importanza alle colonie; semmai ne fosse stato attratto, chiaramente si sarebbe dedicato a sviluppare la già esistente struttura eritrea.

 

La Libia (a proposito: allora si parlava di Tripolitania e Cirenaica; la dizione “Libia” fu successiva e venne in auge in quanto usata dalla pubblicistica nazionalistica per esaltarne le antiche origini romane. Libia, difatti, era il termine utilizzato dai romani fino all'età augustea per designare quella provincia nordafricana) fu un obiettivo, come dire, di risulta, cioè secondario.

Giolitti e il suo ministro degli Esteri avevano esclusivamente una visione “europeistica” della grande diplomazia. Si convinsero entrambi che il controllo italiano sulla Tripolitania avrebbe dato maggiore prestigio all'Italia per la conseguente sopravvenuta importanza strategica nel Mediterraneo, di cui avrebbe posseduto entrambe le sponde nella fascia marittima centrale.

Francia e Gran Bretagna, le altre due potenze navali mediterranee, avrebbero dovuto necessariamente riconoscere la nuova importante posizione italiana di potenza, sicché - tramite la Libia - saremmo entrati nel novero dei principali Stati europei a parità di livello. La Libia, dunque, come chiave d'ingresso nel salotto buono d’Europa, senza contare che era l'unico territorio allora disponibile e che l’Impero ottomano, ormai malato terminale, non presentava un ostacolo insuperabile.

Giolitti e Di San Giuliano, infine, ebbero buon gioco perché i nazionalisti ormai si erano scatenati ed avevano finito per convincere opinione pubblica, parlamentari e perfino gli ultimi dubbiosi. In politica contavano allora soprattutto i contatti personali ed era innegabile la stretta amicizia, ad esempio, fra il ministro degli Esteri ed il direttore del Banco di Roma, Pacelli, che aveva proprio in quegli anni iniziato (ne parleremo a suo tempo) una forte penetrazione economica in Libia. Legittimo pensare che in tal modo si precostituissero future giustificazioni d'intervento a tutela di interessi finanziari italiani in loco.

Appunto il Di San Giuliano si incaricò di sondare le principali potenze in ordine all'eventuale occupazione della Libia e tutte si dimostrarono favorevoli alla nostra mossa, quasi liete che ci accontentassimo di così poco. Solo l’Austria-Ungheria, nostra stretta alleata nella Triplice, pretese di stipulare con noi un accordo segreto, attenta - come sempre - che il pentolone balcanico non le scoppiasse in mano (poi a Sarajevo, nel 1914, purtroppo le esplose!).

Tale patto prevedeva che l’eventuale conflitto non “toccasse” il territorio europeo della Turchia; ricordiamo che allora l’Impero ottomano comprendeva perfino l’Albania e le adiacenti isole del mar Jonio. Noi accettammo di buon grado questa unica condizione ed il governo si organizzò per fare pressioni sul Parlamento, anzi più esattamente sulla Camera dei deputati, essendo il Senato di nomina reale ed avendo re Vittorio Emanuele III già fatto sapere di essere favorevole all'impresa libica. Peraltro i senatori erano in grandissima parte militari giunti ai più alti livelli gerarchici o aristocratici di sangue, per cui l'allineamento al volere sovrano fu totale e immediato.

Di convincere i deputati della Camera si occuparono le varie congreghe bancarie, commerciali ed industriali che intravidero nel conflitto il duplice vantaggio di sicure forniture militari e di nuovi sbocchi di mercato che si sarebbero aperti nel Nordafrica (ne parleremo specificamente più appresso).

Per concludere sulle responsabilità storiche di ministri e parlamentari, necessita però accennare al Partito socialista, non fosse altro per la scarsa opposizione al piano d'aggressione. Secondo una costante che lo attraverserà tutta la vita, il Partito socialista anche in quel periodo era scosso da fermenti scissionistici. Le lotte interne distrassero Filippo Turati dalla gravità della questione libica, come si evince dal fatto che l’“Avanti” non manifestò mai seriamente una precisa posizione (negativa) sul problema.

Il maggior problema era che quel Partito “rigettava” le questioni di politica estera fra gli Stati (guerre e trattati compresi) che asseriva riguardare solo i regimi borghesi, mentre particolare sua cura era da riservare agli interessi dei contadini e degli operai. Questo disinteresse fu tragico, in quanto il Partito socialista era l’unica forza che in quel momento avrebbe potuto opporsi all'intervento bellico coloniale.

Dal 1908 in poi si erano venute a formare due fazioni interne in accentuata lotta fra loro: i riformisti (con Leonida Bissolati, Ivanoe Bonomi e Angiolo Cabrini) che ritenevano si dovesse partecipare ai ministeri cosiddetti “borghesi” onde dare anche una propria impronta ai problemi nazionali; dall'altra parte vi erano i massimalisti contrari a qualsiasi partecipazione diretta governativa. Sull'intervento coloniale in Libia i due gruppi non presero mai specifiche posizioni.

Oggi diremmo che si formò invece uno schieramento “trasversale” che accentuò la confusione dei socialisti. Alcuni accesi sindacalisti rivoluzionari, come Antonio Labriola, Paolo Orano ed Angelo Olivetti, assunsero una “strana” posizione favorevole alla guerra, la quale avrebbe - a loro dire - rafforzato sia la borghesia che il proletariato, affrettando così le tappe della rivoluzione operaia (da Maltese, vedasi in Bibliografia).

Accanitamente contrario al conflitto fu invece un giovane socialista, Benito Mussolini (senti, senti!) che minacciava lo sciopero generale se “fossero stati richiesti sacrifici di sangue e denaro ai proletari “(sempre da Maltese). Altro avversario della guerra fu il giovane repubblicano Pietro Nenni, come risulta da tutti i suoi scritti dell'epoca.

Come si vede, fra i socialisti le posizioni erano opposte e diversificate e Turati, purtroppo, perse allora un'occasione unica per dare un'impronta personalizzata e decisa a quello che doveva essere il compito istituzionale di un grande partito: l'opposizione alla guerra. Per la verità, vedremo che, pur se tardivamente, i socialisti si accorsero della gravità storica del momento, ma ormai la guerra era stata dichiarata e lo sciopero generale, indetto tre giorni dopo, non sortì alcun effetto.

Rimasero a lottare contro l'intervento solo voci solitarie di scrittori e giornalisti. Vogliamo ricordare Gaetano Salvemini che da subito avversò l'impresa libica e scrisse al riguardo sulla rivista “La Voce” (di Giuseppe Prezzolini) articoli di fuoco che rimasero purtroppo lettera morta. Lo stesso avvenne per lo scrittore e deputato Gaetano Mosca che mise in guardia gli italiani da facili entusiasmi, e dopo un’attenta analisi delineò il tragico scenario di perdite in sangue ed in economia che il conflitto avrebbe comportato (e che puntualmente poi si verificarono). I nazionalisti però lo tacciarono di estremo pessimismo e la sua voce rimase inascoltata, come una moderna Cassandra.

A dimostrazione, infine, di quanto la follia interventista avesse in quel momento pervaso ogni strato della popolazione, citiamo il fatto che il più famoso pacifista e benemerito umanitario italiano, Ernesto Teodoro Moneta (Premio Nobel per la Pace nel 1907), accettò le spiegazioni che si davano sulla necessità dell'impresa libica e si schierò con gli interventisti.

Comunque, per concludere sull'azione interna del governo, Giolitti con l'intervento in Libia si giocava una buona carta politica, rafforzando la propria posizione. Aveva già addolcito la sinistra con talune riforme politiche e sociali che erano piaciute ai socialisti, come l'ampliamento del suffragio elettorale agli analfabeti e l'introduzione dell'assicurazione obbligatoria per i lavoratori.

Con l'entrata in guerra, di colpo si procurava il favore dei nazionalisti (i più irrequieti), dei liberali conservatori (banchieri, imprenditori e politici di destra) e perfino dei cattolici (espansione del cristianesimo in paesi arabi). Così calmate tutte le componenti politiche, poté appoggiarsi all'elemento finanziario ed industriale, di cui aveva assoluto bisogno per sviluppare un programma di guerra.

 

GLI ALTI COMANDI MILITARI

Al vertice allora vi erano il ministro della Guerra gen. Paolo Spingardi ed il Capo di Stato Maggiore Generale gen. Alberto Pollio (vedasi per entrambi le schede biografiche in calce al testo).

Automaticamente furono favorevoli all'impresa, ritenendo erroneamente che sarebbe stata una “passeggiata militare “. Studiarono piani che prevedevano l'impiego di appena 25.000 militari, basandosi sulla errata convinzione che i Turchi non avessero in Libia più di 4.000 uomini.

 

Fu una fortuna che Giolitti, vecchia volpe, s'intestardisse e pretendesse l'invio di un contingente di doppia consistenza, altrimenti avremmo rischiato ex abrupto una sonora disfatta. Il Corpo Ufficiali da tempo premeva perché Adua venisse riscattata e l’armata riprendesse una posizione di maggior prestigio agli occhi degli Stati Maggiori d’Europa.

Per cui le responsabilità storiche della gerarchia militare sono doppie, nel senso non solo dell'appoggio incondizionato all'impresa, ma soprattutto della scarsa preparazione logistica (eppure il tempo ci sarebbe stato!): partimmo con carte e planimetrie approssimative, senza idonee informazioni sull'organico effettivo dell'avversario, né sulla dislocazione dei reparti e sulle fortificazioni costiere turche. Ed i primi distaccamenti che sbarcheranno non avranno neppure i caschi coloniali ed indosseranno ancora le divise blu risorgimentali.

Ed a nessuno dei pezzi grossi di Roma venne in mente la componente religiosa che invece sarebbe stata determinante. La popolazione musulmana come avrebbe accolto i soldati italiani di differente religione? Nella realtà, presero le armi in massa per opporsi agli invasori cristiani. E fu guerra santa!

 

BANCHE, INDUSTRIE E SOCIETÀ COMMERCIALI.

Una grossa fetta di responsabilità del conflitto indubbiamente gravò su enti e società che vollero entusiasticamente la guerra, a partire dal Banco di Roma contro il quale qualche autore leva specificamente il dito. La componente, come dire, “mercantile” però è ben più complessa e va attentamente esaminata per correttezza storica.

La questione del Banco di Roma si pone nei seguenti termini: tale ente, diretto all'epoca dal commendatore Ernesto Pacelli, era nato poggiandosi su capitali clericali (leggasi: del Vaticano) ed aveva curiosamente (era infatti una cosa nuova) diversificato i propri interessi, investendo molto in fabbriche ed industrie gestite direttamente, alcune delle quali erano - appunto - ubicate a Tripoli.

In Libia, ma specialmente a Tripoli, Il Banco aveva creato non solo normali filiali bancarie, ma tutta una serie di fabbriche per la lavorazione dei fosfati (molto richiesti all'epoca per la produzione di leghe metalliche, fiammiferi, esplosivi e concimi chimici, i c.d. Perfosfati).

Il Banco inoltre gestiva società elettriche, fabbriche di ghiaccio, di laterizi e pietrisco nonché alcuni cementifici. Proprio il cemento tripolino subiva la stretta concorrenza di quello dalmata meno costoso; per cui il Banco continuava ad insistere sul governo per beneficiare di dazi doganali protettivi. Inoltre intraveda la possibilità, in caso di guerra, di assumere in proprio la posizione di monopolista nel commercio del cemento (necessario a qualsiasi costruzione edilizia), stante il blocco dei traffici marittimi che il conflitto avrebbe senza dubbio comportato. Il cemento tripolino sarebbe stato l'unico sul mercato per parecchio tempo.

Inoltre, sempre con spirito innovativo, il Banco aveva creato un oleificio per lo sfruttamento in loco delle olive tripoline, aveva monopolizzato il commercio delle spugne marine e deteneva alcune importanti linee di navigazione in zona, come la Malta-Tripoli- Alessandria d'Egitto e la Tripoli-Bengasi-Alessandria d'Egitto. Noi oggi potremmo esattamente definire quell'istituto bancario una vera e propria “holding” industriale, in cui da Casa-madre controllava un gigantesco impero mercantile. 

Per cui il Banco di Roma iniziò ad esercitare pesanti pressioni sul governo Giolitti affinché tutelasse gli interessi commerciali in Tripolitania (parlava genericamente ma si riferiva in primis ai propri capitali colà investiti) ed agisse sollecitamente con uno sbarco militare a Tripoli, onde porre in sicurezza uffici e stabilimenti italiani ivi esistenti. Fu così che il Banco contribuì a trascinare l’Italia in guerra.

Addirittura giunse quasi ad una forma di ricatto quando fece volutamente circolare la voce che stesse vendendo tutte le proprie dipendenze e fabbriche tripoline a società tedesche, avendo timore che i turchi si impossessassero dei beni mobili ed immobili italiani in territorio libico. Lo stesso fecero altre società commerciali nazionali, per cui il governo si convinse che necessitava proteggere tali interessi mercantili italiani esistenti nel Nordafrica.

Le pressioni maggiori infine le usarono le grandi industrie belliche (Fiat, Ansaldo, Galileo) che “sentivano “odore di contratti milionari per le forniture da consegnare all'esercito ed alla marina da guerra, se il conflitto fosse stato dichiarato. Del resto è notorio che le guerre arricchiscono le grandi industrie.

 

LA STAMPA

Anche alla stampa infine va imputato l'appoggio che diede all'avventura coloniale con eccessiva superficialità, senza verificare dati e notizie che riguardano la Libia, accettando supinamente tutte le falsità che i fautori della conquista andavano pubblicando su libri, articoli e documenti vari. In pratica i giornali convinsero i loro lettori della facilità della conquista, anche quelle testate più autorevoli che avrebbero dovuto aprire gli occhi agli italiani e lanciare alte grida d'allarme.

Addirittura, nell'ultimo periodo, si assistette ad una vergognosa canea quotidiana con attacchi, suppliche ed incitamenti al governo Giolitti affinché affrettasse la dichiarazione di guerra, prima che altri Stati si impossessassero della Libia!

E, colpa ancor più grave, si fece intendere ai poveri lettori creduloni che la conquista della Libia avrebbe fatto cessare la mancanza di materie prime che cronicamente affliggeva l'economia italiana, atteso che quel terreno non era desertico ma conteneva ricchezze naturali in abbondanza, come i fosfati, ancora tutte da sfruttare.

A mio avviso, sintomatica a questo riguardo è la posizione assunta, pur se alla fine della campagna propagandistica pro-intervento, dal “Corriere della Sera”, testata dalla quale tutti si aspettavano maggiore obiettività di vedute; sia perché era il più autorevole quotidiano del paese, sia per la rigorosa guida che gli imponeva il direttore Luigi Albertini, ed infine perché aveva dei grossi calibri di corrispondenti da Tripoli (come Luigi Barzini ed altri), che avrebbero dovuto analizzare meglio la situazione.

Eppure anche il “Corriere della Sera”, pochi giorni prima della dichiarazione di guerra, passò dalla parte degli interventisti, con accesi articoli a favore della pronta spedizione nelle province libiche, in quanto “l'ora di agire era giunta!”. Evidentemente gli interessi industriali (proprietà della testata) erano prevalsi al di sopra della saggia direzione di Albertini.

Per ultima abbiamo lasciato la stampa cattolica, alla quale si deve imputare la colpa di una pericolosa deriva giornalistica: la presentazione della conquista “come una nuova crociata contro gli infedeli”, che avrebbe potuto portare ad una messe di conversioni religiose, salvando così migliaia di anime mediante la cristianità.

Chiaramente il Vaticano si asteneva ufficialmente da simili aperte posizioni, dichiarando invece che la guerra era un “problema squisitamente politico”, per cui la religione non doveva interessarsene.

Furono quindi queste sopra elencate le diverse motivazioni che spinsero l’Italia verso l’avventura libica. Alla fine, come si è visto, l'entusiasmo era alle stelle, si inneggiava alla guerra, si sognava la “terra promessa” e ci si autoconvinse che l'impresa fosse di una facilità estrema.

E tutti presero a cantare la canzone “Tripoli bel suol d'amore” (vero titolo: A Tripoli; autori: Arona e Corvetto) sulle note che la scandalosa Gea della Gherardesca - presentatasi sul palcoscenico coperta soltanto dal tricolore - aveva lanciato a Torino dal teatro Belbo l’8 settembre 1911! Fu questo il ritornello che rimase inciso nell'immaginario collettivo degli italiani da allora in poi. La realtà, però, fu ben più diversa e drammatica.

Per concludere sulle colpe della stampa, dobbiamo però ancora fare una menzione circa l'opera nefasta del giornalista de “La Stampa” a Tripoli, Giuseppe Bevione, interventista acceso che, con articoli quotidiani sul proprio giornale, faceva pressioni sul governo Giolitti affinché intervenisse subito in Libia.

Non aveva alcuna specifica competenza geografica od antropologica, né - purtroppo - si curava di verificare l'esattezza dei dati e delle notizie da lui stesso avanzate; solo propagandava l’immensa fertilità del suolo tripolino, le sue enormi ricchezze in minerali, nascosti nel terreno e pronti ad essere estratti, che avrebbero arricchito l’Italia e gli italiani.

Lanciò l'idea che la Libia potesse ospitare e dar lavoro a milioni di contadini, risolvendo una volta per tutte la “questione meridionale “, mettendo fine al continuo salasso demografico degli emigranti verso le Americhe. Questa ossessiva campagna di stampa contribuì a “montare” la opinione pubblica e Bevione ne fu l'instancabile campione.

Nel 1912, ancora non contento, scriverà un libro, coi tipi dell'editore Bocca di Torino, dal mirabolante titolo “Come siamo andati a Tripoli “. Paolo Maltese (testo già citato) espone il caso-limite, la più vistosa panzana statistica raccontata dal Bevione, relativa alla quantità delle palme da datteri dell'oasi di Tripoli: due milioni, forse tre! Ciò quale esempio dei dati errati (o volutamente falsificati) che quel giornalista offriva nei suoi corsivi ai poveri lettori. La questione rasenta il grottesco e vi sarebbe da sghignazzare, se non venisse subito in mente che a causa di simili baggianate, poco tempo dopo, le sabbie tripoline si sarebbero inzuppate di sangue italiano.

Dice Maltese: sarebbe bastato fare un semplice calcolo; avendo l'oasi di Tripoli un'ampiezza di soli 45 kmq., se qualcuno avesse diviso i 2 milioni di alberi per tale superficie, avrebbe scoperto immediatamente che a Tripoli in ogni metro quadrato fiorivano 45 palme da datteri! Altro che fertilità; qui siamo in preda alla più scatenata follia di guerra. Ecco, questi furono i protagonisti della penna che ci condussero al conflitto di Libia.

 

Quasi un secolo fa l’Italia combatté a due passi dal proprio territorio una guerra coloniale e la vinse. Se chiedete ad uno studente o ad un passante che cosa conosca della medesima, molto probabilmente vi dirà che fu una campagna militare preparata con grande cura, per cui in pochi mesi occupammo le due grandi regioni della Libia, la Tripolitania e la Cirenaica, strappandole alla Turchia. Forse vi soggiungerà di rammentarsi che all'epoca tutti cantavano la canzone: “Tripoli bel suol d'amore”. Nessuno comunque ricorderà i veri motivi che portarono l’Italietta a compiere un passo di tale portata politica da contribuire in buona parte al successivo sfascio dell'Impero ottomano.

In effetti la guerra italo-turca del 1911-1912 (nota come “guerra di Libia”) è rimasta scolpita nell'immaginario collettivo degli italiani come un momento felicemente riuscito, un’impresa da tutti voluta e che - in definitiva - riportò il piccolo Regno d’Italia nel consesso delle grandi potenze europee. Le cose però non si svolsero proprio in questo senso e dal punto di vista politico e sociale ebbero nella penisola un impatto ben più articolato e complesso.

La guerra di Libia, quindi, incise profondamente sul percorso storico del popolo italiano …

 

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