M. Gisella Catuogno
Omaggio a Emily Dickinson

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Titolo Omaggio a Emily Dickinson
Autore M. Gisella Catuogno
Genere Saggistica      
Pubblicata il 15/04/2011
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          Che senso possono avere nuove annotazioni sulla poesia di Emily Dickinson, quando già tanto è stato detto e scritto? Comunque le tento, perché desidero in qualche modo razionalizzare, attraverso la riflessione e la scrittura, l’onda di piena delle emozioni che la lettura delle sue liriche mi provoca.
Che sia una grande, anzi una grandissima poetessa, balza agli occhi al primo approccio: per la fluidità, la sonorità, la musicalità dei versi; per l’originalità, la freschezza, l’immediatezza delle immagini; per la valenza filosofica, esistenziale, universale dei temi proposti.
Per quanto angusto fu il suo orizzonte fisico –visse tutta la vita, a parte brevi parentesi, a Amherst, una cittadina del Massachussetts non lontana da Boston- infinito fu al contrario il suo orizzonte spirituale, Sì, perché il paese diventa l’ombelico del mondo, la prospettiva da cui guardare all’esterno: anzi, forse proprio l’angustia, la provincialità di Amherst si trasformano in stimolo per vedere oltre: dove, a chi? Anzitutto alle creature che la circondano, delle quali condivide la sorte della vita hic et nunc, nella loro peregrinazione terrena, nella loro fatica quotidiana, negli scarsi e fuggevoli momenti di gioia e nelle ben più lunghe e complesse tribolazioni, in una girandola di estasi e sofferenza apparentemente inspiegabili, se non la soccorresse la fede tenace, seppure a volte problematica e vissuta fuori di ogni convenzione:
Per ogni istante estatico/ dobbiamo pagare un’angoscia /in netta e tremante/ proporzione all’estasi.
Per ciascuna ora amata/ crudeli spiccioli d’anni/ -centesimi amaramente contesi-/ e forzieri colmi di lacrime! (125)
[…] E poi, chi ha disposto i ponti dell’arcobaleno,/ e poi chi conosce le sfere docili/ con vimini di morbido blu?/ Che dita intrecciano la stalattite-/ chi conta le perline della notte/ per accertare che non manchi nessuna? (128)
La fede è una bella invenzione/ quando gli uomini vedono/ ma i microscopi sono più prudenti/ in caso d’emergenza. (185)
So che Egli esiste./ In qualche luogo -in silenzio-/nasconde la sua vita rara/ dal nostro occhio rozzo./
E’ il gioco di un attimo./ E’ un’imboscata amorosa-/ solo perché la gioia/ guadagni la propria sorpresa!/
Ma -dovesse il gioco/ rivelarsi dolorosamente serio-/ la gioia –si raggelasse-/ nel rigido -sguardo-della morte-
Il divertimento non parrebbe/ troppo costoso?/ Lo scherzo non sarebbe/ andato troppo oltre? (338)
Alcuni osservano la domenica andando in chiesa-/ io la osservo stando a casa-/ con un bobolink per corista/ e un frutteto per cupola-/
Alcuni osservano la domenica con paramenti- io mi metto solo le ali-/ e anziché suonare la campana per la funzione /il nostro piccolo sacrestano- canta.
Dio predica, un religioso di fama-/ e il sermone non è mai lungo,/ sicché invece di arrivare in Cielo, alla fine-/ ci vado tutto il tempo. (324)
E sullo sfondo, il mutare delle stagioni, il trascolorare dell’estate, tanto amata, nelle brume autunnali e queste nel gelo dell’inverno, fino, nuovamente, al trionfo della luce sul buio, della vita sulla morte con l’arrivo agognato della primavera:
C’è qualcosa in un giorno d’estate/ mentre lente le sue fiaccole ardono/ che mi rende solenne./
C’è qualcosa in un mezzogiorno d’estate-/ una profondità – un azzurro – un profumo- / che trascende l’estasi. […] (122)
Sarà estate – prima o poi./ Donne –con parasoli-/uomini a passeggio – con canne d’India -/e bambine con bambole -/ coloreranno il paesaggio pallido-/ come un luminoso mazzo di fiori […]
(342)
Oltre l’autunno che i poeti cantano/ alcuni giorni prosaici/ un po’ al di qua della neve / e al di là delle nebbie-/
alcune mattine incisive-/ alcune ascetiche sere/ […] Forse uno scoiattolo rimane-/ a condividere i miei sentimenti-/ Concedimi, Signore,una mente solare-/ per sopportare la tua volontà di vento! (131)
Un’aria mutata delle colline-/ una luce tiria riempie il paese-/ un’aurora più ampia di mattina-/ un tramonto più profondo sul prato-/ un’orma di piede vermiglio-/ un dito purpureo sul pendio-/ una mosca beffarda alla finestra-/ un ragno di nuovo all’opera consueta-/ un passo più energico del galletto-/ un fiore atteso dappertutto-/ un’ascia che suona forte nei boschi-/ odore di felci su strade solitarie-/ tutto ciò e altro che non so dire-/ uno sguardo furtivo che conosci bene-/ e il mistero di Nicodemo/ l’annuale replica riceve! (143)
Già, la morte. Quanto spazio essa ha nella poesia dickensoniana! E’ lì, pronta a ghermire in ogni momento, a strappare affetti familiari e amicali, fino allo scempio di prendersi l’adorato nipote. E resta allora il vuoto, lo sbalordimento, il disincanto, il dolore senza aggettivi.
[…] Una malattia breve ma paziente- un’ora per prepararsi/ e una quaggiù stamane/ è dove stanno gli angeli (18)
Eppure, anche per lei c’è un posto nell’animo di Emily, che non conosce il rifiuto: la morte è passaggio, soglia da oltrepassare per accedere a un’altra vita, ben più luminosa e agevole di quella terrena. Perché allora l’ansia, il turbamento, la macerazione dei pensieri? Perché la dolce e risoluta ragazza è pur sempre un essere umano e la paura, il timore dell’ignoto, del non sapere come avverrà tale passaggio sono la cifra stessa della sua umanità. Sull’oltre ci sono rari dubbi o tentennamenti: il Paradiso appare quasi a portata di mano; l’unica incertezza è il suo carattere, il suo paesaggio, le presenze, angeliche, terrestri, divine che conterrà, la modalità della nostra esistenza in esso.
Così una margherita/ oggi dai campi svanì/ Così molte scarpette in punta di piedi/ andarono in Paradiso/.
Così la marea calante del giorno/ stillò bollicine purpuree/ Fiorire-scalpicciare-correre-/ Siete voi dunque con dio? (28)
Andando in Cielo! Quando non so/ e non chiedetemi come!/ In effetti sono troppo stupita/ per pensare a rispondervi1/ Andando in Cielo!/ Come suona vago! Eppure si farà/ sicuro come il gregge torna a casa la notte/ sotto la guida del pastore!/ Forse ci andate anche voi!/ Chi lo sa?/ Se doveste arrivarci prima/ tenetemi un posticino/ vicino ai due che ho perduto./La “ veste” più piccola mi andrà bene/ e una “corona” minuscola/ perché sapete che non badiamo all’abito/ quando andiamo a casa. […] (79)
Qualsiasi aspetto della natura viene indagato e descritto: insetti, uccelli, fiori sono presenti in moltissime liriche; dai pettirossi ai bobolink, dalle rose selvatiche ai lillà, dalle margherite alle genziane, dalle farfalle alle api ubriache di nettare; tutte queste piccole creature partecipano della vita degli esseri umani e la arricchiscono. Gli alberi, i ruscelli, il bosco, le radure poi sono altrettanti scenari dell’attività quotidiana o dell’esercizio del pensiero e instillano gioia, specialmente quando s’accompagnano alla luce del sole:
Il mormorio di un’ape/ una magia mi dà-/ se qualcuno chiede perché- sarebbe più facile morire-/che dire-/
Il rosso della collina/ mi toglie la volontà-/se qualcuno ride-/ attento –dio è qui-/ nient’altro./
L’aprirsi del giorno/eleva il mio grado-/ se qualcuno chiede come-/ l’artista –che così mi disegnò-/
risponda! (15)
Fammi un’immagine del sole-/ che io possa appenderla in camera-/ e far finta che mi scaldo/ quando gli altri dicono “giorno”!
Disegnami un pettirosso sul ramo –sul ramo-/ così di sentirlo- sognerò,/ e quando la canzone dei frutteti cessa-/ di fingere smetterò-/
(188)
L’amore, poi, è protagonista nel discorso poetico dickensoniano: per i familiari, verso cui non mancano garbate e ironiche note di disappunto, per l’abitudine che ha il padre di svegliare talvolta i figli in ore antelucane, interrompendo il legittimo evolversi dell’avventura onirica; per i fratelli, per la cognata, per i nipoti; ma anche per gli amici con cui divide esperienze, ricordi e affinità elettive. Ma è dirompente l’amore passionale:
Cosa darei per vedere il suo volto?/Darei – darei la mia vita –ovviamente-/ ma questo non basta!/ Aspetta un minuto – lasciami pensare!/ Darei il mio bobolink più grande!Così sono due –lui- e la ita!/ Sapete chi è giugno-/ ecco darei lui-/ rose colte ieri a Zanzibar-/ e calicidi gigli –come pozzi-/ e miglia e miglia –di api-/ canali blu/che flotte di farfalle –traversarono-/ e valli screziate di margherite -/ […]
(247)
Notti selvagge –notti selvagge- / Se io fossi con te/ notti selvagge sarebbero/ nostra voluttà!/
Futili –i venti-/per un cuore in porto -/niente più bussola-/ niente più carta!
Remando nell’Eden -/ ah! Il mare!/ se in te -stanotte-/ potessi ancorare!/
(249)
Quanto eros, quanta modernità in questi versi, nei quali Emily canta il desiderio di perdersi nell’altro, porto in cui gettare l’ancora e trovare il Paradiso terrestre!
Davvero non appare una rassegnata zitella della provincia americana dell’800…C’è in lei una forza, una sincerità, una elevazione della sensibilità e dei sentimenti all’ennesima potenza!
Perché allora quella scelta di auto recludersi, d’appartarsi dal mondo, lei che gettava continuamente ponti ai suoi simili, che coltivava i rapporti interpersonali come i fiori nei suoi vasi?
Azzardo che sia stato per moltiplicare il suo tempo, coltivare i meandri dello spirito, intessere una trama così profonda di relazioni interiori, con se stessa e con chi amava –anche se la sua opera sarebbe stata postuma (pure questa una scelta ponderata!)- da impegnare in tale “mission” tutte le sue energie, senza disperderle nella banalità di una vita convenzionale.
In questa scelta estrema mi ricorda Proust, che per concentrarsi e ultimare la sua Recherche si fa insonorizzare le pareti della sua camera di sughero. Follia?! Per noi, forse, non per queste personalità eccezionali.
Probabilmente questa è stata la condizione estrema per sondare tutti gli abissi del suo spirito e renderne partecipi le generazioni a venire. Grande Emily, sacerdotessa della poesia e della vita, come la sua veste bianca suggeriva! Senza di lei saremmo più orfane e sole.







 

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