Barbara Torretto
CROCEFIESCHI - tra aneddoti, emozioni e …fantasia

Titolo CROCEFIESCHI - tra aneddoti, emozioni e …fantasia
Autore Barbara Torretto
Genere Narrativa - Memoria del Territorio      
Pubblicata il 27/06/2011
Visite 6885
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Spazioautori  N.  107
ISBN 9788873883302
Pagine 148
Prezzo Libro 12,00 € PayPal

Crocefieschi, un paesino dell’Appennino Ligure. La natura fa da sfondo e motivo ricordato per tutto il testo. Ogni brano è un frammento di paese che prende spunto da un aneddoto, una sensazione, un personaggio reinventato dalla fantasia dell’autrice. Vi sono in questo libro alcuni episodi e descrizioni che  invitano a visitare Crocefieschi, anche solo per vedere, dietro a una casetta completamente scolorita, due magnifici e grandi castagni. La storia del piccolo paese, come in una leggenda o in una fiaba evoca emozioni lontane.


IL RESPIRO DELLA GALAVERNA

 

Ho sentito dire che per riuscire a percepire il respiro della galaverna bisogna avere compiuto almeno 60 anni. Probabilmente è vero, perché stanotte sento solo il rumore del ghiaccio che piove dal cielo, dai tetti, dai rami e dalle grondaie.

Di solito, d’autunno c’è la pioggia che si riversa giù dalle nuvole e scroscia sui vetri, gorgoglia dai tubi di scolo ed inzuppa la vegetazione. I rami degli alberi sono lucidi, lavati e la terra si impregna di umidità; ad ogni passo te la ricaccia in superficie tanto che le suole delle scarpe producono un suono quasi simile allo sciabordio delle barche ancorate ad un molo.

Chi, come me, è metereopatico forse può capire cosa intendo.

La pioggia incupisce e rattrista, così senza ragione. Guardare fuori dalla finestra e vedere che il colore grigio predomina su tutto, pensare che se si esce di casa si avranno i vestiti bagnati ed attaccaticci mette di per sé di cattivo umore.

A volte invece c’è la grandine, quella che arriva così all’improvviso, ed è tutto un gran fracasso. D’un tratto il cielo si fa scuro, di piombo e senti come dei martelletti che picchiano senza pietà sulle tegole, sulle lamiere del pollaio, sulle carrozzerie delle auto. Guardi fuori e vedi che ai bordi del marciapiede si sta formando una strisciolina di chicchi bianchi. Da casa sembra quasi uno scherzo, come se qualcuno avesse rovesciato del polistirolo per terra. Ma se apri la finestra, ti accorgi che non è affatto divertente. Un’aria particolarmente gelida investe il viso, un alito ghiacciato, innaturale, come quando si apre lo sportello del freezer. Trasmette una sorta d’inquietudine, quasi paura per un presentimento nefasto.

Il vento è di nuovo qualcosa di affascinante. Spesso si alza violento ed incontenibile, senza ragione come se da qualche parte ci fosse una porta che fa corrente. Le nuvole, se ci sono, si muovono ad una velocità impressionante oppure si stracciano nel cielo come fazzoletti vecchi e lisi. 

I rami degli alberi sfregano e sbattono gli uni contro gli altri. L’aria che passa a forza tra gli interstizi delle tegole fischia ed urla come una strega nel pieno di un sabba. E questo mette addosso una strana agitazione, come se si fosse galvanizzati dall’elettricità dell’aria che il vento mette sotto carica. 

Impossibile dormire in una notte di tramontana.

Poi, d’inverno, arriva la neve. La neve è un’altra storia, la neve porta con sé un’irrazionale allegria, qualcosa che arriva dal profondo, dal mio nocciolo di bambina, qualcosa che affiora sulla pelle e che m’impedisce di stare in casa. Quando fuori nevica non posso fare a meno di mettere una giacca col cappuccio ed uscire. Allora il cielo è bianco, e si abbassa fino a diventare un tutt’uno con i contorni delle colline. La neve quando cade non fa rumore, è soffice appena si posa sul terreno o sulla strada. Le orme sul velo bianco intonso lasciano dietro di me la traccia profondamente silenziosa del mio insensato passaggio. 

Chiunque, anche che viva in città, conosce più o meno queste situazioni climatiche e ci si è più o meno “picchiato” per andare a scuola o a lavorare.

A Milano o a Torino per esempio, c’è di rado il vento ma nevica almeno una o due volte ogni anno. A Genova, invece, la tramontana o lo scirocco ci sono sempre a tenere compagnia alla città mentre la neve è tanto rara da immortalarla nelle cartoline.

Ma... la galaverna, questa è qualcosa che appartiene alla campagna. In città al massimo ghiacciano le strade, ed è un bel guaio muoversi.

La galaverna è tutta un’altra cosa. È come un sortilegio, una malia; come quando la Bella Addormentata nel Bosco tocca il fuso dell’arcolaio e tutto il reame si pietrifica a mano a mano. Ecco la stessa sensazione che sto sperimentando questa notte. Il paese si sta trasformando sotto i miei occhi. La luce a viraggio seppia dei nostri lampioni, che è ben diversa da quella dell’illuminazione al neon, da vita all’atmosfera irreale sul paesaggio.

Il ghiaccio sta avviluppando ogni cosa nella sua crosta trasparente e lucida. Gli alberi sul Castè hanno una seconda pelle. Ogni singolo ramo e ramoscello ha adesso una corteccia di ghiaccio. Le grondaie delle case in Via Mazzini ed i fili della corrente in piazza sono dentellati di ghiaccioli, che pendono in simmetrica perfezione come i merletti inamidati dai ripiani delle credenze. I gradini del sagrato della Chiesa sembrano tirati a lucido dal gelo come i pavimenti di marmo sotto la lucidatrice. I riccioli in ferro battuto delle ringhiere sui terrazzini e alle finestre del vicolo sono ricamati e illuminati dal ghiaccio che li stringe ad ogni centimetro nella sua morsa. La via principale del paese, in discesa, sembra un lungo scivolo di acciottolato, in cui si riflettono come sulla superficie dell’acqua cheta le facciate delle case. La Cappelletta che veglia in alto sul paese è rivestita di cristallo.

Strani giochi di luci ed ombre si sviluppano sulla crosta di ghiaccio che stende il suo incanto su ogni piccola, singola cosa, rivestendola di una pellicola trasparente e spessa. Attraverso di essa le cose traspaiono come se fossero le stesse, ma ingrandite sotto una lente. Una mattonella, la foglia irrigidita di una rosa, la maniglia esterna di un portone: ogni singolo particolare viene amplificato. 

E tutto sembra di vetro. Ogni cosa scintilla ma scricchiola lievemente. Ed è questo scricchiolio leggero che da il senso di quanto in realtà la magia della galaverna non sia altro che il sortilegio dell’inverno cattivo. Essa fa scivolare e cadere; il ghiaccio come il vetro, non sostiene ma al contrario tradisce il piede ed il passo. L’incantevole luccichio sui rami, sui fili, sulle balaustre in realtà rompe e spezza. 

Dicono poi che la galaverna respiri. Raccontano i vecchi che tra i rami piegati dal gelo si senta un sussurro, il fiato affaticato della natura che sopporta, con rassegnazione e pazienza, il peso della trasparenza portata dal ghiaccio.

Quello che avverto adesso io è una sensazione di immobile attesa di chissà cosa, l’aspettare senza scopo del ghiaccio che aumenta millimetro dopo millimetro il suo spessore e allunga impercettibilmente i suoi candelotti. 

È un sentimento di sospensione tra un momento di gelo ed un altro di disgelo.

Certo, perché domani, la galaverna mollerà la presa; e allora farà davvero rumore. I rami degli alberi si scrolleranno di dosso , interi, i loro involucri di ghiaccio come fossero guanti. Piccole lastre trasparenti scivoleranno dai tetti o lungo i marciapiedi e si infrangeranno estinguendosi da sé. Sarà tutto un sciogliersi, uno sgocciolare, un crepitare. Ovunque piccoli o grandi, silenziosi o rumorosi tonfi. E acqua che scorre dappertutto.

È il freddo gennaio che scivola via, lungo i canaletti ai bordi delle strade e dei vicoli, attraverso le grate nei tombini, seguendo i declivi delle colline nei ruscelli.

È questa la galaverna che, per fortuna, è durata solo una notte di incantesimo e ha lasciato alla campagna il ricordo del suo respiro pesante.

 

 

 

 

BIANCO

 

è di nuovo tutto bianco fuori! Quest’anno a Crocefieschi nevica, nevica, nevica.

I vecchi dicono che inverni come una volta, con metri di neve, non ne vengono più, ma questo mi sembra che ci si avvicini abbastanza.

Qua e là si ammassano mucchi enormi di un colore ormai grigio sporco. I bordi delle strade sono fiancheggiati, non più dai marciapiedi ma da cumuli bianchi. I tetti delle case ne sopportano il pesante strato come casette di marzapane grondanti glassa. Le panchine, che nessuno utilizza in questa stagione, assomigliano a puf da salotto sagomati dal bianco elemento. Le auto sono rivestite da una coperta soffice. Sembra perfino che sui fari, come sugli occhi, calino delle palpebre assonnate. Ogni superficie, anche la più piccola, dai ferri di un cancelletto ai fili della corrente è spruzzata di freddo zucchero a velo.

In paese, la colonna sonora di questo breve ma interminabile febbraio è il rombo sordo del motore diesel della pala spazzaneve ed il soffio cupo delle turbine.

Gli uomini si danno da fare per aprirsi varchi di passaggio tra le case. Il bosco ed il prato invece aspettano pazientemente sotto la coltre invernale che la natura faccia il suo corso.

Fuori dal paese i declivi delle colline sono sconfinati ed intonsi scivoli chiari. Gli alberi spuntano dalla neve con i tronchi scuri come bastoncini infilati nella sabbia. Danno un’idea di precarietà. Ma solo l’idea. Infatti si piegano con sottomissione ma non cedono e saranno di nuovo pieni di foglie e fiori fra un paio di mesi. 

Siamo noi esseri umani che cadiamo e scivoliamo sulla neve nonostante l’arroganza delle nostre macchine. La spostiamo, la togliamo per poter andare. Senza riflettere che la neve è divertente per chi scia, chi va col bob o fa pupazzi. 

E non pensiamo mai che più di ogni altra cosa la neve è magia. 

Getta sul mondo che ci circonda un particolare incantesimo: è l’elemento che tutto copre e tutto svela.

Se è vero che ricopre di un pesante strato immacolato il sottobosco è altrettanto vero che su di essa, proprio come su un foglio bianco, troviamo scritte le tracce di ogni passaggio. Si distinguono chiaramente, come svelate, le orme. Quelle piccole e profonde della zampa bipartita del cinghiale. Il calco leggero dell’ungula del daino. Le zampe in corsa di una lepre o il passo cauto della volpe.

Ai piedi di un albero si vede distintamente dove il porcastro selvatico si è fermato a raspare. Qui le setole della sua grossa pancia hanno sfiorato la superficie nevosa. Dalla profondità dell’orma si può dedurre quanto sia pesante, se è maschio o femmina e quanto vecchio

Vicino ad un cespuglio un gruppetto di daini si è immobilizzato e ha alzato il collo per fiutare l’aria. La neve ci racconta quanti erano. Poi sono partiti saltando in corsa avendo odorato il pericolo.

Il leprotto, nel suo agile saltare lascia una traccia molto particolare, come una buffa faccetta che fa “oh”. Le zampe posteriori, quelle scattanti con cui si da la spinta, formano gli occhi. Quelle anteriori invece, le appoggia in maniera allineata una dietro l’altra.

Queste disegnano il naso e la bocca.

 

 

Ecco sul colmo di un crinale il luogo dove è passata la volpe. A differenza del cane, e in modo più simile al lupo, essa cammina come se poggiasse le piccole zampe allineate lungo un’immaginaria retta. Dietro di sé lascia sulla superficie della neve uno sbaffo di coda.

Sullo strato leggero che ricopre un balconcino, la neve svela qua il saltellare a zampette unite del passero, là le impronte più grandi del merlo. Sulla ringhiera ci sono i segni dell’aggrapparsi delle cinciarelle e un po’ oltre i movimenti del pettirosso in cerca di briciole.

Anche gli uomini, ancor più degli animali, lasciano sulla neve le tracce della loro vita: della loro età, del loro sesso e del loro lavoro.

Ecco quindi su un muretto, dove lo strato di neve ricopre da giorni le pietre, la netta traccia di due piccole manine: probabilmente un bambino che raccoglieva il materiale per una palla da tirare.

Giù dal vicolo Portichetto verso la P.zzetta del Brenzio la neve ha completamente rivestito e arrotondato i gradini di una scaletta. Le levigature lisce che scorrono dall’alto verso il basso, ci raccontano chiaramente che un paio di ragazzini si sono divertiti con il bob. Era evidentemente un bob e non una slitta, perché altrimenti le tracce sarebbero state quelle di due strisce parallele, lunghe e nette. 

Su per vico Forni il sottile velo bianco mostra la traccia degli scarponcini di una signora che ha portato fuori il cagnolino. Quest’ultimo ha fatto due saltelli sulla neve e poi si è fatto portare in braccio. Si vede bene il punto dove la padrona ha fermato i passi accucciandosi a sollevare la bestiola, le cui zampette da quel punto scompaiono.

L’operaio con gli scarponi da lavoro numero 44 è passato di qua. Forse era già l’ora del mezzogiorno perché la camminata strascicata, che lascia il tacco sul pasticcio nevoso ci racconta una giornata iniziata molto prima dell’alba a spalare.

La neve alta sul viottolo che porta alla stalla dice che il contadino è tornato con i secchi pieni di latte stamattina presto. Si vedono infatti chiaramente ai due lati del passaggio i segni orizzontali dei carichi portati a braccia: due strisce leggere all’altezza dei polpacci. E doveva essere molto presto perché sulle orme profonde delle grandi scarpe si è già posato il nuovo soffice velo della nevicata mattutina.

Ai lati della sagoma d’asfalto nero di un’auto parcheggiata che ora non c’è più, ci sono le orme delle suole di cuoio di un mocassino. Forse si trattava di un avvocato o di un dirigente che lavora in città. 

Sulla piazza si distingue il passo piccolo e veloce di una ragazza. Più in basso il segno lungo di un dopo-sci di chi, magari con la voglia di scherzare, nonostante tutto, non rinuncia a qualche scivolata in strada. 

Le altalene sul Piazzale della Chiesa sono completamente sommerse di neve. Per i bambini, appena usciranno da scuola e dall’asilo, saranno una tentazione irresistibile su cui lasciare l’impronta del fondoschiena. 

Nulla è tanto affascinante come il senso della neve.

 

 

 

 

Crocefieschi, un paesino dell’Appennino Ligure. La natura fa da sfondo e motivo ricordato per tutto il testo. Ogni brano è un frammento di paese che prende spunto da un aneddoto, una sensazione, un personaggio reinventato dalla fantasia dell’autrice. Vi sono in questo libro alcuni episodi e descrizioni che  invitano a visitare Crocefieschi, anche solo per vedere, dietro a una casetta completamente scolorita, due magnifici e grandi castagni. La storia del piccolo paese, come in una leggenda o in una fiaba evoca emozioni lontane.


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