Maurizio Parodi
L’ombra del Chaos

Titolo L’ombra del Chaos
Autore Maurizio Parodi
Genere Narrativa      
Pubblicata il 28/07/2011
Visite 10719
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  111
ISBN 9788873883241
Pagine 232
Prezzo Libro 15,00 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788873883647
Prezzo eBook 8,99 €
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Una misteriosa lettera, un enigma da risolvere, cinquant’anni di fatti e misfatti di storia italiana.

Dalla Resistenza tradita alla strategia della tensione per giungere agli anni di piombo.

A dipanare, quasi per caso, l’intricata vicenda è Lucio Manghi, giornalista di successo, durante le vacanze in un paesino della Lunigiana.

Tutto ruota attorno a un oscuro episodio. Volpe, comandante partigiano senza scrupoli, ambiguo e spregiudicato personaggio, comprandosi la falsa testimonianza di Mario Trivelli, fa condannare a morte Furio, convinto comunista e valoroso combattente; stessa sorte capiterà alla sua compagna Marta.

Ma qual è la profonda verità che si cela dietro questi efferati crimini?

Seguendo le tracce del losco personaggio, forse al centro delle operazioni clandestine della CIA, Lucio Manghi riuscirà a sciogliere l’enigma, e trovare una soluzione inaspettata, aiutato del maresciallo Lo Presti e dal suo vecchio professore di filosofia, l’intrattabile Toschi, senza potersi sottrarre al fatale incontro con l’irresistibile Camilla.

Spiegò il foglio con estrema delicatezza, perché non si strappasse, e lesse avidamente il contenuto:

Caro Lucio,

ho le prove certe dell’innocenza di Carlo.

Devo assolutamente incontrarti. Raggiungimi appena puoi.

Confido nell’amicizia e nella lealtà che ci hai sempre dimostrato.

Ti abbraccio con tutto l’affetto di cui sono capace.

A presto risentirti.

Marta.

Sollevò lo sguardo, attonito, incapace di dare un senso alle frasi che aveva appena letto.

I nomi, a parte il proprio, gli erano del tutto sconosciuti, così come le vicende cui si faceva implicito riferimento, presumendo che lui ne avesse chiara cognizione. Ma era troppo assurdo perché si potesse pensare a uno scherzo.

Rilesse con attenzione e crescente disagio il testo, concentrandosi su ogni parola, senza riuscire a capacitarsi, finché si soffermò sulla data: 7 ottobre 1945.

Ebbe un sobbalzo tutto interiore: se la data era autentica, lo scritto risaliva a 50 anni prima.

Incredibile! Aveva tra le mani una lettera inviatagli quando ancora i suoi genitori non si conoscevano.

Fu sopraffatto dalla nausea, pur non provando alcuna sensazione fisica: era come una vertigine percettiva, una spasmodica alterazione dello stato di coscienza.

Respirò profondamente, riprese il controllo e cercò di dare una spiegazione sensata all’evento inesplicabile.

Si passò una mano fra i capelli, mentre osservava il foglio, quindi scosse la testa con forza, come fosse un vecchio televisore che distorce le immagini, sperando di risistemarne le valvole. In cuor suo era davvero convinto di avere un cervello antico, se non arcaico: un modello precedente l’avvento dei microprocessori, da cui promanava un pensiero debole e lento, interlocutorio, problematico, precario, orientato più dalla sensibilità che dalla volizione.

Provò a ricapitolare i fatti.

Lucio Manghi era il suo nome, non v’era dubbio; e ricordava benissimo di essere nato il 29 dicembre del 1959, come riportato in tutti i documenti (la madre non lo aveva mai smentito); e adesso stava lì nella casa di Castelvecchio, il suo più appartato rifugio, noto a pochissimi, al quale tornava di tanto in tanto per ricrearsi, lontano dagli affanni e dal male di vivere; un luogo in cui non accadeva mai nulla, tutto era già stato e seguitava a ripetersi con soave ciclicità; e sulla scrivania giaceva una lettera scritta da una sconosciuta quattordici anni prima che fosse concepito; e lui era sicuramente sveglio e in possesso di tutte le sue facoltà.

Doveva esserci una spiegazione ragionevole. Non aveva nessuna voglia di diventare un fenomeno paranormale, il prescelto interlocutore di uno spiritaccio ancora incline a occupazioni mondane.

Che figura avrebbe fatto se si fosse risaputo, magari al giornale.

- Bravo Lucio, uno scoop davvero incredibile. Abbiamo deciso di affidarti la nuova rubrica: “Cose dell’altro mondo”. Sarà un successo strepitoso.

Cominciava a ricomporsi, sapeva quanto utile gli fosse, per mitigare sollecitazioni ben più violente, l’ammortizzatore dell’ironia: era l’unguento che anestetizzava le ferite dell’anima, il sedativo cui ricorreva per sopportare il quotidiano travaglio dell’esistenza.

Si alzò dalla poltrona e prese una solenne decisione: avrebbe saccheggiato il barattolo di yogurt al malto della confezione famiglia (verosimilmente molto numerosa e con tendenza alla bulimia) comprata il giorno prima e ancora intatta: quando la mente non è all’altezza della situazione, tanto vale occuparsi del corpo, soprattutto se comincia a dare segni d’impazienza.

Raggiunse il frigorifero e ne trasse il secchiello. Era ancora sbigottito, ma la gradevole sensazione che il palato gli restituì, già alle prime cucchiaiate, contribuì a rasserenarlo.

Provò di nuovo a ragionare.

Il testo poteva essere stato scritto di recente e riportare una data fasulla, usando carta invecchiata in qualche modo, particolarmente efficace, o davvero vecchia.

Ma se così fosse stato, l’inchiostro avrebbe impresso in modo diverso la superficie del foglio. D’altra parte, chi mai avrebbe avuto interesse a compiere un’operazione così complessa e al solo scopo di recapitargli un messaggio incomprensibile?

Se anche si fosse trattato di una comunicazione in codice (cosa che accedeva spesso nei film di spionaggio, ma meno di frequente nella vita reale) non sarebbe mai riuscito a decrittarla; e poi che senso avrebbe avuto la messinscena della falsa datazione, l’uso di vecchi materiali?

Ripensò alle promettenti lusinghe del serafico risveglio: avrebbe dovuto essere un giorno di straordinaria normalità, iniziato sotto i migliori auspici, che già era certo di poter consacrare al culto dell’ozio.

Trascorsi pochi minuti, da quei magici momenti di delizioso appagamento, si ritrovava in circostanze che di normale avevano ben poco, che anzi propendevano minacciosamente al sovrannaturale.

- Diamine, sono in vacanza! - sibilò tra i denti all’indirizzo di una qualsiasi entità, antropomorfa per esigenze d’interlocuzione, cui si potesse attribuire l’imponderabile origine delle congiunture più sfavorevoli.

- Come se già non mi fossero bastate - rimuginava seccato - le alchimie, le metamorfosi, le resurrezioni, le apparizioni e, soprattutto, le sparizioni di cui per anni ho dovuto occuparmi quando trattavo di questioni legate alla finanza o alla politica.

Riprese in mano, con qualche titubanza, il misterioso foglietto. Lo lesse di nuovo, sempre più incredulo, e lo ripose per poter nuovamente affondare il cucchiaio e se stesso nel morbido viluppo dell’ambrosia immacolata.

Mangiava e pensava. E più pensava, meno capiva.

Infine scosse la testa rassegnato: non poteva essere altrimenti.

La lettera era stata scritta nel ’45 e spedita soltanto un mese prima.

Perché così tanto tempo? Perché non era stata inviata subito?

Già, ma lui doveva ancora nascere; e se fosse arrivata quando fu scritta…

- Che idiota! - berciò sputacchiando yogurt sulla scrivania - Se fosse stata spedita nel ’45 l’avrebbe ricevuta il nonno - che non aveva mai abbandonato il mulino: lì era nato, non ricordava quando, ed era voluto morire, rifiutando l’ospedale, pochi anni prima che lui nascesse. Proprio al nonno paterno, e alla morte così prossima alla nascita del nipote, doveva il suo nome. Il nome anagrafico era Luciano, e lui lo aveva sempre chiamato così, il nonno Luciano, come era scritto sulla lapide, ma per gli amici era Lucio; e così suo padre aveva deciso di chiamarlo, secondo una tradizione che voleva si tramandassero assieme al nome anche le qualità dell’avo, nel suo caso, per quel poco che sapeva, indubbiamente eccellenti.

Il Lucio Manghi della lettera era dunque il nonno. A lui era indirizzata la richiesta di aiuto che ora gli appariva in una prospettiva ben più drammatica, potendola riferire a persone realmente vissute, a sofferenze autentiche e ai lutti di cui la guerra aveva disseminato anche quei luoghi, non abbastanza remoti.

Era l’unica spiegazione accettabile, anche se incompleta. Restava da capire la ragione di un simile ritardo, impensabile, anche per le poste italiane.

Perché Marta aveva aspettato tutto quel tempo? Possibile che non sapesse della morte di un amico così caro e “leale”, defunto oramai da molti anni? Eppure Castelvecchio non è così distante da Parma. Perché non recarsi lì personalmente? Forse si era trasferita all’estero. Poteva essere. Oppure era rimasta in coma per un lungo periodo, e si era ripresa soltanto adesso e… aveva deciso di inviare una missiva scritta un secolo prima…

Già, e forse lui era il segreto emissario, ignoto a se stesso, convocato dall’incredibile Hulk a Disneyland per sventare il tentativo di golpe perpetrato da Nonna papera e ripristinare l’ordine e la pace sotto l’illuminato governo di Cip e Ciop.

- Ma per carità! - bofonchiò indispettito.

Tornò in cucina per prendere uno strofinaccio e pulire il tavolo, al quale teneva particolarmente; era del nonno, uno dei primi manufatti usciti dalla falegnameria che aveva impiantato, subito dopo la guerra, nell’essiccatoio in disuso: linee essenziali, ingentilite da leggere modanature a ovolo.

Lo aveva fatto restaurare da un artigiano del posto, per poi adibirlo a scrittoio.

Mentre con cura rimuoveva le macchie di yogurt, augurandosi che non rimanessero tracce, riconsiderò gli elementi noti, sforzandosi di ricavarne plausibili deduzioni.

Il tenore del messaggio, l’urgenza della richiesta non potevano ammettere indugi. Le prove, di cui si diceva, avrebbero dovuto scagionare un indiziato o un condannato per chissà quali reati, invalidando, forse, un’erronea sentenza di colpevolezza. Che interesse avrebbe avuto l’estensore a inviarla adesso?

- No, - mormorò tra sé, mentre riponeva lo strofinaccio - la lettera non è stata spedita da Marta.

Da chi, allora; e perché?

Lo ignorava, ma lo avrebbe scoperto. Sapeva come condurre un’inchiesta, era un “abile segugio”, almeno secondo Francesca che gongolava compiaciuta ogni qual volta lo vedeva impegnato nella realizzazione di un servizio particolarmente arduo e stimolante - salvo ricordargli, nei non rari momenti di inedia, che è tipico dei depressi cronici alternare saltuari stati di eccitazione compulsiva a lunghi periodi astenica fissità.

Avrebbe iniziato subito le ricerche; avrebbe indagato, una volta tanto, non per smascherare oscure trame, denunciare loschi traffici o colpire illeciti interessi, ma per il puro piacere di sciogliere un enigma, di scoprire la verità e, da ultimo, ragione molto irrazionale eppure decisiva, per rispondere in qualche modo all’accorato appello di Marta.

Salì in camera per vestirsi, cercando di ricostruire le poche notizie che di suo nonno gli aveva fornito il padre. Sapeva che era stato un eroe della resistenza, un autorevole militante comunista, nel primo dopoguerra, con ottime possibilità di ricoprire incarichi di prestigio nel partito, pregiudicate dalla sua ostinata insofferenza verso ogni forma di autoritarismo, disciplina arbitraria e retorico ossequio.

Era già ammalato quando, saputo che l’Ungheria era stata invasa delle truppe sovietiche, si fece portare alla locale sede del PCI, salì a fatica le scale del palazzo sul quale lui stesso aveva issato la bandiera rossa, mentre ancora infuriavano nelle strade i combattimenti tra partigiani e tedeschi, e attese l’arrivo del segretario per stracciare di fronte a lui la tessera del partito ed esortare i compagni a fare altrettanto.

Gli dispiaceva non averlo potuto conoscere; doveva essere stato un uomo di grande temperamento, quello che forgiano i più duri frangenti quando si scontrano con la materia più nobile.

Finì di vestirsi. Aveva indossato, sotto il giaccone di fustagno, l’immancabile gilet, nel quale ripose l’orologio, ancora fermo, che avrebbe sincronizzato con i prossimi rintocchi del Campanone, il simbolo della cittadina: una torre campanaria ricavata dal mastio che vigilava, in epoca medievale, le mura interne al borgo. Il segno possente dell’intima frattura che separava le avverse fazioni: guelfi da una parte, ghibellini dall’altra. Una ferita dolorosa i cui postumi ancora risaltano nella odierna toponomastica: a sud del torrione si apre la Piazza del Comune; a nord la Piazza del Duomo. Le unisce uno stretto passaggio originariamente protetto da una porta, di sicuro ben presidiata su entrambi i lati.

Uscì richiudendo il portone alle sue spalle, grato all’endemica mollezza degli abitanti del luogo (sembrava si respirasse etere anziché ossigeno), per non doversi affannare sulla serratura, accanendosi fino all’ultima mandata, come era costretto a fare in città.

Da quelle parti non vi era ancora bisogno di qualificare la criminalità nelle diverse proporzioni: micro e macro. Dei pochi e infimi ladruncoli tutti conoscevano le generalità. I rari furtarelli non comportavano alcun onere investigativo.

La casa sembrava molto isolata, perché protetta da una collina che impediva di vedere l’abitato sottostante; in realtà distava pochi minuti dalla cinta muraria del borgo medievale.

Avrebbe potuto usare l’auto, percorrendo la strada asfaltata che raggiungeva dal retro la sua quieta dimora, ma preferiva camminare; godere con calma, “a passo d’uomo”, le sobrie ed eleganti geometrie che compongono il tessuto architettonico del centro storico.

Imboccò un’antica mulattiera che sino all’inizio del secolo costituiva la principale via di collegamento con i centri del Nord: uno dei tratti più movimentati della Via Francigena; percorso obbligato per pellegrini, mercanti, contrabbandieri e, purtroppo, eserciti che brulicavano incessantemente, come cellule impazzite, nelle arterie della penisola, per molto tempo più frazionata di un arcipelago.

Superato un ponte romano, austero e maestoso, sopravvissuto indenne a bombardamenti e alluvioni, raggiunse il centro.

Aveva deciso di non parlare del biglietto, per evitare possibili conseguenze giudiziarie. Si sarebbe limitato a raccogliere informazioni sulle persone e sui fatti menzionati, riservandosi ulteriori iniziative.

Rinunciò, dato l’orario indicato dall’orologio del Campanone, al rituale cappuccino; era solito consumarlo nella caffetteria, in puro e autentico stile liberty, che impreziosiva l’angolo della piazza comunale più prossimo all’antica frontiera interurbana.

- Certo, - pensò - a Berlino non hanno inventato proprio niente: quanto a faziosità, lotte fratricide e “muri” li abbiamo preceduti di qualche secolo.

Si diresse, tutt’altro che inorgoglito dall’amara riflessione, verso il Municipio, ne attraversò il cortile interno e raggiunse la sede dell’Associazione Partigiani, cui era riservato un locale accanto alla biblioteca civica.

Una misteriosa lettera, un enigma da risolvere, cinquant’anni di fatti e misfatti di storia italiana.

Dalla Resistenza tradita alla strategia della tensione per giungere agli anni di piombo.

A dipanare, quasi per caso, l’intricata vicenda è Lucio Manghi, giornalista di successo, durante le vacanze in un paesino della Lunigiana.

Tutto ruota attorno a un oscuro episodio. Volpe, comandante partigiano senza scrupoli, ambiguo e spregiudicato personaggio, comprandosi la falsa testimonianza di Mario Trivelli, fa condannare a morte Furio, convinto comunista e valoroso combattente; stessa sorte capiterà alla sua compagna Marta.

Ma qual è la profonda verità che si cela dietro questi efferati crimini?

Seguendo le tracce del losco personaggio, forse al centro delle operazioni clandestine della CIA, Lucio Manghi riuscirà a sciogliere l’enigma, e trovare una soluzione inaspettata, aiutato del maresciallo Lo Presti e dal suo vecchio professore di filosofia, l’intrattabile Toschi, senza potersi sottrarre al fatale incontro con l’irresistibile Camilla.

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