Giorgio Ansaldo
Azalee rosse

Titolo Azalee rosse
Autore Giorgio Ansaldo
Genere Narrativa - Giallo, Noir, Poliziesco      
Pubblicata il 27/09/2011
Visite 8617
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Le Vespe  N.  8
ISBN 9788873883289
Pagine 218
Prezzo Libro 14,00 € PayPal

Come Dostoevskij teorizzava in ‘Delitto e castigo’, che solo attraverso ‘metodi basati su una profonda indagine psicologica’ si possa individuare un colpevole, così i lettori di ‘Azalee rosse’, non tanto attraverso gli indizi, ma piuttosto seguendo i percorsi emotivi dei personaggi, potranno essere in grado di risolvere l’enigma al centro della trama del romanzo.

Varcato l’austero cancello di Villa Luciani, in un elegante quartiere di Genova, i rapporti di odio e amore che legano i componenti della famiglia dell’alta borghesia, protagonista del racconto, si incrociano a quelli del milanese Giulio Anselmi, un ospite, affasci-nante e seduttivo, destinato ad abitare con loro per il periodo estivo e a mettere in discussione ogni loro certezza. Un evento inatteso e misterioso sconvolgerà la vita di tutti e solo nelle pagine finali del romanzo, il lettore, in un crescendo di ovattata suspence, potrà trovare la soluzione e la risposta a tutti gli interrogativi.

 

LA CASA

 

Chi volesse passeggiare nei viali piccoli e grandi o nelle stradine di mattoni rossi di Albaro, il quartiere residenziale più vasto di Genova, si renderebbe conto di quante case patrizie e ville Liberty vi sono racchiuse, certe più in vista, altre in angoli più nascosti ed intimi.

Qua e là, qualche palazzina sbocciata in tempi più recenti.

Denominatore comune: grandi siepi tutto intorno, alti cancelli, giardini che, pur intravisti da fuori, si suppongono rigogliosi e curati.

Non è dato di vedere spesso chi abita tali case. È semmai più comune scorgere, soprattutto di mattino, qualche domestica indaffarata sui balconi a spolverare o qualche giardiniere arrampicato su una scala, che pota alacremente bordure di rose troppo invadenti.

Il clima è abitualmente piuttosto mite, ma quando piove o tira vento, il quartiere si incupisce e tutta quella vegetazione tra casa e casa contribuisce a creare un senso di umido e di livido.

Viceversa, quando il cielo è sereno, l’ambiente splende di luce propria, i grandi ombrelloni sulle terrazze vengono schiusi, le tende da sole vengono srotolate, le sedie ed i tavoli da giardino galoppano immediatamente fuori dai ripostigli, anche se nessuno li userà.

Tutto questo via vai di arredi contribuisce a vivacizzare le varie magioni, che di per sé appaiono così austere, così avare, così speculari al carattere dei ricchi genovesi che le abitano.

Di tanto in tanto, la notte, un giardino o un terrazzo si anima con luci, candele, musica e risate: i signori danno una festa.

Il cancello resta aperto.

Grandi auto lucide vanno e vengono.

Il bel mondo è lì. Le risa, i discorsi ad voce alta, i bicchieri che tintinnano, per quella sera, sono concentrati in quel luogo. Tutto intorno il silenzio. Soprattutto d’estate, le feste si susseguono a ritmi regolari: una sera qui, una sera là. Ben difficilmente due ricevimenti nella stessa notte, quasi ci fosse un tacito accordo tra le varie signore del quartiere, per non rischiare di rubarsi a vicenda gli invitati, poiché forse sono sempre gli stessi.

 

 

A mezzogiorno, l’unico autobus che passa nella zona, è stipato di donne di mezza età: alcune male in arnese e dal volto rassegnato, altre più pimpanti e pettegole sulle cui labbra non manca mai un filo di rossetto e di malizia.

Poi ci sono le sudamericane, corporative, complici, che sembra che tra loro si conoscano tutte, consce, per mezzo della loro abilità, intraprendenza e sveltezza, di essere la forza-lavoro emergente, se non già imperante. Il loro cicaleccio è continuo. I loro cellulari squillano riproducendo improbabili brani di musica classica.

Tra loro, si chiamano per nome: “Ola Carmen…Ola Teresa!”

Tutto questo eterogeneo squadrone di donne, munito di abbonamento mensile all’autobus, sono le domestiche a mezza giornata, spesso un aiuto in più alla servitù fissa della varie case. Parlano dei loro problemi, piccoli e grandi, dei loro figli, tanto diversi da quelli che vivono nelle case dove vanno a servizio. Ma non fanno paragoni, i raffronti non vengono loro neanche in mente e, anche se il figlio dei signori passa le scarpe e gli abiti smessi al figlio loro, perché ha la stessa taglia, ai loro occhi, i due ragazzi sono due entità diverse, come paragonare un marziano ad un terrestre: il primo molto probabilmente sarà destinato ad avere un futuro pieno di soddisfazioni e successi, il secondo facilmente un futuro di precariato, tutto in salita.

L’autobus su cui viaggiano queste donne è solo il primo, poiché sulla grande piazza della stazione Brignole ne prenderanno un altro e forse un altro ancora o ci sarà chi acchiapperà un treno locale. Ma non hanno fretta di arrivare queste donne perché sanno che il marito ed i figli sono ormai abituati a mangiare tardi.

E nel tragitto dimenticano. Dimenticano i lussi delle case dove lavorano, dimenticano le pellicce, le borse firmate, le scarpe costose della signora, ritornano placidamente alla vita, alla loro vita e ai problemi del figlio più piccolo, che non è precario come gli altri, ma è proprio disoccupato da parecchio tempo.

 

 

Seguendo una delle tante siepi di pitosforo o di bosso, può capitare di arrivare davanti ad un cancello molto grande, dipinto di nero e foderato di legno antico. Su di esso una targa di ottone indica un nome: LUCIANI.

Al di là dell’alto cancello, parte un viale di ghiaia chiara, che si incunea in un prato all’inglese ben rasato, al centro del quale, su entrambi i lati, due gruppi di alberi piuttosto alti, a formare due boschetti simmetrici. Qua e là, a ridosso delle siepi, cespugli fioriti di azalee bianche, spruzzi bianchi di gigli, esplosioni di biancospino.

In fondo al viale una grande casa massiccia e piuttosto imponente. Davanti ad essa il viale si divide in due rami e fa il giro della casa, lambendo sul retro una costruzione bassa collegata alla casa che per metà è rimessa delle auto e per metà abitazione dei domestici.

Nella rimessa delle auto:

Auto di grossa cilindrata appartenente al capofamiglia.

Auto utilitaria usata un po’ da tutti.

Auto decapotabile di colore rosso, proprietà del figlio maggiore.

Vespa in disarmo, proprietà del figlio maggiore.

Due biciclette: ben tenute, paiono nuove.

 

 

L’abitazione dei domestici sembra una casetta di campagna, aggiunta in un secondo tempo alla grande villa, ma il materiale con cui è costruita, uguale a quello del casamento principale, dimostra il contrario. In fondo a questo basso edificio sorge la serra, un luogo stupefacente, in stile liberty, la cui struttura in ferro sorregge vetrate mirabilmente molate che incorniciano degnamente le preziose piante dell’interno, dove regnano tra tutte le sontuose orchidee tanto amate dal capofamiglia.

Ma riprendiamo il cammino.

Il viale di ghiaia gira sul lato destro della villa e ci fa tornare davanti ad essa. La scalinata per accedervi è divisa in due e lascia spazio al centro per una piccola grotta-fontana di pietra dove non scorre acqua da tempo. Le due scale si ricongiungono in un ballatoio che dà su un ampio terrazzo, molto luminoso dove, in estate, svetta un grande ombrellone chiaro, sotto il quale trovano posto seggiole e tavolo di midollino bianco e più in là sdraio da giardino piene di cuscini a righe bianche e blu, che fanno bella ed inutile mostra di sé, visto che non vengono mai utilizzate.

 

 

Ma è tempo ormai di entrare nella villa dei Luciani, sulla cui facciata si aprono quattro finestre a fianco del portale, cinque finestroni al primo piano con un terrazzino centrale, mentre altre cinque finestre più piccole sono incastonate sul tetto spiovente di ardesia, tutte rifinite da una graziosa quanto superflua ringhierina in stile liberty. Curiosamente, non ci sono persiane, né serrande, ma si intravvedono all’interno, contro la luce, spessi e preziosi tendoni.

Il vestibolo è ampio, ma non così grande come farebbe pensare la mole della villa. È piuttosto un largo corridoio che termina con una grande scala di marmo che conduce ai piani superiori. Un attaccapanni fin-de-siecle ed una cassapanca antica dove la famiglia lascia stivali, scarpe da pioggia e ombrelli sono gli unici arredi. Sulla mensola sovrastante, da alcune cornici in argento sbalzato, occhieggiano i membri della famiglia: MARTA LUCIANI, la madre, sorride felice nella prima foto insieme alle sue sorelle. È una foto in bianco e nero, tipica degli anni ’50. Le tre ragazzine sono vestite uguali, appoggiate ad un groviglio di biciclette nere ed indossano una camicetta bianca dal collo tondo e gonne al ginocchio forse di colore blu. I tre visi radiosi sono volutamente vicini, quasi a scimmiottare un trio vocale, ma l’espressione è senza malizia: tre brave ragazze di chiesa e di famiglia benestante.

La seconda foto ci mostra l’evoluzione di Marta in giovane signora, maritata con un chirurgo promettente. I due sono ritratti a Capri in viaggio di nozze: Marta mantiene invariata la sua espressione ingenua quasi avulsa dal mondo, con un filo di rossetto ed un filo di perle in più.

GIOVANNI LUCIANI, accanto a lei, è imponente con i suoi pantaloni corti e la maglietta a righe bianche e blu, un abbigliamento che, si intuisce chiaramente, non gli è particolarmente congeniale e verrà abbandonato immediatamente finita la luna di miele.

Nell’insieme parrebbero felici, ma la loro mancanza di espressività rende arduo un giudizio spassionato. Sicuramente Giovanni è più gradevole ora, da vecchio, che non allora, troppo vezzeggiato e ricco per avere un viso interessante.

Ecco nella terza foto finalmente un guizzo di vita: il primogenito PIETRO, vestito da tennis con in mano una coppa vinta in un torneo. Occhi azzurri sbarazzini ed insinuanti, capelli scuri spettinati, viso abbronzato e madido di sudore, niente a che vedere con le espressioni algide dei genitori. Pare che tutta questa vitalità e lo scarso sussiego li abbia ereditati dal nonno paterno, peraltro morto relativamente giovane, con buona pace di tutti ed eredità gioiosamente spartita.

E veniamo all’ultima foto: ENRICO e ANNA LUCIANI, i figli più piccoli. La foto non è molto recente. In essa i due hanno rispettivamente tredici e quattordici anni, ma oggi, passati dieci anni, si può dire che siano cambiati ben poco. Enrico soprattutto ha sempre quel viso ingenuo e rotondetto e, pur essendo carino, difficilmente lo si nota a causa dell’innata inespressività, sicuramente ereditata dai genitori. Lo stesso vale per Anna, che pur essendo sostanzialmente uguale persino nei capelli sempre raccolti austeramente in una coda sulla nuca, ha solo aggiunto un po’ di trucco al suo viso carino, ma decisamente spento. 

Tra i due ragazzini accosciati sul prato davanti a casa, il bel cane da caccia Zanzibar, morto vecchissimo alcuni anni dopo.

 

 

Nell’ampio soggiorno del pianterreno trovano posto un salotto Frau di pelle marrone, il grande pianoforte a coda e l’angolo del caminetto rallegrato da alcune poltroncine e pouf fiorati. Sul camino alcuni trofei del padre vinti in gioventù a gare ippiche e l’unica coppa guadagnata da Pietro e già vista nella fotografia. Tutt’attorno i quadri importanti dalle cornici barocche non mancano e rappresentano soprattutto soggetti di caccia e nature morte, a parte quello sopra al camino che ritrae tutta la famiglia riunita con madre seduta, uomini in piedi e l’allora piccola Anna raggomitolata a terra col viso appoggiato al grembo della madre. Visi immobili, sentimenti raggelati. Di caldo solo il color albicocca della tappezzeria e dei tendoni.

 

 

Una piccola porta in fondo al salone conduce in una stanza sul retro: la biblioteca.

Più piccola del soggiorno, ha le pareti completamente occupate da antichi scaffali stipati di libri di ogni genere, con buona prevalenza di testi medici. Una leggera scaletta scorre su un binario per raggiungere i volumi più alti. Uno scrittoio vicino alla finestra ed una dormeuse foderata in tessuto tinta melanzana completano l’arredamento.

La sala da pranzo sull’altro lato del pianterreno, più che per gli arredi, raggiunge il suo massimo interesse quando in essa vengono servite le ottime portate concepite nel cucinone ad essa adiacente da Marta Luciani e realizzate da Assunta, cuoca di famiglia e moglie del giardiniere Gregorio.

Salendo lo scalone dell’atrio, illuminato da tonde vetrate un po’ chiesastiche, l’atmosfera si fa più intima.

Al primo piano due stanze da letto separate da una piccola saletta da riposo dotata di un poggiolo che sovrasta il portone principale. La stanza da letto di Marta e Giovanni Luciani è piuttosto austera, tutto fa pensare meno che ad effusioni amorose, eppure lì sono stati concepiti i tre rampolli. Letti gemelli ben separati, un grande armadio senza specchi, un inginocchiatoio a cui fa da contraltare profano una toeletta peraltro poco agghindata su cui campeggia solitaria un'unica boccetta di profumo femminile di Guerlain. L’altra stanza, una volta eliminate le vestigia della nonna, mancata anni prima, è ancora più spoglia e gli eventuali rari ospiti ivi alloggiati sicuramente non ne portano con sé un gran ricordo.

La freddezza delle due stanze viene controbilanciata in qualche modo dall’allegria della stanza da riposo, adibita in passato a stanza da gioco per i ragazzi. Le bambole di Anna, i LEGO di Enrico, le racchette da tennis di Pietro, i libri di Salgari e di Verne, i vecchi numeri dei giornali parrocchiali, i notiziari dei boy-scout: tutto è stato conservato gelosamente e la stanza da gioco ne è la custode, muta testimone dello scorrere del tempo.

Una scala di legno gustosamente scricchiolante conduce alle mansarde.

A destra la stanza di Pietro è inaspettatamente moderna, letto spazioso perennemente disfatto, grande impianto per la musica, cyclette dalla forma aerodinamica, quadri inquietanti, dipinti da un amico, libri di economia misti a quelli di Stephen King e Tolkien, armadio dalle ante scorrevoli stipato di costose firme.

Stessi arredi per la stanza di Anna con un tocco di tende a fiori in più, con una manciata di cuscini in più e qualche ninnolo che suggerisce la sua femminilità. Che Anna si stia laureando in Lettere Antiche lo dimostrano i suoi libri allineati su uno scaffale per lo più riguardanti la Grecia antica. Dalle pareti sorridono i volti di tante amiche conosciute nei viaggi all’estero della ragazza. L’armadio di Anna è modesto, i colori degli abiti fin troppo sobri. Possibile che una ragazza giovane abbia gusti così monotoni?

Superato la grande stanza da bagno, che dire delle rimanenti camere?

Se la prima è ovviamente spoglia poiché non utilizzata da nessuno, l’ultima in fondo, quella di Enrico, lascia davvero perplessi, non essendo connotata da nulla, salvo i soliti libri sulla solita mensola, questa volta divisi equamente tra testi di medicina e volumi di poesia.

Solo una foto alle pareti: una vecchia fotografia del cane Zanzibar, beniamino del piccolo Enrico.

Ma la stanza ha una particolarità, che indusse Enrico a preferirla: dalla finestra, laggiù in lontananza, tra le case e gli alberi, si scorge il mare.

 

 

Ecco qui. Questa è Villa Luciani. Una casa indubbiamente può dire molto di chi la abita, ma è meglio non illudersi troppo, le sfumature degli animi umani sono talmente numerose e complesse che sicuramente non è sufficiente coglierle attraverso le cose, sarà quindi meglio popolare questa casa-palcoscenico dei suoi legittimi proprietari, gli attori di questa storia, che fino ad ora si sono aggirati come ombre nel nostro racconto e adesso prenderanno vita e si racconteranno a noi.

 

Come Dostoevskij teorizzava in ‘Delitto e castigo’, che solo attraverso ‘metodi basati su una profonda indagine psicologica’ si possa individuare un colpevole, così i lettori di ‘Azalee rosse’, non tanto attraverso gli indizi, ma piuttosto seguendo i percorsi emotivi dei personaggi, potranno essere in grado di risolvere l’enigma al centro della trama del romanzo.

Varcato l’austero cancello di Villa Luciani, in un elegante quartiere di Genova, i rapporti di odio e amore che legano i componenti della famiglia dell’alta borghesia, protagonista del racconto, si incrociano a quelli del milanese Giulio Anselmi, un ospite, affasci-nante e seduttivo, destinato ad abitare con loro per il periodo estivo e a mettere in discussione ogni loro certezza. Un evento inatteso e misterioso sconvolgerà la vita di tutti e solo nelle pagine finali del romanzo, il lettore, in un crescendo di ovattata suspence, potrà trovare la soluzione e la risposta a tutti gli interrogativi.

 

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