M. Gisella Catuogno
Il Visibile e l´Invisibile in alcune poesie di Charles Baudelaire

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Titolo Il Visibile e l´Invisibile in alcune poesie di Charles Baudelaire
Autore M. Gisella Catuogno
Genere Saggistica      
Pubblicata il 29/09/2011
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Nel misurarmi col tema del rapporto tra Visibile e Invisibile, ho avvertito anzitutto la necessità, vista l’ampiezza, la complessità e la polivalenza dell’argomento, di circoscrivere l’oggetto della riflessione dall’orizzonte genericamente culturale a quello specificatamente letterario, al fine di evitare tentazioni di esaustività e rischi di genericità.
Dunque, il milieu letterario che mi è venuto spontaneo scegliere per queste mie note è quello della poesia simbolista, o meglio di alcune poesie che ne precorrono di diversi decenni, rispetto a Verlaine, Rimbaud, Mallarmé, sensibilità, gusto, musicalità ed effetti cromatici: alludo ai Fleurs du Mal di Charles Baudelaire (1821-1867), silloge definita nell’Introduzione all’Edizione italiana dei Giganti di Gulliver :
forse la più importante raccolta di poesie della letteratura, un volume compatto, unitario pur nella scansione dei suoi componimenti -130 liriche circa – di cui Victor Hugo scrisse che risplendono e abbacinano come stelle. Un capolavoro assoluto che dal 1857, anno in cui fu pubblicato, è un punto di riferimento assoluto per chi ami e studi la poesia.
 
La natura è un tempio dove pilastri viventi/ lasciano talora sfuggire confuse parole./L’uomo vi passa lungo foreste di simboli/ che lo fissano con occhi familiari./
 
L’incipit celeberrimo di Corrispondenze, una delle liriche più famose della raccolta,è l’espressione del rapporto tra visibile e invisibile, tra ciò che appare e ciò che si nasconde ma è. L’uomo trascorre i suoi giorni  in costante rapporto con elementi riconoscibili e familiari, eppure essi non si esauriscono in se stessi, nelle loro caratteristiche fisiche e ontologiche, ma alludono ad altro, ad un quid immenso e inconoscibile, che si può solo percepire, e intuire, non cogliere razionalmente; un noumeno primordiale e archetipico da cui tutto si è generato prendendo forme, tonalità, rumori, odori diversi, ma che sono riconducibili all’unicum da cui derivano. Per questo:
 
I profumi e i colori/ e i suoni si rispondono come echi/lunghi che di lontano si confondono/ in unità profonda e tenebrosa/vasta come la notte ed il chiarore./
 
Dunque la corrispondenza è proprio tra il visibile (colori) o il percepibile all’olfatto
(profumi) o all’udito (suoni) e l’invisibile, il sotterraneo (unità profonda e tenebrosa),
dove degli oggetti esterni approda solo l’eco (come echi lunghi); la corrispondenza è tra materia e spirito.
E quel nucleo in cui virtualmente tutto era compreso e celato, prima che si manifestasse in entità differenti, visibili e compagne dell’itinerario terrestre dell’uomo, ha una sua sacralità, comunque lo si voglia immaginare, principio divino o altro, perché è proprio l’invisibilità a renderlo misterioso e sovr-umano.
Il feeling non è facile né scontato: quella natura, che il Poeta metaforicamente concepisce come tempio, emana confuse parole, non immediatamente decifrabili.
Baudelaire mutuava questa concezione del rapporto visibile-invisibile, poi trasfigurata poeticamente in una delle più suggestive liriche della poesia mondiale, dal mistico svedese del Settecento Emanuel Swedenborg, che esercitò una profonda influenza, a tratti fascinazione, sui romantici europei, profondamente imbevuti di teorie irrazionalistiche.
L’interesse nei suoi confronti, si manifestò a partire dal 1845, quando il poeta francese fece sua l’idea che la natura sia animata da voci che si richiamano: il titolo Corrispondenze allude proprio alla molteplicità di questi richiami, filosofici e sensuali, che sottendono una primigenia unità. 
Oltre le apparenze, dunque, sta l’essenza stessa e il presupposto della multiforme e cromatica realtà che ci circonda assumendo modalità familiari e riconoscibili, dunque rassicuranti per la creatura umana.
Meno immediatamente decifrabile ma presente è un altro invisibile cui si allude nella lirica L’albatro:

Spesso, per divertirsi, le ciurme /catturano degli albatri, grandi uccelli marini,/ che seguono, compagni di viaggio pigri,/ il veliero che scivola sugli amari abissi. /E li hanno appena deposti sul ponte,/che questi re dell’azzurro, impotenti e vergognosi,/ abbandonano malinconicamente le grandi ali candide/
come remi ai loro fianchi./ Questo alato viaggiatore, com’è goffo e leggero! /Lui, poco fa così bello, com’è comico e brutto!/ Qualcuno gli stuzzica il becco con la pipa, /un altro scimmiotta, zoppicando, l’infermo che volava! /Il poeta è come il principe delle nuvole/ che abituato alla tempesta ride dell’arciere;/
esiliato sulla terra fra gli scherni,/ non riesce a camminare per le sue ali di gigante
.
 
Qui, il tema prevalente è quello del rapporto tra il poeta e la società: rapporto complesso
e sofferto perché i valori del primo non sono apprezzati e riconosciuti dalla seconda. E l’intellettuale che, quando si libra nel suo mondo lirico, vola, come l’albatro, tanto in  alto
da essere irraggiungibile anche per la freccia del più valente arciere; allorché deve vivere con gli altri, patisce la sua differenza rispetto ad essi, perché allora diventa oggetto di scherno, di canzonatura, come il grande uccello marino, che è stuzzicato e preso in giro dalla ciurma: le ali da gigante divengono impaccio e impossibilità di muoversi con disinvoltura. Il nucleo tematico della lirica consiste dunque in questo parallelismo tra l’albatro e il poeta, ma nel quarto verso non può sfuggire l’immagine del veliero che scivola sugli amari abissi, indimenticabile per la sua incisività. Ebbene, cos’è il mare, per la sua stessa natura, per la profondità che cela, per la superficie che si chiude, indifferente, su tutto ciò che l’acqua vorace inghiotte, se non il simbolo più pertinente e fascinoso dell’invisibile che possiamo solo intuire, senza conoscere mai? Per questo l’abisso è amaro, è il baratro che temiamo, l’attrazione fatale cui non possiamo sottrarci, l’incognita, il mistero che non ci è dato di svelare.
Il tema ritorna, più insistito e articolato nello svolgersi, come fa appunto l’onda che si srotola, si abbatte e si ritira, della lirica che segue, dal titolo L’uomo e il mare:
Sempre il mare, uomo libero, amerai! /perché il mare è il tuo specchio; tu contempli /nell'infinito svolgersi dell'onda /l'anima tua, e un abisso è il tuo spirito/ non meno amaro. Godi nel tuffarti /
in seno alla tua immagine; l'abbracci /con gli occhi e con le braccia, e a volte il cuore/
si distrae dal tuo suono al suon di questo /selvaggio ed indomabile lamento./ Discreti e tenebrosi ambedue siete: /uomo, nessuno ha mai sondato il fondo/ dei tuoi abissi; nessuno ha conosciuto,/mare, le tue più intime ricchezze,/tanto gelosi siete d'ogni vostro /segreto. Ma da secoli infiniti/ senza rimorso né pietà lottate/fra voi, talmente grande è il vostro amore/per la strage e la morte, o lottatori /eterni, o implacabili fratelli!
Qui il mare e lo spirito sono fratelli e il primo è lo specchio del secondo, abisso non meno amaro: entrambi custodiscono segreti, entrambi sono discreti e tenebrosi, amano la strage e la morte, non hanno rimorso né pietà. Dunque il mare è anche metafora dell’invisibile che è dentro di noi, dell’insondabile mistero che è l’animo umano. La ricerca di un altrove, di un luogo dove tutto è ordine e beltà,magnificenza, quiete e voluttà si configura per l’animo inquieto di Baudelaire, come del resto per quello di ogni romantico, come una tensione incessante e mai appagata. Il sentirsi perennemente in esilio, a volte persino rispetto al tempo, oltre che allo spazio, appartiene alla sensibilità dell’epoca: si vagheggia una patria ideale che è tale in quanto corrispondente al proprio patrimonio sentimentale e sensoriale. Già Goethe sognava il paese dove fioriscono i limoni, Foscolo la Grecia classica: sono luoghi che appartengono all’immaginazione, alla fantasia o alla memoria;  si distaccano dalla visibilità, dalla realtà, per approdare al loro contrario. In Invito al viaggio il poeta francese non nomina mai il paesaggio nordico, luminoso e umido a cui allude: il sole è madido, come gli occhi femminili bagnati dal pianto e i velieri stanchi, sui canali,  piegano le ali al sonno. Baudelaire ha forse negli occhi i quadri di Veermer, la luminosità dei cieli d’Olanda, i suoi commerci con l’Oriente, i fiori, l’ambra e canta così il Paese mai visitato personalmente, visibile solo allo sguardo della fantasia.
Bimba, sorella mia,/che cara fantasia,/pensa, potercene laggiù fuggire!/Là dove a meraviglia/
tutto ti rassomiglia,/amare e vivere, amare e morire!/Da quegli ombrosi cieli/un sole, se trapeli/
madido, sparge un misterioso incanto/che mi prende la mente,/come perfidamente/gli occhi tuoi quando brillano nel pianto./
Tutto laggiù è ordine e beltà,/magnificenza, quiete e voluttà./
Mobili, fatti lustri/da un lungo uso di lustri,/adornerebbero la nostra stanza;/s'unirebbe l'odore/
d'ogni più raro fiore/dell'ambra alla volubile fragranza;/le ricche volte, gli ampi/specchi dai mille lampi/lo splendor della vita orientale,/parlerebbe ogni cosa/all'anima curiosa/la dolce arcana sua lingua natale./
Tutto laggiù è ordine e beltà,/magnificenza, quiete e voluttà./
Guarda su quei canali/piegare al sonno l'ali/i velieri dall'estro vagabondo:/non sai? per farti pago/
il cuore in ogni svago/sono venuti qui di capo al mondo./I dorati tramonti/accendon gli orizzonti,/
le campagne, i canali, la città,/d'un lume di giacinto;/s'assonna il mondo vinto/in una calda luminosità./
Tutto laggiù è ordine e beltà,/magnificenza, quiete e voluttà.
 
Forse anche questo altrove, sempre vagheggiato e mai vissuto, è un altro invisibile a cui il Poeta anela: uno spazio di luce, serenità, compostezza e bellezza, che può esistere solo nella dimensione virtuale, che probabilmente sarebbe contraddetto e rinnegato da un viaggio reale nel visibile dei Paesi Bassi. Per questo è meglio rinunciarci e invitare al viaggio senza compierlo mai: soltanto così la dimensione del mistero e del sogno può alimentare se stessa e placare lo spirito inquieto.

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