Paolo Cugurra
Ossequi signor giudice

Titolo Ossequi signor giudice
Autore Paolo Cugurra
Genere Narrativa - Memoria del Territorio      
Pubblicata il 03/10/2011
Visite 6523
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  119
ISBN 9788873883401
Pagine 102
Prezzo Libro 10,00 € PayPal

Il paesaggio ligure è lo sfondo degli episodi narrati in questo compendio di vita. I fatti sono veri, nella loro stranezza e drammaticità, spesso persino comici. Nella nostra umana esistenza, non si può sfuggire ai due fattori della tragedia e della comicità. Non sempre, ne siamo consapevoli, mentre le vicende si svolgono. Più spesso ce ne rendiamo conto soltanto nell’età più avanzata: è uno dei tanti misteri del mondo visibile. Giuseppe Angelo, il nostro giudice, con la sua fresca, spontanea, naturalezza, è costantemente, maldestramente, visibile.

I - LA TERRA NUOVA

L’approdo dei sardi in terraferma richiama alla mente antiche migrazioni di popoli ancor prima dei tempi di Omero delle quali si è tanto favoleggiato.

La tentazione di sconfinare nel colto filone di raccordo è forte.

Eppure il fanciullo divenuto adulto vi resiste e rimane nella convinzione più onesta e ragionevole.

Non si è trattato, nel caso nostro, di una fatale partecipazione migratoria motivata da necessità storiche o sociali. 

Niente di tutto questo. Fu un semplice stimolo di vanità a consigliare al giovane magistrato, già da alcuni anni pretore di prima nomina nella cittadina di Porto Torres, sposato e padre di un maschietto, la richiesta di essere trasferito a Genova, in quel Tribunale, per svolgervi funzioni diverse ma di grado pari a quelle di pretore, con lo stesso trattamento economico.

Certo, non si può negare, il tutto fu agevolato dalla voglia assai diffusa nel popolo dei sardi di diventare continentale, di togliersi cioè di dosso quel fastidioso umiliante cilicio che costituiva la condizione di un livello civile da essi considerato di grado minore, quale era la vita dell’isola, nelle città e nei paesi di campagna e di mare.

Fu quindi un trasloco di speranza e di prospettive accattivanti per ciò che avrebbero trovato nel nuovo mondo.

Nella breve avventura del trasporto per mare di persone e cose, i cuori battevano come quando ci si accinge ad affrontare un esame.

Non poterono tuttavia evitare la sensazione di distacco dal loro mondo, l’ansietà dovuta al fatto di lasciare la sicurezza, pur giudicata mediocre, per l’insicurezza del nuovo.

Rimaneva alle loro spalle tutta una serie di abitudini e consuetudini cui rimasero in definitiva legati come in seguito avrebbero potuto constatare.

Eppure l’attrattiva del nuovo prevalse e fu con trepidazione felice che si trovarono sul ponte della nave, all’alba di un sereno mattino di fronte al porto di Genova, con la sua lanterna che sembrava inviare luminose strizzatine d’occhio a guisa di benvenuto, mentre la città sonnecchiava ancora, così bella.

 

 

 

Per la famigliola di padre madre e figlioletto il primo alloggio di terraferma è conveniente ma in coabitazione.

Si è persa l’autonomia. Si deve coabitare con la vedova di un violinista morto giovane in conseguenza di un eccezionale incidente tranviario divenuto tristemente celebre: rottura dei freni giù per Via Assarotti e rovinoso schianto (morti e feriti) contro il monumento equestre di Vittorio Emanuele II in Piazza Corvetto.

La vedova è toscana, dell’isola “dell’Elba”, come dice lei con la voce della nostalgia, ed è costretta, sola senza figli, a campare in povertà con una piccola pensione. Si aiuta subaffittando una parte del decoroso alloggio di modesta misura - che a sua volta conduce in locazione - a famiglie giovani con al massimo un bambino piccino, come quella del nostro giudice.

Il provento del subaffitto, di una sola camera con uso dei servizi, costituisce la risorsa principale della Signora Teresa. Essa si aiuta anche con lavori di cucito che va a fare periodicamente presso alcune famiglie, meglio sarebbe dire signore sue amiche, prevalentemente toscane, anche loro di buon ceto medio borghese.

Ogni volta la invitano a pranzo e tutto sommato la Signora Teresa riesce ad andare avanti benino, anche perché la sua presenza è gradita. È una persona dolce, paziente e sorridente, nonostante la sciagura che l’ha ridotta in solitudine.

La sua parlata toscana alimenta con l’amica che l’ospita una conversazione franca e cordiale e, se vogliamo, anche di buon livello perché la Signora Teresa è donna di educazione signorile, colta e misurata nei giudizi sulle persone e sui fatti del giorno.

Insomma come prima sistemazione la famiglia del giudice sardo appena sbarcata a Genova non avrebbe potuto trovare di meglio pur nella modestia dello spazio, dato che l’umano fastidio della coabitazione veniva attenuato dalla rara naturale bontà della Signora Teresa che rendeva il rapporto gradevole e persino utile.

Anche se gradita fu però una breve transizione perché il giudice non smetteva di guardarsi attorno per cogliere un’alternativa conveniente.

E questa un anno dopo giunse inaspettata e casuale come tante vicende della vita: ma così fortunata nessuno dei due giovani sposi poteva immaginarlo, perché (un lontano futuro lo avrebbe svelato) si trattò del minuscolo seme che avrebbe germogliato, dopo alcuni decenni, a vantaggio della seconda generazione, una grande fioritura nel giardino degli affetti, ove, come tutti sanno, sotto il travestimento della casualità più banale, si muove il pilotaggio clandestino degli astri, con quegli impulsi luminosi che spesso provengono dal lontano bagliore di remoti ancestrali millenni.

Altri la chiamano divina provvidenza.

Il caso volle che un collega del tribunale venisse trasferito e che in tal modo si rendesse disponibile la sua abitazione, piccola ma adeguata e confortevole per la nostra famigliola.

Si trovava ubicata a poca distanza pedonale dal palazzo di giustizia, in zona residenziale verde e tranquilla, come se la sorte benigna l’avesse fabbricata apposta per appagare le speranze della ricerca che animavano il nostro giudice, considerate le sue esigenze e, non dimentichiamolo, le sue possibilità, dato che il fitto che veniva richiesto era onesto e sopportabile.

Con il trasloco (bastò un camioncino) dalla casetta della Signora Teresa all’appartamentino di Carignano, si verificò il passaggio dal regime della coabitazione a quello dell’autonomia.

Avvenne inoltre (per durare l’intera vita) la promozione della sposina del giudice ad un ruolo più importante: da subinquilina della Signora Teresa a sua amica, una di quelle poche amiche che avevano il privilegio (e l’onere) di ospitarla per cucire, conversare e pranzare insieme.

Ma la cosa più originale fu la conformazione della nuova casa. Era costituita dal primo di tre piani di un piccolo edificio nato come subalterno (la struttura lo evidenziava) rispetto alla sontuosa dimora dei proprietari, un imponente palazzo-castello, turrito nel versante orientale, prospiciente con eleganza patrizia l’antica piazzetta dei Fieschi sul culmine del colle dal quale era partita la “congiura” del 1547: un’oasi di storia cittadina, rimarcata dalla presenza della deliziosa chiesetta, addossata al palazzo trecentesca ed intatta con la litotomia in bianco e nero che era la firma della celebre stirpe dei Conti di Lavagna in tutti i suoi numerosi edifici sacri e civili.

Ebbe così inzio una nuova vita per la famigliola. La conquista di una sistemazione indipendente permise anche l’assunzione di una servetta sarda, minuscola di statura e religiosissima, importata con biglietto di terza e relegata in una stanzuccia su misura in fondo al corridoio.

Pochi anni dopo nacque il secondo figlio. Maschio pure lui, e genovese finalmente, suggello del progresso anagrafico di una minima saga familiare! 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

II - GIUDICI SARDI

Tra i magistrati della giurisdizione genovese intorno agli anni venti/trenta del secolo scorso, spiccava il gruppo dei sardi per caratteristiche particolari. Erano tutti nati e cresciuti nell’isola, e laggiù avevano percorso il cammino della scuola, fino alla laurea in legge, ottenuta la maggior parte nell’università di Sassari.

Parecchi di loro avevano già conosciuto il continente per avervi prestato il servizio militare ancora in tempo di pace da essi conservato nella memoria come un lieto soggiorno nella tanto sognata sfera della modernità, nelle città dalle strade pulite e dai centri signorili a confronto con le miserie dei luoghi di loro provenienza.

Sassari, con la eccezione del piccolo centro elegante e monumentale, allora era simile ad un grosso vecchio paese tra orti ed ulivi; Nuoro, graziosa ma più pastorale; per non parlare dei villaggi, taluni assai selvaggi nell’aspetto e nelle consuetudini.

Alcuni di questi magistrati, giovanissimi, avevano poi duramente provato l’esperienza della Grande Guerra, con il grado di ufficiale e portavano nel cuore il tragico segno lasciato dai rischi corsi, dagli amici uccisi, dai mucchi di morti dell’una e dell’altra parte, a lungo insepolti tra le opposte trincee nella lugubre terra di nessuno.

Diverse erano state le loro esperienze di guerra. Non tutti erano finiti nel mattatoio più temuto del fronte sull’altopiano di Asiago o sull’Ermada con la Brigata Sassari.

I più erano scampati per essere stati assegnati alle retrovie negli ordinari presidi di controllo delle città e dei porti, con il beneficio di una minore esposizione.

Si conoscevano tra loro e si davano del tu essendo in genere pressoché coetanei e compagni di scuola.

In una cosa erano assolutamente uguali: nell’aver preso la stessa fatale decisione. Fra gli anni 1920/30 avevano scelto di trasferire la loro esistenza nel favoloso continente. 

Avevano realizzato, per loro e per i propri familiari (quelli sposati, magari già con figli molto piccoli) il progetto di abbandonare la Sardegna, stufi di una condizione umana giudicata da loro, che avevano gettato uno sguardo nel seducente mondo civile, non più sopportabile, con la sua miseria, il sudiciume, la arretratezza dei maleodoranti quartieri popolari, con tutti quei bambini denutriti mocciosi e scalzi; insomma una fuga verso la tanto sospirata vita migliore!

Si trattò di una scelta sciagurata. Si rivelò tale poco dopo l’approdo in terraferma, quando si trovarono a contatto con gli svantaggi più evidenti del cosiddetto mondo civile. 

Per primo si fece sentire l’aspetto economico. Quel magro stipendio che aveva consentito una decorosa esistenza a motivo del vantaggio dei bassi prezzi dell’isola appena abbandonata, qui non bastava proprio: pigione di casa, spesa quotidiana di vitto, vestiario, domestica fissa (come allora si usava, quasi fosse un obbligo di classe), trasporti urbani e mille altre necessità, tutto era assai più caro, per cui si stentava ad arrivare alla fine del mese senza sfiorare l’ansia delle figuracce, se vogliamo limitarci all’inconveniente più temuto.

Per andare al nocciolo della questione si può ricorrere a qualche esempio, rievocando le tipiche emigrazioni, potremmo dire storiche, assai aumentate tra fine ‘800 e primo novecento, che avevano prodotto il movimento di grandi masse di popoli dall’Europa all’America, da un continente all’altro, senza ritorno.

Ebbene, si era sempre trattato di gente che fuggiva da situazioni intollerabili come disoccupazione, carestie, persecuzioni politiche o religiose, ma per tutti l’obiettivo era stato il conseguimento di un maggior reddito di lavoro con il risultato di migliorare il proprio tenore di vita. 

Il disoccupato siciliano o irlandese approdava al molo della favolosa statua della libertà con quel proposito e spesso lo realizzava a prezzo di grandi sacrifici e con un po’ di fortuna.

Ecco il punto: il nostro magistrato sardo queste prospettive non le aveva proprio per niente.

Nel continente la sua carriera sarebbe stata inevitabilmente la stessa, con gli stessi concorsi, promozioni e scatti di stipendio, senza alternative economiche di alcun genere, rispetto a ciò che poteva capitargli nell’isola, se vi fosse rimasto.

E ci siamo limitati al puro aspetto economico, il nervo più sensibile, dato che in quell’epoca, come forse ancora oggi, il costo della vita in Sardegna, rispetto al continente, era notevolmente più basso.

Cosicché il nostro magistrato sardo, sbarcando nel presunto eldorado, a differenza degli emigranti americani, doveva sapere che il futuro trattamento economico del suo mestiere non sarebbe migliorato. Ma non ci pensò. O forse sottovalutò il problema. 

E quando si rese conto che era considerevolmente aumentata la spesa, avrebbe dovuto rammaricarsi e magari chiedere il trasferimento per ritornare nell’isola. Gli sarebbe stato facilmente accordato perché laggiù di posti liberi ve n’era in abbondanza a motivo del costante e copioso esodo. Ma lui non lo chiese e rimase, con la famiglia, a penare in continente.

Viene spontaneo domandarsi il perché di questa ostinazione apparentemente irragionevole.

E qui entra in campo una cospicua misura di vanità, o, si potrebbe dire, un misto di snobismo ed amor proprio, che prevalevano e si univano alle poche apprezzabili ragioni positive.

Cerchiamo di spiegarlo, pur consapevoli della oggettiva difficoltà di essere creduti!

Nella mentalità sarda dell’epoca, con il trasferimento sulla terraferma si verificava automaticamente una (presunta) metamorfosi di qualità, un mutamento di immagine a vantaggio del sardo che l’aveva attuato.

Per il popolo rimasto nell’isola, per i parenti, gli amici e gli innumerevoli conoscenti, egli era divenuto un continentale, un privilegiato insomma!

Tornare indietro non si poteva. Nessuno avrebbe capito.

L’intimo (pur giudizioso) ravvedimento del figliol prodigo sarebbe stato interpretato come una sconfitta, oppure una sorta di ingratitudine verso il tocco fortunato del destino che lo aveva condotto nel desiato soggiorno felice al di là del mare.

E poi vi era da mettere in preventivo la derisione inevitabile che da più parti non sarebbe mancata nei confronti di un rinnegato, giudicato tale alla rovescia, cioè come colui che sputava sulla buona sorte e la disertava per tornare a casa con la coda fra le gambe.

Ci mancherebbe! Affrontare lo sfottò degli amici e parenti di Sassari (per fare un esempio concreto), nel passeggio serale di piazza d’Italia!

Il magistrato così rimase in continente. Soffrì le ristrettezze ormai palesi della modernità, e preferì consolarsi con i pochi lati positivi che nelle sue speranze confidava non lo avrebbero deluso primo tra essi la crescita dei figli in un mondo nuovo, ricco di maggiori prospettive rispetto a quello abbandonato.

Per quest’ultimo aspetto dobbiamo assegnare un voto favorevole al magistrato, anche se molto tempo dopo, dagli stessi figli divenuti adulti, tale decisione - pur nel riconoscimento della buona fede e abnegazione dei genitori - fu spesso criticata, almeno per un motivo: li aveva privati, specie nel tempo dell’infanzia, di una quotidiana atmosfera di affetti (nonni, zie, cuginetti, ecc.) che rimase nel loro cuore come un lontano desiderio inappagato, deluso, una primavera non goduta.

Questo tipo di rammarico i figli lo provavano già in modo accentuato quando nei brevi soggiorni estivi nell’isola (la sola possibile villeggiatura!) potevano immergersi in quel mondo di affetti e di palpabili tenerezze. Rimase in loro un perpetuo rimpianto che li accompagnò anche da vecchi, sia pure temperato dalle risorse sentimentali trovate nel nuovo mondo che pian piano li avrebbero abituati ad un’esistenza ed un consolidarsi di umane relazioni poi a sua volta difficilmente rinunciabile.

Cose che capitano alla cosiddetta seconda generazione, con l’aiuto di quell’intimo fenomeno che possiamo definire assuefazione nel senso positivo.

 

 

 

Ma ritorniamo alla prima generazione. 

Ebbene questa, al nuovo mondo, non si abituò mai. 

I nostri magistrati non subirono neanche un grammo di quella trasformazione che solitamente premia l’ardimento dei pionieri.

Essi rimasero sardi dalla cima dei capelli alla punta delle scarpe.

Come certe stoffe idrorepellenti rispetto alla pioggia, essi furono inaccessibili a qualsiasi nuovo modo di vivere incontrato nel continente. Ci riferiamo in particolare alla parlata della lingua italiana tipica del sardo, con la “o” (di olio) strettissima, con il raddoppio (anche scritto) delle consonanti (poppolo) e l’uso frequente di certe espressioni isolane dialettali quali “cessu!” o “aiò” per dire “che peccato” o “andiamo”.

Il menù di casa rimase poi lo stesso, salvo che la domestica trafficasse in cucina e fosse continentale. In questo caso veniva favorito l’ingresso saltuario di esotiche cibarie locali del resto poi gradite e definitivamente accettate, quali il pesto, la torta pasqualina, la polenta “pasticciata” e lo stokke in umido.

I tempi della giornata però non subirono mutamenti, nel senso che rimase fondamentale e incontrastata l’abitudine del riposo pomeridiano (la “siesta” spagnola), esattamente come in Sardegna: cioè non alla continentale, il riposino o abbiocco sulla poltrona, ma proprio a letto sotto le lenzuola, con il pigiama, la retina per capelli e la sveglia col caffè, esattamente come per la notte. Insomma, una notte in più, diurna.

Dobbiamo dire che questa salutare usanza tipicamente isolana era oltretutto permessa dall’orario di lavoro del magistrato, che doveva recarsi in Tribunale la mattina per l’udienza, rimanendo poi a casa il resto della giornata a studiare le cause e compitare le ordinanze e le sentenze.

Tra l’altro si può osservare che questo modo di lavorare rendeva necessario un continuo trasporto di fascicoli tra casa, tribunale e viceversa, cosicché la rigonfia borsa di pelle o cartella, come veniva chiamata, faceva parte dell’abbigliamento del magistrato come il cappello o il cappotto.

Questo trasporto era una parte manuale della sua funzione, spesso gravosa per il peso delle cartacce, incubo delle solitarie serate a tavolino in casa, per cui vi è da dire che l’atteggiamento del magistrato durante il tragitto era spesso dolente come quello dei “disciplinantes” che si trascinano dietro le catene nella processione del Venerdì Santo nei paesi di secolare influenza ispanica come la Sardegna.

Naturalmente tutto dipendeva anche dalla maggiore o minore predisposizione del personaggio alla soluzione delle umane conflittualità di fatto e di diritto.

Ve n’erano alcuni (pochissimi) addirittura felici della prospettiva di un pomeriggio di godimento giuridico. La maggior parte invece, pur dovendosi abbronzare al sole del diritto per necessità, badava anche a non prendersi delle scottature e lavorando con media diligenza partoriva tiepidi provvedimenti con la indifferente professionalità quotidiana della gallina rispetto all’uovo; la cartella era poi riempita fungendo da canestro (per restare nella similitudine) e prendeva la via del tribunale. 

Si trattava per l’esattezza di minute scritte a mano. Il cancelliere competente le accoglieva con digitale riluttanza e le copiava pestando sui tasti della vecchia macchina da scrivere dopo avervi inserito una sull’altra le veline e la carta-carbo.

Di solito però, dopo il riposo pomeridiano, il nostro magistrato lavorava sodo, salvo qualche breve pausa dovuta a quelle banali e brevi distrazioni che sono l’inevitabile prezzo che paga il lavoro fatto a casa propria: il caffè, il pianto di un figliolo, il compito del più grandicello, problemi con la moglie o la servetta e via dicendo; le solite cose.

Sul tardi il magistrato usciva per prendere una boccata d’aria. Preferiva farlo da solo, magari per incontrarsi con qualche amico. Era questa una sua maschilista prerogativa di libertà, diciamolo pure, da padre e marito autocrate, alla maniera sarda.

E qui, per capire meglio il personaggio, è giocoforza parlare dei suoi amici.

Non ricordo quale umanista affermò che la scelta degli amici è utile, al pari di quella dei vestiti o delle letture, per scoprire l’intima essenza di una persona.

Ed è proprio vero, anche se nel nostro caso, assai condizionato dalla recente trasposizione migratoria da un ambiente all’altro (così diversi poi) si può cadere nella trappola della superficialità.

A parte il gruppo dei colleghi sardi di cui ci siamo genericamente occupati, con il quale il rapporto era più di conoscenza (pur esteriormente cordiale) che di amicizia vera, il nostro si sentiva amico fraterno, possiamo affermare, e completamente a suo agio, con un collega poco più anziano (superiore di un grado) e con un medico psichiatra poco più giovane, professore non docente, entrambi sardi, il primo sassarese di Nulvi, il secondo nuorese di Bitti.

L’amicizia era nata per selezione naturale e spontanea, nella totale assenza di quegli impulsi che - talvolta inconsciamente - ci spingono verso le persone più utili, che possono favorire la carriera o far conseguire vantaggi di vario genere.

Giovannantonio (il magistrato) e Alfonso (il professore) erano infatti persone colte, anzi coltissime, ma difettavano delle provvidenze personali che vengono chiamate volgarmente agganci con il potere.

Forse (ne sarei anzi convinto) il terzetto si era formato e consolidato proprio per l’assenza di quegli agganci e la coincidenza in questo clima di fresca onestà, evidentemente era stata da loro ricercata e gradita in un quotidiano scambio di libere opinioni su argomenti che prescindevano del tutto da ogni venalità.

Dobbiamo però avvertire che li univa anche la comune radice della madrepatria sarda, per cui tante (ma tante!) cose che ad altri avrebbero dovuto essere spiegate, per loro tre erano intuitive, presupposte ed armonicamente incontestabili: come due + due fa quattro.

E ciò, ovviamente facilitava il dialogo eliminando come un prezioso lubrificante ogni complicazione dialettica.

 

Il paesaggio ligure è lo sfondo degli episodi narrati in questo compendio di vita. I fatti sono veri, nella loro stranezza e drammaticità, spesso persino comici. Nella nostra umana esistenza, non si può sfuggire ai due fattori della tragedia e della comicità. Non sempre, ne siamo consapevoli, mentre le vicende si svolgono. Più spesso ce ne rendiamo conto soltanto nell’età più avanzata: è uno dei tanti misteri del mondo visibile. Giuseppe Angelo, il nostro giudice, con la sua fresca, spontanea, naturalezza, è costantemente, maldestramente, visibile.

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