Carlo Menzinger
LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 17 La cena

Titolo LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 17 La cena
Illustrazione di Angelo Condello
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa      
Pubblicata il 25/10/2011
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CAPITOLO 17

 

 

LA CENA
 
durante il sonno… l’elemento ferino e selvaggio,
pieno di cibo o di ebbrezza, si sfrena, respinge via il sonno
e cerca di muoversi e di sfogare i propri istinti.
(Repubblica – Platone)
 

Sul momento non avevo realizzato che recarsi a casa degli Scarpelli per parlare di Elena volesse dire anche incontrare Elena, dato che viveva con loro. Fu Giovanna a farmelo notare.

  Che cosa farà Elena quando c’incontrerà?

  Elena! Già! Ci sarà anche lei... Rivederci potrebbe farle desiderare di nuovo di stare con noi. Forse non è una buona idea andare a casa loro. Magari dovremmo invitarli noi qui o vederci in un ristorante. Provo a suggerirlo?

  Forse, Paolo, vederci ogni tanto le renderebbe meno duro il distacco.  

  Non so. È difficile a dirsi. Sono così confuso.

  Ormai è tardi per tirarsi indietro. Andiamoci.

 

Lasciammo Laura con la nonna e una lunga sequenza di barbie disposte in fila ai piedi del letto e uscimmo, non senza una certa tensione per l’incontro. Quando la pesante porta blindata di casa Scarpelli si aprì, mi aspettavo quasi di vedere immediatamente la bambina ad aspettarci. Ci avrebbe accolto con gioia? Con sollievo? Con rancore? Con rabbia? Non riuscivo a immaginare.

Aprì Elisabetta Scarpelli. Una donna sui trentacinque anni. Non bella ma interessante. Magra e vestita con gusto tardo novecentesco, che poco indulgeva alle mode di quest’inizio di terzo millennio. Colori poco aggressivi. Abito da boutique. Gioielleria da shopping sabatino, ma niente bigiotteria. L’avevo già vista in occasione del passaggio di consegne, ma vederla in casa sua mi portò a osservarla nuovamente.

Se noi dovevamo avere certamente l’aria stanca e provata, anche lei, in effetti, mi parve avere un aspetto affaticato, per quanto dissimulato dal trucco esperto, cui doveva aver dedicato almeno un buon quarto d’ora. Cercando di non farmi notare, scrutai, istintivamente, alle sue spalle tra i mobili di antiquariato familiare per vedere dove fosse Elena.

  La bambina è da mia madre – spiegò Elisabetta – non ci sembrava il caso che assistesse al nostro colloquio, dato che dobbiamo parlare proprio di lei. È piccola, ma capisce molte cose.

  Ottima idea – osservai, sebbene il non vederla un po’ mi dispiacesse – ci stavamo proprio domandando come sarebbe potuto andare questo incontro in sua presenza. È davvero una bambina molto sensibile e attenta e temo che non sarebbe stata una buona idea parlare davanti a lei. Ci preoccupava un po’ il pensiero di incontrarla. Temiamo che possa aver vissuto il cambio di famiglia come un nuovo abbandono.

  Volevamo parlarvi anche di questo. Prima, però, che ne dite di metterci a mangiare?

Salutammo anche il marito, un prototipo di professionista di mezzo calibro. Seguirono un po’ di convenevoli e chiacchiere generiche, da conoscenti occasionali, quindi ci sedemmo a una tavola elegantemente, ma sobriamente apparecchiata. Dopo qualche complimento alla cuoca e alle sue prodezze con il ricettario regionale ci ritrovammo presto, anche per carenza d’argomenti comuni, a parlare di Elena.

  La bambina, pur essendo stata piuttosto poco con voi – osservò il signor Scarpelli – sembra esservi molto affezionata, quasi come se foste davvero diventati la sua famiglia. Vi nomina spesso.

  Anche noi le vogliamo molto bene – ammise mia moglie. Negli sguardi degli Scarpelli lessi la domanda inespressa «allora perché l’avete lasciata?» ma forse era solo il mio senso di colpa a farmelo immaginare.

  Peraltro, dopo il primo giorno, almeno, non si è più lamentata della vostra assenza. Questo, però, non vuol dire che si sia tranquillizzata.

  Che cosa intende? – chiesi. Esitavo a parlare dei sogni, perché la loro assurdità non era argomento facile da affrontare con un estraneo. Sentivo, però, che quello che anche lui esitava a dire aveva a che fare con quelle insolite esperienze oniriche.

  È come se accumulasse … dolore. Non so come dire. È come se poi lo sfogasse in altro modo.

  Avete parlato con suo nonno? – chiesi cercando di venirgli incontro e di farlo sbloccare in modo che dicesse quello che già sapevo ci avrebbe prima o poi detto. Magari il vecchio aveva parlato anche a loro della sua teoria.

  No.

  Secondo suo nonno, la bambina lo andrebbe a visitare in sogno – stavo sondando le loro reazioni. Non volevo parlare subito di me, ma sentivo il bisogno di metterli al corrente di quello che sapevamo. Lo reclamavano la mia coscienza e il mio desiderio di condividere questa stranissima esperienza.

  Credo di capire – rispose il signor Scarpelli – Voi cosa ne pensate? Credete che la bambina…

  Suo nonno dice che fa dei sogni molto strani. La bambina pare che compaia con il suo stesso corpo, come se fosse presente fisicamente.

  Anche voi avete fatto gli stessi sogni? – intervenne sua moglie. Sentivo che era più disposta del marito ad aprirsi.

  Sì – confessai alfine – L’ho sognata anch’io.

  È capitato anche a noi – ammise la signora Scarpelli.

  Sogni strani.

  Anche i nostri – concordò il signor Scarpelli – molto strani. Troppo.

  Come se lei fosse veramente lì – si allargò la moglie.

  Come se potesse avere un controllo sui sogni – le fece sponda Giovanna, ammettendo con se stessa più di quanto avesse mai ammesso prima. Mi stupì, perché ultimamente stava cercando di convincermi del contrario.

  Un controllo sui nostri stessi sogni – precisò Nicola Scarpelli.

  Un vero controllo. Come se fosse veramente lì. Come se fosse poi in grado di ricordare da sveglia quello che ha detto e fatto nei nostri sogni – dissi io, calando ogni linea difensiva.

  Esattamente! – ammise il signor Scarpelli, con un sospiro come a levarsi un peso dal petto.

  È stato così fin dall’inizio – spiegai – ora, però, da quando sta con voi – i sogni si sono trasformati in incubi.

  Per me sono sempre stati degli incubi! – intervenne Elisabetta – Mi spaventa. Non ho mai fatto sogni così. Prima voleva tornare da sua madre poi, in sogno, le ho fatto capire che era morta. Non saprei dire neanche io come ci sia riuscita. Deve essere stata… lei a… a carpirmi l’informazione. Da sveglia sarei stata più controllata. Da quel momento Elena ha cominciato a chiedere di voi. È assurdo. È come se fosse davvero lei e poi il giorno dopo…

  … il giorno dopo è come se ricordi quel che ha fatto in sogno… nel nostro sogno – spiegò il marito.

  È vero. Io credo che abbia poteri paranormali. Non ho mai creduto in queste cose, ma non trovo altre spiegazioni – risposi. Annuirono entrambi. Mia moglie ci osservava preoccupata, senza parlare, come se si fosse già pentita della sua apertura di prima, ma le nostre osservazioni la confondessero.

  Ed è sempre più ossessiva. Non ci lascia dormire. Quella presenza, nei sogni, è davvero inquietante.

  Da quando è con voi, viene a trovarci e si siede su di noi per tutta la notte, sullo stomaco. Non ci lascia dormire – raccontai– sono dei veri incubi. Non riesco a credere che sia lei a provocarli, ma l’impressione è proprio questa.

  È lo stesso per noi. Sembra che riesca in qualche modo a suggestionarci tutti. Non capisco come possa farlo, ma riesce a farsi sognare… in modo così strano. Perché non ci avete avvertito? – chiese Elisabetta.

  Avvertirvi? – risposi – Ci abbiamo pensato. Che cosa potevamo dirvi? Non ci avreste creduto.

  È per questo che avete rinunciato all’adozione? – chiese la donna.

  Sì – ammise Giovanna, uscendo dal suo silenzio forzato come se fosse rimasta in apnea fino a quel momento – mi faceva troppa paura.

  Pensavamo potesse essere un fatto nostro. Non credevamo che la cosa si potesse ripetere con altri. Pensavo quasi fosse un mio disturbo. Nostro. Forse. Certo c’era anche il nonno. Le sue storie. Era tutto così incredibile – mi scusai – non riuscivo ad ammettere che fosse vero, però, eravamo preoccupati. Stava spaventando anche nostra figlia. Pensavamo che con un’altra famiglia si sarebbe calmata. È una brava bambina. Affettuosa. Buona. C’è dispiaciuto molto rinunciare all’adozione… E voi? Rinuncerete? – chiesi.

Temevo che potessero reagire male alle mie parole, che si arrabbiassero per essere stati tenuti all’oscuro, ma si dimostrarono persone ragionevoli e comprensive. O forse erano troppo preoccupati e spaventati per adirarsi con noi.

– Non saprei – rispose Nicola – siamo ancora sconvolti e non pensavamo che anche voi… non credevamo che ci avreste confermato… Non so. Non so – scosse la testa desolato. Anche se non pareva volerci accusare per avergli scaricato addosso un simile problema senza avvertirli, mi sentivo lo stesso in colpa. L’aver lasciato Elena a un’altra famiglia, senza volto o quasi, era un conto; trovarsi davanti, sedute attorno a un tavolo, con gli occhi negli occhi, queste persone era tutta un’altra sensazione.

– Lasciarla ha solo fatto peggiorare le cose – ammisi – pensavamo di far finire tutto, invece, ha cominciato a venire più spesso in sogno e… in modo più… inquietante.

– Forse dovrebbe tornare con voi – azzardò Elisabetta. Il mio senso di colpa mi spingeva ad accettare.

– No – rispose decisa mia moglie – non se ne parla. Abbiamo un’altra bambina. Dobbiamo pensare anche a lei. Elena mi fa troppa paura.

– Con voi, però, forse si calmerebbe – tentò Nicola – è voi che vuole. Vi ha scelto. Vi reclama. Si è sentita abbandonata. Non ne capisce il motivo. Mi pare che viva l’abbandono come una punizione.

– Forse – ammisi ma, dentro di me, non ne ero per nulla certo. Non volevo però agitarli ulteriormente. Probabilmente c’eravamo aperti troppo, confermando le loro paure. Ora la bambina rischiava di dover tornare in orfanotrofio e questo mi dispiaceva molto. Mi sentivo un po’ colpevole anche di questo. Del resto non mi pareva giusto non essere sincero con quella coppia.

 

Quando tornammo alla macchina, c’era un uomo appoggiato allo sportello, ci vide arrivare e si scansò allontanandosi. Ci lanciò uno sguardo torvo. Di nuovo quel volto. Lo stesso viso che avevo notato qualche giorno prima.

  Chi era? – chiese Giovanna, che aveva notato i nostri sguardi.

  Non lo so. Ma mi pare di averlo già visto.

Salimmo in macchina. Era ormai notte. Un qualche black-out aveva fatto saltare l’illuminazione, ma la luna proiettava la sua debole luce sulla strada che la rifletteva con uno sbrilluccichio insolito. Dopo un paio di chilometri, su un marciapiede, mi parve di rivedere l’uomo di prima. Come poteva essere arrivato fin là a piedi? Forse aveva un mezzo e ci aveva preceduti o forse non era lui. Cancellai il pensiero: non aveva importanza.

 

Purtroppo le cose con Elena andarono proprio come mi ero aspettato. La piccola fu restituita un paio di giorni dopo all’Isola dei Bambini Perduti. Nicola telefonò per avvertirci.

Questo non era per nulla un bene. Per la piccola, innanzitutto. Perdere la madre e, poi, essere rifiutata da due famiglie avrebbe minato la sua sicurezza. Lo sentivo. Le avrebbe fatto male. Temevo per l’integrità della sua psiche, ma che cosa potevo fare?

Mia moglie era tornata a sostenere la tesi che i sogni fossero solo parti delle nostra psiche ma era, ugualmente spaventata dalla bambina ed era irremovibile in merito alla possibilità di riprenderla e io, più terrorizzato di lei, non sapevo più cosa fare.

In realtà il rischio non era solo quello generico e lontano che potesse subire negli anni gli effetti psicologici del doppio abbandono. Sentivo che le sue reazioni ci avrebbero creato dei problemi concreti molto presto.

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