Carlo Menzinger
LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 18 Abbandonata

Titolo LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 18 Abbandonata
Illustrazione di Angelo Condello
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa      
Pubblicata il 29/10/2011
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Note Continua il web-editing del romanzo: cosa ne pensate? Cosa correggereste?

 

Capitolo 18
 
ABBANDONATA
 
Et quia per somnia sic est possibile conoscere presentes passiones in quibus existunt somniantes
et futuro effectus, qui ex illis passionibus causari possunt,
ideo peritis medicis debent significari infirmorum somnia.
(Sui sogni – Boezio di Dacia)[1]
 

La sera che Elena ritornò all’orfanotrofio non venne a far visita in sogno né a me né a mia moglie. Questo, però, invece di darmi sollievo mi parve piuttosto un cattivo segno, come di una bambina che si chiuda in se stessa e rifiuti di parlare. Sentivo che non era bene. Peggio delle sue apparizioni. Trascorsi la notte in una sorta di dormiveglia, come se aspettassi l’arrivo dell’incubo, che invece non arrivò. Forse aveva ragione Giovanna: era tutto nella nostra testa. Se era così, lo stesso, non capivo perché non la sognassi. Sapevo che per lei era un momento difficile e quindi, essendo al centro dei miei pensieri, avrebbe dovuto comparire anche nei miei sogni.

Mentre cercavo di addormentarmi, immaginavo il suo ritorno all’Isola. La vedevo sfilare minuta sotto le fauci paperinesche, scorrere lungo i larghi corridoi tristi, orfani di giochi troppo usati e ancora riposti negli scaffali in attesa che i bambini al mattino sciamino fuori dal dormitorio. La vedevo raggiungere la monotona teoria dei lettini bianchi, riprendere possesso del suo angolo di mondo abbandonato, posizionare la bambola Lolla e qualche altro giocattolo ereditato dal suo veloce passaggio nella frenetica normalità delle nostre vite familiari. La vedevo sedersi muta sulla seggiola metallica in fondo alla sala dei giochi senza speranza.

Non la vedevo, però, materializzarsi nei miei sogni, magari proprio perché stentavo a dormire e mi mantenevo sempre nel dormiveglia.

Mi tormentava la mia cattiva coscienza. Come potevamo aver fatto questo a quella povera bambina? Il pensiero di saperla, triste, persa tra i letti della camerata o, magari, in pianto, mi faceva male. Ma piangeva? Piangere non era da lei. Era sempre così serena, come se assorbisse tutto il dolore e, di giorno, non ne lasciasse trapelare neppure l’ombra. Le ombre invece si scatenavano la notte. L’arrivo di un incubo sarebbe servito sia a punirmi, sia a tranquillizzarmi, consentendomi di vederla e dandomi l’illusione di non aver peggiorato le cose, ma non arrivò. Credo di essere stato il primo uomo sulla terra a rimpiangere di aver passato una notte senza incubi!

 

Ricomparve, però, la seconda notte. Se la maggior parte degli incubi precedenti mi avevano lasciato inquieto, questa volta, sebbene ne aspettassi con ansia l’arrivo,  la sua apparizione mi terrorizzò letteralmente. Apparve improvvisa. Furente. Non era più una semplice bambina. Era una sorta di spirito. Un vero fantasma corposo. Era lei, ma era diversa. Il suo sguardo era disperato, ma nel contempo enormemente furioso. La sua bocca urlante mi pareva un pozzo infinito in cui sarei stato risucchiato in abissi di abbandono. L’urlo muto che si può sentire solo in sogno aveva un suono agghiacciante di pianto e stridore di metallo e dolore e ringhio animale e cupo gracchio. Qualcosa di mai sentito. Un urlo che era solo dentro il mio cervello, per sentire il quale non avevo bisogno di orecchie. Era come se fossi precipitato nel famoso quadro di Munch e questo avesse preso vita, dando voce e movimento all’urlo che vi è rappresentato. L’orrore di quella visione sovrastava enormemente il raccapriccio provocato dalla vista del demone nella galleria. Questa volta era come se le porte stesse dell’inferno si fossero spalancate, mostrandomi l’eternità della sofferenza senza limiti. Immense ali nere di corvo scossero ogni cosa.

Fu un soffio. Una folata rovente che mi attraversò la mente, lasciandola riarsa.

Mi svegliai di soprassalto. Annaspai alla ricerca di ossigeno e mi ripresi giusto in tempo per vedere il volto di mia moglie, che mi dormiva accanto, contorcersi nello spavento di un sogno, che sapevo essere lo stesso da cui ero appena sfuggito o qualcosa di assai simile. Un attimo dopo, anche lei si drizzò a sedere accanto a me, ansimando e con uno sguardo ancora perso nel sonno. Aveva la bocca spalancata, come se volesse gridare, ma non le uscisse la voce o come se non riuscisse a respirare. Credo che una persona che abbia appena rischiato di finire sotto un treno lanciato ad alta velocità potrebbe avere un’espressione simile. Io non dovevo avere certo un aspetto migliore, a giudicare da come mi guardò. I suoi occhi mi parvero vetri opachi su una stanza abbandonata. Guardandola provai un nuovo terrore, che mi scosse con un fremito.

Fu, subito dopo, la volta di Laura. Ci precipitammo in camera sua e ci vollero due ore per riuscire a calmarla, mentre stentavamo a placare noi stessi. Il gracchio osceno di quell’urlo continuava a riecheggiarmi nelle orecchie, mentre lo sguardo allucinato di mia moglie, riflesso del mio, si era impresso nelle mie pupille.

 

Il mattino dopo chiamai Nicola. Durante quella cena eravamo passati rapidamente al tu con i signori Scarpelli e a un’intimità per la quale a volte ci vogliono mesi.

- L’abbiamo sognata ancora – dissi – ed è stato peggio che mai.

- Anche noi – mi rispose – siamo ancora sconvolti. È stato spaventoso. Allucinante. Non so come descrivere quello che abbiamo provato. Che cosa dobbiamo fare?

Non lo sapevo. A chi ci si rivolge in questi casi? A un’esorcista? A un ghostbuster? A uno psicologo o uno psichiatra? Eravamo tutti impazziti? Nessuna soluzione ci pareva possibile. Era una questione tra noi e lei. Dovevamo trovare un rimedio tra di noi.

- Credo che dovremmo riprenderla – dissi – ma…

- I soli che possono fare qualcosa siete voi, Paolo. È voi che vuole. Lo sapete che ci rifiuta.

Sapevo che Nicola aveva ragione, ma più Elena diventava spaventosa, meno ci sentivamo disponibili ad accoglierla di nuovo in casa. Giovanna non avrebbe mai accettato. Mia moglie non accettava l’idea che la vicinanza fisica della bambina non ne accrescesse la pericolosità. Credeva che tenendola lontano, si sarebbe dimenticata di noi. Sperava, soprattutto, in questo modo di riuscire, lei stessa, a dimenticarla. Forse era vero il contrario. Sentivo che più la rifiutavamo, più la situazione degenerava: era un circolo vizioso. Erano i nostri sensi di colpa a generare quegli incubi? Il rapporto causa-effetto mi pareva spropositato.

 

Quella notte tornò. Era una furia. Attraversò i nostri sogni come un uragano di carne e sangue, una tormenta di dolore e tristezza e rabbia. Non era più come durante la settimana passata dagli Scarpelli, quando si prendeva tutto il tempo e non ti mollava fino al mattino. Questa volta furono passaggi veloci, ma non risparmiò nessuno di noi. Quando riuscivamo ad addormentarci, riappariva, sempre furente e scatenata. Così per tre volte. Come l’alu babilonese, provocava venti e tornado, anche se solo in sogno. Non avevamo difesa, se non tentare di non addormentarci. Cosa, alla lunga, impossibile.

 

La notte dopo giocò con i nostri sogni. Ci sprofondammo dentro. Ne fummo sommersi. Ne fummo travolti. Era come se i sogni fossero diventati un mare in tempesta. Ci pareva di affogarci dentro. Non risparmiò neppure Laura. Il fatto che fosse coinvolta anche nostra figlia faceva crollare l’ipotesi dell’incubo collettivo generato da comuni sensi di colpa. Cosa c’entrava Laura? Una bambina non poteva provare nulla di simile.

La mattina, era molto presto, prima delle sei, ci telefonò Nicola, chiamando sul fisso.

  Elisabetta… - annaspò – non ce l’ha fatta. L’ha fatta annegare. È annegata nel sogno. L’ho ritrovata cianotica. Non respirava più. Non capisco come faccia. Ho sognato anch’io d’affogare in una strana sostanza onirica, una cosa che…

  Anche noi… - sibilai senza fiato, senza capire del tutto cosa mi stava dicendo – è successo anche a noi.

  E ora è morta! Ora Elisabetta è morta – singhiozzava terrorizzato. – Dobbiamo fare qualcosa – concluse – Dobbiamo fermarla. È pericolosa.

  Morta??? Come morta, Nicola? Sei sicuro? Hai provato a rianimarla – boccheggiavo in preda al panico e alla più totale incredulità. Il mondo mi cadeva addosso. Non pensavo che il terrore potesse diventare così… corposo e pesante. Ne ero schiacciato.

  Sì, certo. Ho chiamato il pronto soccorso. Sono venuti, ma era già troppo tardi quando li ho chiamati. Non capisco più nulla. Scusa se ho chiamato voi, ma nessun altro avrebbe potuto capire questa storia. È troppo assurda. Mi pare di essere impazzito.

  Sembra una follia anche a me, ma è qualcosa che riguarda tutti noi. Non è nella tua mente. Non è nella tua mente. Non è…  – ripetei confuso – Sono preoccupato. Non pensavo potesse arrivare a tanto. Non pensavo potesse essere così furiosa e non pensavo avesse un potere così forte. Questa non è solo suggestione.

  Siamo tutti in pericolo – concluse Nicola con una voce che non gli avevo mai sentito.

 

Quando riattaccai, rimasi a sedere alcuni minuti con il cuore che batteva all’impazzata, faticando a respirare.

Sentivo che la situazione precipitava e ci stava sfuggendo di mano.

Maupassant forse avrebbe detto: «Quale mistero, questa donna uccisa da un sogno!» Il mistero per noi non era, in quel momento, il problema: troppo grandi erano la nostra emozione e la nostra paura. Nessun ispettore di polizia avrebbe sospettato un delitto in una simile morte. Nessun medico legale avrebbe diagnosticato un assassinio. Io credo che a entrambi sarebbe sfuggito il legame tra la morta e la bambina. Nessuno dei due avrebbe mai osato accusare una bambina di quattro anni, chiusa in orfanotrofio, a chilometri distanza per un simile soffocamento notturno.

Solo noi sapevamo. Solo noi potevamo capire e, soprattutto, credere a questa improbabile connessione e, devo dire che, se in questo fossi stato solo, avrei dubitato, ancor più che prima, delle mie deduzioni e della mia sanità mentale.

Sapevo, però, che anche i gruppi sono capaci di follie. Ricordavo episodi di cronaca di coppie assassine, non per calcolo, ma per pura pazzia. E la follia dell’amore? Quante pazzie può compiere una coppia per amore. Strana follia l’amore! Strana malattia la follia! Non può certo dirsi contagiosa come certi virus, eppure… Eppure talora si propaga a chi c’è più vicino, a chi vive in sintonia con noi. Era questo il nostro caso? Era il caso di mia moglie e mio? Giovanna vedeva davvero le cose come le vedevo io. Anche io sono un tipo molto razionale, ma mia moglie si attaccava alla propria razionalità come un annegato a un salvagente. Non voleva rinunciarci, contro ogni evidenza. E Nicola? Come potevamo aver contagiato anche lui e sua moglie? Non certo tramite questa vicinanza emotiva. È vero che eravamo ormai amici, ma fino a poco fa eravamo perfetti sconosciuti. L’amicizia e l’amore hanno tempi loro. Un amore può unirci in poche ore a una persona più di quanto siamo uniti ad altre che conosciamo da anni. Strana alchimia. Ma questo vincolo poteva accomunarci davvero nella pazzia?

Non saprei dire se il contagio della follia si ferma ai parenti stretti, agli amanti. Che cosa dire allora delle follie delle folle! Non abbiamo visto interi popoli impazzire? Non abbiamo visto intere nazioni macchiarsi dei delitti più mostruosi?  Popoli interi schierati come un sol uomo hanno marciato in guerra o votato ciecamente un tiranno o un truffatore. Popoli interi hanno ignorato la più elementare razionalità e si sono lasciati abbindolare dai messaggi pubblicitari, dalle promozioni televisive, dalle illusioni demagogiche. L’umanità intera sta avvelenando, giorno dopo giorno, il pianeta stesso su cui vive. E non è questa pazzia? Non è questa la pazzia più grande? Non sono follie collettive le guerre?

Era il nostro caso? Nonostante tutto non lo credevo. Non lo volevo credere. Ma il pazzo riconosce forse sempre la propria pazzia? Purtroppo no. È sempre l’ultimo a riconoscerla. Piuttosto considera folli gli altri, anche il mondo intero. Allora, forse, ero io il solo matto. Poteva darsi il caso che la mia insania fosse tale da farmi immaginare la mia stessa aberrazione anche negli altri. Forse ero solo io a fare quegli strani sogni ed ero dunque solo io a immaginare di non essere solo in questo. Non avevo risposte. Quale era quel filosofo secondo il quale il mondo esiste solo perché lo immaginiamo nella nostra mente? Come possiamo essere certi che qualcosa esiste davvero solo perché la percepiamo con i nostri sensi fallaci? Se un pazzo immagina qualcosa, può ben immaginare anche la follia altrui dove non c’è affatto. Dovevo continuare a credermi savio e quindi a credere nell’incredibile. L’alternativa sarebbe stata sprofondare nelle sabbie mobili della pazzia.

 

Dopo un’ora, che mi parve un’eternità, richiamai Nicola.

  Andiamo a cercarla all’orfanotrofio appena apre – gli intimai risoluto.

  Va bene – rispose fiacco Nicola, ancora troppo scosso per prendere decisioni.

La sua reazione mi parve comunque positiva. Se non altro non restava a ripiegarsi su se stesso. Non sapevo, però, a cosa sarebbe servito. Che cos’altro potevamo fare, del resto? ELENA AVEVA UCCISO. Questo era troppo! In altre epoche l’avrebbero certo bruciata su un rogo. Era una strega, un mostro. Dovevamo convincercene. Dovevamo? Le sue sembianze da bambina erano solo l’inganno di un demone per difendersi, per indurci a non fargli del male? Era posseduta? Magari era qualche essere infernale a usare la sua mente per le sue azioni perverse. Eppure c’era una logica che poteva ricondurre tutto a Elena, solo a lei, e al suo trauma da abbandono… se solo ci fosse stata una spiegazione per il suo potere!

Nel medioevo avrebbero pensato alla possessione, ma eravamo ormai nel terzo millennio! Un simile ragionamento non reggeva: era una bambina. Era solo una bambina! Una bambina con dei poteri, che non sapeva controllare, e un dolore più grande di lei. Noi eravamo gli adulti e dovevamo aiutarla, non punirla e neppure cercare di sfuggirle. Dovevamo capire. Nell’era della scienza e della tecnologia non potevamo lasciarci ingannare e credere ancora nei fantasmi. Una spiegazione doveva esserci e l’avremmo trovata e con essa una soluzione. Freud avrebbe dovuto aiutarci più di Torquemada. L’epoca dei roghi era finita. Il potere di Elena doveva andare a beneficio della scienza e dell’umanità, non finire in un processo di stregoneria o in una Stanza Grigia alla Dean Koontz.

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